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L'urto del pensiero

Vivere e morire, ma non in Italia!

eutanasia_Belgio_moratoria_sottoscrizioni

di PAOLO ERCOLANI

 

La nostra vita appartiene agli altri, ma

la morte appartiene a noi soli. Questa

è la mia definizione di libertà

(Albert Camus, New York, 1946)

 Io voglio morire lo stesso giorno che

non sono più buono di vestirmi e di

svestirmi da solo

(Cesare Zavattini, Un paese, 1956)

 La vita è un dono di Dio che l’uomo ha il dovere di onorare comunque e fino in fondo, perché questo dono di curiosa natura prevede che sia il donatore (piuttosto che il beneficiario) a riprenderselo o comunque a farlo finire secondo il suo insondabile disegno.

Ho il massimo rispetto per chi la pensa in questo modo, seguendo per esempio il dettato espresso dal Catechismo della Chiesa cattolica.

Credo che chi porta avanti questo intendimento, faccia bene a (e debba avere il diritto e la possibilità di) combattere la battaglia della vita anche quando essa si rivela terribile, disonorante, privativa della più elementare dignità umana.

La vita è un dono?

Con due precisazioni, o con due «però», a mio avviso molto importanti. Uno di natura culturale e dogmatica, l’altro di natura esistenziale.

Il primo. A ritenere che la vita sia un dono è il Catechismo della Chiesa cattolica, ossia un testo che questa istituzione terrena e secolare ha prodotto in tempi recenti e che vede correzioni periodiche ancora ai giorni nostri.

Sì, perché stando alla Bibbia, in realtà, quella che noi chiamiamo vita si rivela di fatto tutt’altro che un dono, bensì una punizione divina seguita al peccato originale commesso da Adamo ed Eva (da cui deriva il nostro essere gettati nella «valle di lacrime»).

Dio, ci ricorda San Paolo, non aveva previsto per la sua creatura il lavoro, le malattie, le sofferenze e infine quello che l’ideologo del pensiero cristiano chiamava l’«ultimo nemico»: la morte.

Solo in seguito al peccato, peraltro curioso anch’esso, per non dire «originale» (voler conoscere, non voler sottomettersi al comando oscuro di un’autorità superiore che pur ci ha fornito di un’intelligenza), Dio avrebbe cacciato la sua creatura dall’Eden per «condannarlo» a un’esistenza incerta, dolorosa e infine mortale.

In seguito a ciò, per molti secoli i maggiori padri della Chiesa hanno proclamato l’impurezza e la peccaminosità della vita terrena e di tutto ciò che la abita, arrivando a dire che o si amava il «mondo» oppure si amava «Dio».

O ci si concentrava esclusivamente sulle faccende spirituali, riguadagnando in questo modo il giardino celeste, oppure si sporcava la propria anima con le questioni legate al corpo e alla materialità.

La vita umana, ben lungi dall’essere un dono, era piuttosto una condizione di peccaminosità da cui liberarsi al più presto, un breve percorso di redenzione in attesa dell’imminente avvento del regno di Dio.

L’esistenza dei non credenti

Il secondo «però» è più prosaico, o se vogliamo più strettamente umano. Esso riguarda il fatto che possano esserci delle persone che non credono in quel Dio, non credono nella vita come «dono», oppure, semplicemente, anche credendo in entrambe quelle cose, possono ritenere liberamente di voler «restituire» il dono stesso una volta che esso si rivelasse terribile, eccessivamente doloroso, privativo della più elementare dignità di un essere umano.

La tutela del diritto da parte di una persona di essere aiutata a porre fine in maniera «dolce» alla propria vita, non deve e non può comportare l’obbligo di fare altrettanto per chi invece crede nel dono di Dio e nel suo disegno insindacabile e immodificabile.

Il problema, come vediamo specialmente in Italia (Paese da cui bisogna fuggire ormai sia per vivere che per morire dignitosamente), è che invece una politica genuflessa, pavida e del tutto deresponsabilizzata rispetto ai problemi concreti della cittadinanza di cui pur dovrebbe curare gli interessi, ha prodotto delle leggi che obbligano il «cittadino» ad essere anche un «credente praticante».

Si tratta di un residuo di integralismo e fondamentalismo, quello che in questo caso confonde il peccatore col cittadino, quello che impone una legge in base alla quale il cittadino è costretto a comportarsi come un religioso, dimenticando volutamente che il religioso è sempre un cittadino ma quest’ultimo può non essere un religioso.

Speranza e compassione

Io credo che due sentimenti accomunino la condizione di tutti gli esseri umani, in questo caso credenti o atei: rispetto al futuro direi la «speranza», quella che al di là di ogni fede o ragione ci possa far trovare un senso a questa vita, e magari incontrare nuovamente le persone che abbiamo perso lungo il cammino e ci mancano terribilmente.

Posso avere fede che ciò sia possibile, oppure non crederci per nulla razionalmente, ma ciò non toglie che difficilmente posso non sperare in uno scenario del genere.

Il secondo sentimento, più rivolto al presente, dovrebbe essere letteralmente quello della «compassione», ossia della condivisione di un sentimento e di una condizione di sgomento, solitudine, incertezza e paura che tutti ci accomuna. Credenti e non.

Siamo barchette in mezzo a un mare oscuro, imprevedibile e capace di diventare tempestoso nello spazio di un attimo.

Solo un animale ottuso e sciocco come l’uomo può trovare così tanti motivi per dividersi e combattersi, invece di capire che quelle barchette dovrebbero stare quanto più vicine possibile, e aiutarsi vicendevolmente per meglio affrontare il terribile mestiere di vivere.

Talmente terribile, a volte, da non consentire ad alcuno fornito di un minimo di saggezza la pretesa di regolarla, la vita umana, secondo una Regola, un Dogma o una Fede ritenuti superiori e quindi da imporre a tutti.

Non sarà solo il nostro paese a fare un passo avanti, se capiremo questo, ma anche il mondo cattolico e religioso stesso.

Della cui saggezza, capacità di dialogo e di accoglienza, e della cui «compassione» nel senso che ho detto abbiamo un bisogno estremo.

Perché il diritto di essere umani è faccenda complicatissima e angosciante.

E perché non possiamo continuare a non ascoltare il grido di dolore che proviene da tanti uomini e donne che, come Fabiano Antoniani (alias dj Fabo), vorrebbero porre fine a una vita ormai indegna.

Grido di dolore da parte dell’uomo di cui Dio, sosteneva Feuerbach, potrebbe essere soltanto l’eco.