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Antiviolenza

Violenza, femmicidio e deontologia

Pochi giorni fa il giudice per le indagini preliminari del tribunale dell’Aquila, Giuseppe Romano Gargarella, sullo stupro di Pizzoli – dove due mesi fa una ragazza ventenne ha subito uno stupro che le è costata 48 punti di sutura per ricostruzioni vaginali e anali – ha dichiarato: “Non si può avere dubbio alcuno che il soggetto che si accompagnò alla persona offesa e la ridusse in quelle condizioni fu l’odierno indagato, né alcuna spiegazione alternativa si presenta minimamente possibile o configurabile”. La tesi accusatoria accettata dal Tribunale del Riesame dell’Aquila parla di un “abuso messo in atto in maniera cruenta”, tesi che ha spinto il collegio giudicante a tenere in carcere il militare Francesco Tuccia. Come riportato da ilcapoluogo.it, per i giudici “non si può non pensare che la ragazza avendo riportato gravi lesioni non abbia avuto atroci dolori tali da chiedere al giovane di fermarsi nella prosecuzione dell’atto sessuale”, smantellando completamente la tesi dell’avvocato della difesa che aveva sostenuto come la ragazza fosse stata “consenziente” a un rapporto di “sesso estremo”. Francesco Tuccia, unico indagato per lo stupro, fu fermato con la camicia sporca di sangue dal padrone della discoteca che aveva trovato la ragazza seminuda sulla neve, mentre due amici-colleghi del militare si allontanavano dal luogo, con la fidanzata di uno dei due, in macchina. Ora, ad aggiungere nuovi elementi alla inquietante storia della ragazza di Tivoli è stata una puntata della trasmissione “Chi l’ha visto?” su Raitre (condotta dalla bravissima Federica Sciarelli), dove una giovane in incognito ha raccontato di essere stata aggredita dall’amico di Francesco Tuccia (non indagato), un episodio che la ragazza provò a denunciare e su cui le stesse forze dell’ordine le “consigliarono di lasciar perdere”. La ragazza è andata in tv dopo l’appello del padre della studentessa stuprata che qualche puntata fa aveva chiesto: “chi sa parli”, e ha rivelato elementi che potranno essere utili alle indagini, dimostrando come l’informazione e i media possano aiutare con le loro inchieste le stesse indagini giudiziarie senza fare “processi mediatici”. Allora la domanda è: perché non si fanno inchieste specifiche e ben fatte anche su argomenti che trattano la violenza di genere (e ce ne sono di argomenti) oltre a fare fiction e salotti televisivi? perché non esiste un format come per esempio l’ottimo “Report” (condotto da un’altra super, Milena Gabanelli) su argomenti legati alla discriminazione delle donne?
Alle volte penso che la violenza sulle donne sia diventata una prassi di relazione tra i sessi in una cultura che invece di combattere, asseconda e sostiene la cultura dello stupro dando idea agli autori di poter rimanere impuniti, da una parte, e facendo risuonare le trombe (e i tromboni) quando le cose si mettono male (“troppa violenza, troppi omicidi”), senza capire in profondità le gravissime conseguenze sociali e collettive di questo comportamento. Denunciare questa prassi è compito anche dei media che continuano a trattare questa violenza come se fosse un argomento d’opinione su cui tutti, ma veramente tutti, esprimono un giudizio che a ben vedere è un parere del tutto personale e soggettivo, e alle volte anche un po’ troppo “pesante”. Articoli, reportage, talk show, trasmissioni, docu-fiction, che mostrano quanto l’Italia sia indietro sulla questione di genere facendo di quello che è un problema di emergenza nazionale (ormai siamo a quasi 50 femmicidi in Italia dall’inizio del 2012) un argomento da salotto, un fenomeno su cui indignarsi per una serata, uno spunto per dire “la propria” da parte di chiunque, o un’occasione per fare un pessima figura. Come l’articolo di Massimo Fini sul “Fatto” in cui il giornalista cita tre ragazze stuprate – di cui due uccise – come “ragazze sculettanti”, un episodio gravissimo che, oltre le scuse che il giornalista ha messo per iscritto, dovrebbe anche prevedere un richiamo disciplinare da parte dell’Ordine dei giornalisti nonché un richiamo ufficiale da parte del direttore. Quello che manca infatti, oltre alle competenze dei singoli che a volte arriva alla violenza verbale, è un quadro deontologico chiaro che dia direttive precise  a chi si accosta a fatti che riguardano violenza di genere e femmicidio, che non sono argomentabili come semplici fatti di cronaca e che devono essere “maneggiati” con una certa cautela. Il fatto di non avere, non dico un desk (magari), ma una o un professionista all’interno delle redazioni che abbia profonda conoscenza sull’argomento – non solo sulla violenza o sul femmicidio ma su tutte le questioni di genere, dato che la violenza è inscindibile dalla discriminazione culturale e sociale subita dalle donne – e che possa affrontare la questione con strumenti adatti evitando di dire banalità o di essere fuori luogo dando un’informazione corretta, è una doppia discriminazione. Perché non dare delle pagine ai diritti delle donne, alla violenza di genere, al femmicidio come si fa con gli esteri o con gli spettacoli? Perché non trattare certi argomenti con la stessa metodologia delle inchieste giornalistiche su temi trasversali? La risposta è sempre quella: finché non si affronterà il problema culturale della discriminazione delle donne in tutti gli ambiti, una mentalità profonda e radicata in tutta la società, nessuno si porrà il problema di fare un giornalismo corretto e deontologicamente adeguato all’argomento.