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Vieni avanti decretino, Passera prova a crescere, Monti taglia

Un colpetto di acceleratore con il decreto sviluppo del ministro Passera e una pestata forte sul freno con i tagli alla spesa pubblica elaborati da Giarda-Bondi sotto la regia del premier. Monti avvisa gli altri ministri e taglia dirigenti e personale di Palazzo Chigi e Mef. Varati due fondi presso la Cassa depositi e prestiti per la vendita degli immobili pubblici e delle società quotate.

Dopo 5 ore di consiglio dei ministri, il governo ha varato tre decreti legge: uno per la crescita (budget accertato 2 miliardi, impatto teorico secondo Passera 80 miliardi), uno sul riordino dei vigili del fuoco e un altro (in prospettiva il più importante) per i tagli alla spesa pubblica e le privatizzazioni.

L’elaborazione delle norme pensate dal ministero dello Sviluppo ha richiesto settimane. E anche ieri il decreto Passera è stato approvato «salvo intese» per verificare le relative coperture finanziarie (per fare solo un esempio, alcuni commi sono coperti dall’aumento delle multe per chi violerà le regole Dop e Igp).

Lo stesso ministro in conferenza stampa lo ha descritto come un mucchio di «tasselli importanti» nel «mosaico della crescita». Come a dire, nei 61 articoli e 188 pagine di norme non c’è né un coniglio dal cilindro né un’idea forte, spendibile nell’immediato.

A grandi linee, i provvedimenti più corposi sono due. 1) la sostituzione di 43 incentivi alle imprese con un fondo rotativo per lo sviluppo sostenibile da 2 miliardi (l’unico stanziamento certo del provvedimento a parte norme di «nicchia» su porti, ferrovie e singole opere); 2) il varo di project-bond dedicati alle infrastrutture (che sono una forma di debito e secondo Passera potranno muovere fino a 45 miliardi).

Un intervento dunque più di cacciavite che di spada: tra le altre cose, c’è la riforma del diritto fallimentare, la tagliola temporale per i processi, liberalizzazioni nell’edilizia. Nei prossimi mesi, aggiunge il ministro per lo Sviluppo, pensiamo anche di sbloccare 20 miliardi dal Cipe. Passera promette anche che entro il 2013 sarà finita la Salerno-Reggio Calabria. Ci sarà voluto solo mezzo secolo: è iniziata nel 1963.

Dal punto di vista politico, però, il timone dell’economia resta saldamente nelle mani del premier e delle tecnostrutture di via XX settembre, esattamente com’era prima con le scintille tra Tremonti e Berlusconi. Il decreto su «efficientamento, valorizzazione, razionalizzazione e dismissione del patrimonio pubblico», cioè il dimagrimento con tutti i mezzi della spesa pubblica, appare come la vera carta che il governo tenterà di giocarsi da qui alla legge di stabilità autunnale, l’ultima prima delle politiche.

«Come anticipo e segnale ai nostri colleghi di governo» prima delle vere sforbiciate, Monti dice di voler tagliare del 20% i dirigenti dei suoi dicasteri (tra Palazzo Chigi ed Economia si tratta di un centinaio di grand commis che escono dai ruoli e avranno l’80% dello stipendio fino alla pensione) e del 10% di tutto il resto dei dipendenti. A margine, Catricalà quantifica il risparmio annuo in appena 25 milioni. È un lavoro complesso che è solo agli inizi e che andrà proiettato sui ministeri pesanti: scuola, difesa, giustizia, interno. «Dovete aspettarvi cose simili anche nelle prossime settimane», dice sibillino Monti ai giornalisti. Il viceministro Grilli, per esempio, annuncia che i Monopoli di stato e l’Agenzia del Territorio vengono accorpati a dogane e Agenzia delle entrate.

Enrico Bondi però è sicuro di tagliare subito, entro fine anno, 5 miliardi dalla spesa pubblica per beni e servizi. Che in tutto, secondo la Consip, vale 136 miliardi. Questa sorta di «ebay» all’ingrosso centralizzata per la pubblica amministrazione potrebbe arrivare a gestire acquisti dai 29 miliardi di euro di oggi a 49 dal 2013.

Nutrito il capitolo dismissioni vere e proprie. Fintecna, Sace e Simest passeranno alla Cassa depositi e prestiti (l’ente fuori dal bilancio statale che raccoglie il risparmio postale) che verserà il prezzo allo stato abbattendo il debito. Per avvicinarci al 110% sul Pil (dunque più prossimi a Francia e Germania) vengono poi creati due fondi per la vendita dei beni mobiliari e immobiliari. A quest’ultimo fondo andranno tutti gli immobili pubblici sia dello stato (caserme incluse) sia degli enti locali. Che saranno venduti a altri enti pubblici o ai privati sempre tramite la Cdp. Gli enti proprietari riceveranno quote di partecipazione e/o risorse liquide per ridurre il proprio debito.

È la stessa operazione alla quale Tremonti aveva affidato la sua speranza di salvezza negli ultimi giorni del governo Berlusconi.

dal manifesto del 16 giugno 2012