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Vogliono resistere tre mesi, poi al voto nel 2012

Fini con Pd e Udc: nuovo premier e nuovo governo. Il Pdl fa muro e mira Tremonti. Asse tra Berlusconi e Maroni contro il super ministro: l’Economia va spacchettata

L’inchiesta pugliese, nonostante lo squallore mai visto della piccola parte di intercettazioni pubblicate finora, non smuove il premier: «Finché ho la maggioranza in parlamento non mollo», conferma Berlusconi dal bunker di Arcore, dove trascorrerà il weekend insieme ai suoi avvocati.

Il premier domani sarà al Tribunale di Milano per un’udienza del processo Mills. Allo stato non è prevista alcuna iniziativa del Pdl davanti al palazzo di Giustizia come in passato, né è chiaro se il premier interverrà nel procedimento o si limiterà a dichiarazioni a margine.

Per ora sulle sorti di Berlusconi è muro contro muro tra maggioranza e opposizione.
«Auspico un nuovo governo e un nuovo premier», dice un Gianfranco Fini più nella giacchetta da leader di Fli che nell’abito da presidente della camera. Non si è mai sentita la terza carica dello stato esprimersi così esplicitamente sulla vita dell’esecutivo, anche se le sue dichiarazioni sono identiche a quelle di Pd, Idv e Udc che invocano le dimissioni di un premier «a mezzo servizio».

L’appello a un passo indietro da Palazzo Chigi ormai è forsennato. Prende piede perfino nella maggioranza, tra figure oggi defilate ma con un passato importante nel Pdl come l’ex ministro Beppe Pisanu e lo storico legale del premier Gaetano Pecorella.

Berlusconi fa spallucce, trova il sostegno compatto dei ministri e dei maggiorenti del suo partito, che anzi rovesciano critiche e improperi contro i pm che intercettano e i giornali che pubblicano. A via dell’Umiltà giurano che la maggioranza è blindata e finché ha i numeri non accadrà nulla. Al prossimo consiglio dei ministri i «responsabili» Francesco Pionati e Giuseppe Galati potrebbero essere perfino premiati con la poltrona da sottosegretario.

E tuttavia una simile determinazione è tanto ostentata quanto fragile. Il Carroccio è a pezzi. Bossi ha disertato la discesa del Po e il suo degno sostituto, Roberto Calderoli, è stato accolto appena da una trentina di militanti. La festa dei «popoli padani» è decisamente sottotono rispetto agli anni passati.

Non meno agitate le acque nel Pdl. Gli «scajolani» hanno segnalato il loro scontento votando la fiducia alla manovra soltanto alla seconda chiama. L’area di Alemanno si salda sempre di più con quella iper-critica di Formigoni.

L’unica cosa che ormai mette d’accordo tutte le anime (in pena) di Lega e Pdl è l’odio per Tremonti. Mentre l’Italia sprofonda nel ridicolo e rischia il default, il ministro Galan si aggiunge ai tanti che entro l’anno vogliono «spacchettare» le deleghe del super ministro. L’idea non è nuova e una proposta di legge è già depositata in parlamento. Secondo la quale il Mef va smembrato: da una parte il Tesoro (le spese), dall’altro le Finanze (le entrate), a Palazzo Chigi il Bilancio (cioè la regia della politica economica), al ministero dello Sviluppo le nomine nelle aziende pubbliche e il Sud.

Galan è in buona compagnia: tra i primi sponsor ci sono pasdaran berlusconiani come Santanchè, i «frondisti» come Martino, i «sudisti» di Miccichè e soprattutto, da luglio, l’alter ego di Bossi nella Lega cioè Roberto Maroni. Mettere in mora Tremonti è il sogno di ogni pretendente dell’eredità berlusconiana. E poco importa che proprio la mancanza di un coordinamento unico tra controllo delle spese e incasso delle tasse ha portato all’enorme debito degli anni ’80.

Un’arma così ambiziosa appare rivolta più alla resa dei conti interni alla maggioranza che al risanamento dei conti pubblici. L’obiettivo di Berlusconi è resistere almeno fino a natale. Se dovesse cadere ora, infatti, sarebbe inevitabile un governo tecnico o di larghe intese che lo porrà definitivamente ai margini.

Non a caso, da tutte le forze che sponsorizzano questa idea (a cominciare da Udc, Confindustria, banche e Cisl) la pressione contro di lui in questo momento è massima.

Di parere opposto, almeno per ora, Pierluigi Bersani che invece preferirebbe andare al voto in primavera. Il segretario del Pd alla festa dell’Idv a Vasto non ha solo riesumato il Nuovo Ulivo aperto a Verdi e socialisti. Gli ha anche dato un’agenda con una «Gargonza 2» sul programma e la manifestazione comune. E’ un tiepido inizio – «profumo di speranza» lo chiama Nichi Vendola – che però sarebbe spazzato via dal governo tecnico o da un dialogo Pd-Pdl comandato dal Colle in caso di caduta rapida del premier.

La decisione con cui Moody’s ha rimandato al 15 ottobre il pronunciamento definitivo sul downgrade del debito italiano lascia a tutti meno di un mese per capire il da farsi. Difficile se ne farà buon uso.

dal manifesto del 18 settembre 2011