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losangelista

Who Dat!?


Il superbowl e’ passato col suo contorno di folklore (sempre ben gestito dagli uffici marketing e dalla macchina mediatica), compiacimento e “americanismo”. Il primo dato che salta agli occhi – il record di ascolti: 100 milioni di spettatori che confermano “l’involuzione” di un pubblico che in tempi di crisi si riversa nel conforto della  collegialita’. Ne beneficiano Hollywood che riempie cinema e TV generalista che registra aumenti di audience per programmi nazionalpopolari come sport e “award show” ( dai Golden Globe agli Oscar) da tempo in declino. Poi la valenza simbolica della vittoria di New Orleans, citta’ martire della Bush-ocrazia, metropoli assolutamente identitaria in un universo di non-luoghi  – a partire dal fleur-de-lis che adorna le uniformi della squadra di football. Il rischio e’ quello di utilizzare i cori da tifoseria come inno di vittoria atto a cancellare scomode verita’ economiche razziali e politiche che molti preferirebbero dimenticare. D’altro canto e’ difficile  non condividere la contentezza di una squadra battezzata col titolo di uno spiritual diventato standard dei funrali jazz (when the saints go marchin’in) e i cui tifosi  hanno adottato a slogan (Who Dat!?) una frase nata dalle routine comiche degli avanspettacoli “mistrel” e in seguito ripresa dai ritornelli delle grandi band dell’era swing. Un tipo di tifo che ci piacerebbe immaginare al posto dei cori razzisti.