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Villaggi Rom: l’unica sicurezza è la sicurezza

[Il post che segue è stato scritto da un operatore sociale che da 20 anni lavora con i rom]

Mentre la campagna elettorale per il Campidoglio decolla confusamente tra gazebarie, sacchi di schede bianche usate per taroccare il numero dei votanti alle primarie PD e annunci di “caucus” alla carbonara, l’unica certezza della maggior parte dei candidati in pectore è cosa fare con i quasi 7000 mila Rom che vivono nei 6 Villaggi attrezzati e nei circa 40 insediamenti spontanei presenti nel territorio romano. I campi rom sono bombe a orologeria e vanno smantellati. Lo pensa Salvini che lo scorso 24 febbraio ha vistato il campo di Salviati 2 promettendo ovviamente ruspe, lo confermano Bertolaso e Giorgia Meloni che hanno individuato nell’eliminazione dei cassonetti la soluzione della questione Rom e lo suggerisce Giachetti annunciando fumosamente uno studio approfondito del tema.

Nessuno però sembra avere idea di quale dovrebbe essere la strategia per superare i campi Rom.

L’approccio securitario è l’unico che trova spazio nel dibattito che riguarda i Rom e i ghetti in cui vivono da più di 20 anni. Quando si parla di campi Rom la parola sicurezza è sempre presente e cancella termini come integrazione,autonomia personale e inclusione e sociale

Non fa eccezione il bando per “l’Affidamento del servizio di gestione sociale, formazione lavoro, di interventi di piccola manutenzione e del servizio di vigilanza dei Villaggi Rom” pubblicato lo scorso 19 febbraio da Roma Capitale – Dipartimento Politiche Sociali, Sussidiarietà e Salute. che stanzia circa 5 miloni di euro per gli interventi da attuare all’interno dei 6 Villaggi attrezzati fino al dicembre 2017.

Leggendo le premesse del bando si capisce che i tecnici del Dipartimento guidato dalla Sub-commissaria Vaccaro hanno studiato la “Strategia Nazionale di inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Caminanti” adottata dal Governo Italiano nel 2012 che obbligatoriamente deve ispirare tutte le azioni istituzionali in materia.

I pilastri della Strategia sono l’istruzione,la formazione professionale, la salute e l’accesso a nuove soluzioni abitative, e vengono citate puntualmente nelle prime pagine del bando. Gli obiettivi generali del Bando sono assolutamente conformi a quanto richiesto dalla Strategia.

I problemi però iniziano quando dai proclami dovuti si passa alle parti operative e nell’elenco delle azioni che caratterizzano l’area di intervento denominata ”Area della Gestione Sociale, Formazione Lavoro e interventi di piccola manutenzione” spunta finalmente la parola magica che stavolta viene edulcorata da un sostantivo progressista. A pagina 10 del Bando troviamo infatti un paragrafo intitolato “Promozione della Sicurezza” che svela uno degli intenti dell’amministrazione commissariale romana, forse il più importante: vigilare i Villaggi Rom.

Le organizzazioni sociali che gestiranno gli interventi sociali all’interno dei Villaggi dovranno infatti controllare chi entra e chi esce, vigilare sul rispetto delle regole e delle cose ed altre amenità che poco hanno a che fare con il lavoro sociale.

Quanto stia a cuore la vigilanza ed il controllo a Roma Capitale e al Commissario Tronca lo si capisce ancora meglio andando a fare un paio di conti.

Esaminando a titolo di esempio quanto prescritto dal Bando circa il Villaggio Attrezzato di via di Salone (uno dei lotti in cui è suddiviso il Bando) ci si accorge di come le attività di vigilanza e controllo vadano ad assorbire il 50% per cento delle risorse stanziate per il singolo Villaggio.

La situazione passa dal preoccupante al paradossale quando si analizza il paragrafo denominato “Promozione delle attività lavorative” in cui si indica espressamente che per Rom, Sinti e Caminanti dovrà essere progettata “la formazione delle attività di parrucchiera, estetista e barbiere” (sic).

Attività professionali che evidentemente vengono considerate mestieri da zingari.

Nello stesso paragrafo Roma Capitale rende noto che dovranno essere progettati corsi di formazione sul rispetto delle cose altrui e del patrimonio pubblico”, come a dire che prima di lavorare i Rom devono imparare a non rubare.

Ma il capolavoro assoluto riguarda quello che in realtà dovrebbe essere l’architrave della promozione di percorsi di autonomia delle famiglie, ossia la creazione di percorsi lavorativi “attraverso l’erogazione di Borse Lavoro previsione di tirocini lavorativi, contratti di apprendistato e di altre forme di lavoro da svolgersi sia all’interno sia all’esterno dei Villaggi attraverso la creazione di percorsi di orientamento professionale e lavorativo, al fine di favorire l’inserimento lavorativo dei giovani e degli adulti”

Traducendo dal burocratese significa avviare una serie di tirocini lavorativi che verranno retribuiti dagli enti affidatari e che permettano ai rom inclusi nelle borse lavoro di venire assunti dalle aziende coinvolte una volta terminato il periodo di tirocini.

Geniale si dirà, in presenza di un reddito fisso si moltiplicano le possibilità di poter affittare un appartamento e di uscire finalmente dal campo.

Il problema però è che le risorse assegnate a questo vitale strumento di emancipazione equivalgono al 4% del finanziamento.

In sintesi: sicurezza batte lavoro 50 a 4.

Il bando scade il prossimo 21 marzo e una volta assegnato sancirà in maniera definitiva il punto di non ritorno degli interventi sociali in favore di Rom,  Sinti e Caminanti certificando da una parte l’ineluttabilità dei campi Rom e dall’altra la morte dell’intervento sociale inteso come agente di cambiamento socio-economico.

In questi giorni molte delle realtà del terzo settore romano,che da anni si occupano degli interventi sociali in favore di Rom, Sinti e Caminanti e che hanno visto il loro lavoro di decenni colpito dall’equazione pedestre e semplificante ormai in voga dopo le vicende legate all’inchiesta di Mafia Capitale secondo la quale chi lavora nel sociale è corrotto, sono dilaniate dalla scelta a cui le obbliga Roma Capitale:

Trasformarsi in vigilantes che a tempo perso svolgono un paio di attività a carattere sociale o rimanere coerenti alla propria visione del mondo e accettare di scomparire.

A questo proposito la scorsa settimana il Roma Social Pride ha diffuso un comunicato stampa in cui si chiede al Commissario Tronca e alla Sub-Commissaria Vaccaro che il bando venga ritirato per permettere l’elaborazione di un intervento che permetta veramente di superare i campi rom provando ad immaginare una città che sia in grado di includere e che non faccia della sicurezza il suo unico e inutile valore.

Fino ad oggi Il Commissario Tronca non ha dato nessun segnale circa una possibile sospensione del bando quel che è certo è che se questo non avverrà assisteremmo ad una restaurazione del funesto Piano Nomadi del terzetto Berlusconi, Maroni e Alemanno e Roma farà un ulteriore passo indietro.

[Sullo stesso argomento “Che vinca il migliore tra gli xenofobi“]

  • Mario Ruoppolo

    partiamo da ancora più indietro, da cosa deriva la necessità di avere forme di accoglienza per il popolo nomade? io ho come l’impressione che tutti derivi non dalla necessità di offrure un dignitoso riparo ma dall’opportunità di ghermire il denaro pubblico messo a disposizione. a mio avviso è tutto il sistema ad essere sbagliato, probabilmente occore darea più spazio agli operatori del sociale utilizzando alternative differenti