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La rete nel cappio

Wikileaks, i segreti di stato sono on line

Da ieri, oltre 250mila file in possesso di Wikileaks  sono consultabili su Internet.

Si tratta di cablogrammi inviati dalle sedi di ambasciate ai ministeri degli esteri dei loro paesi. Ma ci sono anche altri materiali, come l’indicazione di alcuni siti segreti di strutture di intelligence o informazioni riservate su attivisti in forte conflitto con i governi dei loro paesi. Ma ciò che differenzia questa pubblicazioni dalle precedenti è che il materiale informativo non ha subito nessun tipo lavoro di elaborazione. L’annuncio della pubblicazione è avvenuta, come ormai di consueto, Twitter con l’invito ai lettori di compiere quel lavoro investigativo e selettivo svolto in precedenza dal gruppo. È la prima volta che Assange si appella alla cosiddetta «saggezza della folla» – il crowdsourcing, cioè il lavoro volontario degli utenti che tanto appassioni i guru del web 2.0 – da contrapporre all’incapacità dei media, secondo Wikileaks, di reggere la sfida della lotta ai segreti di stato, obiettivo principale contro cui si batte Wikileaks.
Che il rapporto tra Wikileaks e i media sia sempre stato «difficile» è noto. Anche se giudicati complici con il potere costituito, i media mainstream aveva cercato di accedere ai materiali in possesso di Wikileaks, garantendo il rispetto delle regole poste da Assange per la pubblicazione dei materiali in suo possesso. E nel 2009, infatti, Wikileaks ha stabilito accordi con alcune testate per la pubblicazione in anteprima dei materiali già «elaborati». Il «New York Time», «El Pais», «The Guardian», «Der Spiegel» hanno così cominciato a pubblicare i materiali forniti da Wikileaks (da alcuni mesi il settimanale «L’Espresso» pubblica i materiali relativi all’Italia). Ci sono stati problemi con il «New York Times», quando in alcuni dei cablo da pubblicare erano presenti nomi e riferimenti a situazioni che potevano mettere in difficoltà l’amministrazione statunitense. Ma sempre è stato comunque raggiunto un accordo. Le difficoltà maggiori ci sono state invece con l’inglese «The Guardian».
È dei giorni scorsi la decisione di Wikileaks di agire legalmente contro il quotidiano britannico dopo che un suo giornalista aveva diffuso la password per accedere agli archivi preposti per i giornali coinvolti nell’accordo di pubblicazione dei materiali. Un annuncio arrivato dopo che la password era stata resa pubblica nell’inverno del 2010, quando il giornalista de «The Guardian» David Leigh aveva mandato alle stampe un libro scritto con Luke Harding, assai critico nei confronti di Julian Assange, ma non di Wikileaks, all’interno del quale era presente la password (Wikileaks: Inside Julian Assange’s War on Secrecy, Guardian Press). Dopo l’episodio, Assange decise di allargare la platea dei giornali coinvolti nell’accordo di pubblicazione, anche se il rapporto, sempre più burrascoso, con «The Guardian» non è stato mai interrotto. La decisione di muovere un’azione legale contro il giornale inglese può essere interpretata come esisto di una decisione unilaterale di Wikileaks di rompere l’accordo con i giornali per la pubblicazione in anteprima dei materiali in suo possesso.
E ieri «The Guardian», «The New York Time», «El Pais» e «Der Spiegel» hanno infatti condannato la decisione della pubblicazione unilaterale dei 250mila file. Critiche sono arrivate anche da «Reporters sans frontières» e da Amnesty International, che hanno sottolineato il fatto che nel materiale pubblicato sono presenti anche i nomi di alcuni informatori che hanno fornito materiale per denunciare l’operato dei governi giordano, iracheno e israeliano.
In ogni caso, la pubblicazione senza «filtri» dei materiali può essere valutata come un segno delle difficoltà di Wikileaks nel garantire la «qualità» del materiale in suo possesso. Troppo poche persone per una quantità enorme di materiale da valutare, verificare, elaborare. Spiegazione che va in direzione opposta con quanto ripetutamente affermato da Assange, che da tempo afferma come il numero dei volontari – ben poche persone percepiscono denaro per il lavoro svolto – sarebbe in costante aumento. È indubbio che il consenso attorno a Wikileaks è in aumento, basta ricordare le azioni in supporto della sua azione da parte di intellettuali, cineasti, molti gruppi di mediattivisti e hacker, come Anonymous. Allo stesso tempo, tuttavia, uno dei primi membri di Wikileaks, Daniel Domscheit-Berg, nel libro Inside Wikileaks (Marsilio editore), che ha di fatto sancito la sua rottura con Assange, descrive le attività di un gruppo esile di attivisti.
Un’altra spiegazione della decisione di Wikileaks di pubblicare tutti i materiali in suo possesso può essere cercata nello scontro in atto con il governo americano. Da tempo, l’attività di Wikileaks è paragonata a un’azione terrorista contro gli Stati Uniti. E forti sono state le pressioni verso banche, istituto di credito e imprese di rompere qualsiasi rapporto con Wikileaks. Pressioni che hanno determinato un isolamento di Wikileaks. La pubblicazione sarebbe dunque da contestualizzare nello scontro tra Wikileaks e il governo Usa.
Al di là delle spiegazioni dei motivi che hanno portato Wikileaks a pubblicare il materiale, rimane il fatto che lo tsunami rappresentato dalla pubblicazione dei materiali «sensibili», «riservati» e segreti non si è fermato, continuando a mettere in difficoltà governi e imprese.
Articolo  apparso su ilmanifesto del 3 settembre