closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Poltergeist

Viva Laughlin – Quando Muccino andò alla CBS

Laughlin è una cittadina a un centinaio di chilometri a sud di Las Vegas, sul confine con la California. La sete di novità e di esperienze emotivamente estreme – come la sovrapproduzione di adrenalina che accompagna il gioco d’azzardo – si è spostata più a sud nel deserto del Nevada, facendo di Laughlin una nuova, e proprio per la sua novità, più eccitante, favolistica città per scommettitori e giocatori di carte.

Il successo di questa città, cominciato nel 1964 e travolto dalla notorietà solo nei tardi anni ’80 è la location del telefilm prodotta nel 2007 dalla CBS “Viva Laughlin”, un chiaro riferimento nel titolo alla nota canzone di Elvis “Viva Las Vegas”. Come accade spesso alle opere ispirate dallo spettacolo fittizio della vita offerta dai casinò, anche “Viva Laughlin” è attraversato da uno spirito meta-realistico, fittizio, una vita che non pulsa direttamente nelle vene ma per associazione e dipendenza da casuali scariche elettriche che possono venire dai neuroni – associazioni libere – o dal gioco d’azzardo – vincite e perdite improvvise.

È un iperrealismo pieno di eccessi, visivi e comportamentali, che non è stato estraneo nemmeno al capolavoro di Scorsese “Casinò”, in cui però c’è una vertiginosa e magistrale rappresentazione dei rapporti interpersonali, dei legami di amicizia e le fissazioni poco salutari su denaro, dipendenze farmacologiche e affettive, e infine su una angosciante teleologica che conduce irreparabilmente alla morte, al fermarsi di tutto il turbinio di vita irreale che vivono i giocatori di professione.

Metafora del sogno americano, il casinò è stato il pivot attorno a cui hanno ruotato storie che narrano di un repentino accumulo di ricchezze aperto a tutti, la famosa “America” che chi ha coraggio e determinazione può trovare in un mondo in cui il  confluire di lunghe ondate repressive conduce ad anse di permissivismo e a un carnevale permanente dove per tutto l’anno “licet insanire”.

Gabriele Muccino era stato ingaggiato dalla CBS per dirigere il pilot di “Viva Laughlin” e, come è accaduto negli ultimi anni a quasi tutti i prodotti della conservatrice stazione televisiva, una delle poche in chiaro insieme alla ABC, alla NBC e alla FOX, la critica si è abbattuta come un’ascia sulle qualità stilistiche e drammaturgiche anche di quest’ultimo telefilm. Gli ideatori della serie hanno cercato di controbilanciare lo strepitoso successo della triade vincente della CBS: CSI, che va in onda tre volte a settimana narrando le scoperte della scientifica in casi criminali, rispettivamente, a Las Vegas, New York, Miami. Le tre versioni di questa serie hanno il denominatore comune della sorpresa, soprattutto nella rappresentazioni delle immagini che, non solo ripropongono in modo crudo, iperrealistico i dettagli del lavoro della polizia ma che lo trasformano anche in un linguaggio simile agli effetti delle ondate di adrenalina e connessioni neuronali ipertrofiche causate da forti shock, o, più comunemente, dall’uso di droghe. Colori innaturali, passaggi repentini tra presente e passato, ricostruzioni di eventi interrotte e riprese da altri punti di vista. Il risultato è una congerie di elementi di forte stimolo emotivo che mira all’assuefazione del pubblico, ora desideroso di sempre maggiori stimoli (unica eccezione è la bella serie del 2003  Las Vegas con James Caan e Tom Selleck).

Per questo motivo, “Viva Laughlin” non sfugge a questo schema psico-registico e l’apporto di Gabriele Muccino è difficile da distinguere da quello del regista che lo ha seguito o dal lavoro dei professionisti responsabili di gran parte del prodotto finito. La distribuzione, rigida, precisa, controllabile, dei ruoli nella produzione di un telefilm standard negli Stati Uniti fa sì che le persone davvero responsabili dell’intera opera non siano i registi ma l’insieme stesso della troupe, guidata dal produttore (che di solito è anche il creatore della serie) e dalle indagini di mercato.

Poche sono le eccezioni, le situazioni in cui un’idea registica effettivamente collabora o addirittura s’impone sulla narrazione scritta scelta dai produttori. E, soprattutto, ancora più rari sono i casi in cui un regista ha il controllo del prodotto finito, potendo partecipare alle sedute di montaggio, di post produzione o anche solo, in origine, alla scelta di attori e location.

La regia di Muccino è sostanzialmente indistinguibile da quella degli altri registi che hanno girato gli episodi di “Viva Laughlin” e se questo si spiega facilmente attraverso la conoscenza del processo produttivo di un telefilm americano, è anche vero che i produttori stessi vanno in cerca non di grandi registi, ma di professionisti, in grado di seguire direttive e bilanciare in modo coerente il loro gusto con le necessità della rete telivisiva.

L’inizio del Pilot è sicuramente la cosa più interessante e rivela, lentamente, la chiave stilistica su cui si basa il telefilm. Il protagonista sale in macchina e canta, insieme all’autoradio, “Viva Las Vegas”; scende dalla macchina e la canzone prosegue e lui continua a cantarla mentre attraversa il cantiere del casinò che sta costruendo. Il tutto con un montaggio molto efficiente, spezzato e veloce, ma veramente privo di qualsiasi espressività visiva. Un montaggio, come dire, di servizio, che ormai è stato collaudato con successo da migliaia di altri telefilm.

Gli autori di questa serie, ispirati da “Moulin Rouge”, interrompono l’azione più volte durante la storia per permettere agli attori di cantare canzoni famose, in stile karaoke però – e chi si può confrontare con l’interpretazione di Elvis? – per completare il dipanarsi delle vicende. E come in “Moulin Rouge”, già alla terza canzone il pubblico ha capito il trucco e, se non rimane abbacinato dalla straordinaria mostra di professionalità, se non cede alla dipendenza da un colorismo quasi psichedelico e a un’ironia, forse più una parodia, degli stili hollywoodiani – ironia trita già la seconda volta che si usa un trucco hollywoodiano per mettere alla berlina un trucco hollywoodiano – allora non ha bisogno di seguire il resto di un telefilm che collaziona brani famosissimi, dando lustro a quelli e arricchendo la scarna vicenda di echi che non le appartengono, o che indipendentemente non riesce a creare.

“Viva Laughlin” è per di più involontariamente comico nella meccanicità delle intrusioni stile musical. Il “cattivo” (Hugh Jackman), il proprietario di un casinò molto più influente di quello del protagonista, è accompagnato da belle donne con abitini osé rossi, in una scenografia tutta rossa mentre sale su un tavolo da gioco cantando “Sympathy for the Devil” dei Rolling Stones (video).

C’è un termine in inglese per una simile rappresentazione: overkill. Come dire, uccidere un passerotto con un colpo di cannone.

Ma questo è da ascriversi alla “poetica” da dipendenza adrenalinica tipica della CBS e alla debolezza dei registi, ottimi professionisti ma sicuramente incapaci di imporre una poetica personale, perché non ne hanno una.

Voto: F