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losangelista

Zero Dark 30: la guerra segreta di Kathryn Bigelow

Zero Dark Thirty

L’eliminazione di Osama Bin Laden oltre che leitmotiv della scorsa convention democratica dove e’ stata spremuta davvero all’eccesso come trampolino propagandistico per la rielezione di Barack Obama, e’ stata l’apoteosi della guerra segreta sdoganata come fase attuale dell’antiterrosimo globale. Non c’e quindi da sorprendersi (mentre anche l’Europa adegua l’hardware alle esigenze di ua geurra tecnolgicamente purificata) se oggi i protagonisti occulti del conflitto colonizzino l’immaginario di Hollywood. Aveva cominciato Jack Bauer, l’eroe di “24”, a segnalare una nuova tendenza ma ora i suoi discendenti si moltiplicano popolando cinema  serie TV (per non parlare ovviamente dei videogame) in un tripudio di black ops,  missioni segrete e surgical strikes capaci di assestare maschi sganassoni al nemico ovunque egli si nasconda, senza fastidiose incombenze democratiche – una dose di giusta supremazia coperta da una superiore potenza di fuoco. Pensiamo a Act of Valor un maxispot di arruolamento mascherato da film d’azione e cofinanziato dal Pentagono di cui ci siamo occupati qualche  mese  fa, a serie TV come Last Resort   che contamina il genere cripto-militare col format di Lost su un equipaggio apparentemente  ammutinato di un sottomarino nucleare che si rifugia in un isola tropicale. Poi appunto c’e’ Osama il cui fantasma si aggira oltre che per la campagna elettorale anche nei palinsesti e nei cinema. Seal Team Six e’ un docudrama che del raid su Abbotabad fa un roboante melodramma maschile farcito di muscoloso spirito di corpo in caserma mentre i ragazzi si apprestano a sferrare la giusta vendetta. Il  TV movie ha lo stesso titolo del libro scritto sotto pseudonimo da uno dei membri della squadra dei seals effettivamente impegnata nell’assassinio mirato” e che ha provocato  non poche polemiche per non essere stato autorizzato dal Pentagono e per aver contravvenuto al vangelo di segretezza di tutte le teste di cuoio (che mica poi vogliamo sapere cos’e’ che fanno per mantenerci liberi). L’ultima entry nel genere e’ qualla di maggiore prestigio, cioe’ il Zero Dark 30  diretto da Kathryn Bigelow, gia’ premio Oscar per Hurt Locker uno degli sguardi piu’ taglienti sulla campagna irachena della US Army. Il film ha avuto una produzione tortuosa,  nella fattispecie era in corso d’opera all’epoca del raid ed ha quindi necessitato una radicale riscrittura da parte del’autore Mark Boal  quando gli eventi hanno fornito un finale defintivo. In seguito e’ stato al centro di un polverone quando  i repubblicani hanno accusato l’amministrazione di avere favorito i produttori per trarne un vantaggio propagandistico pre elettorale. Alla fine la Bigelow  ha strutturato il suo film come la cronaca di un ossessione, quella di una giovane agente della CIA (Jessica Chastain, bravissima) che viene assegnata al caso e per anni cerca indizi che possano condurre a Bin Laden. Quasi tutti provengono dalla tortura di prigionieri, a Guantanamo, nella base di Bagram e in vari “black sites”, le  prigioni segrete e illegali  mantenute dalla CIA in giro per il mondo con l’obbeittivo di stroncare i prigionieri nemici con tecniche degne di un carnefice cileno. Il primo grande pregio del film e’ di mostrare lucidamente la dovizia “tecnocratica” con cui vengono condotti gli orrori e l’efficacia della tortura non a caso adottata come policy ufficiale  dagli Stati Uniti di Bush. Ma il cuore del film e’ l’ossessione, appunto,  quella che attanaglia la protagonista – donna in un universo maschile (anzi due – quello islamico  e quello dell’esercito e della burocrazia USA) – per la quale la “guerra” e la “giustizia” diventa una monomania consumante. C’e’ stato gia’  chi ha ravvisato un naturale parallelo con l’esperienza dell’unica regista donna vincitrice dell’Oscar  a Hollywood. A noi pare  ancora piu’ efficace la metafora con l’attuale ossessione americana e occidentale.

Luca Celada