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L'urto del pensiero

Vespa, i Casamonica e la società del cinismo (da cretini)

VESPA 2

di PAOLO ERCOLANI

 

«Cinismo da cretini».

È probabilmente l’espressione più corretta per definire il nostro tempo.

Cinismo da cretini

La prendo in prestito da Marx, che la utilizzava per condannare un certo populismo (rappresentato in quel caso dal socialista Proudhon), avvezzo a innalzarsi idealmente a paladino degli oppressi, proprio mentre in realtà si rivela come il più solido (e cinico) supporter del potere dominante.

Il cinismo da cretini funziona più o meno in tal modo.

Esso innalza un paradigma a verità assoluta e onnicomprensiva (il mondo si divide fra ricchi e poveri; la lotta è quella contro il Capitalismo; centrale è la difesa della libertà individuale), salvo poi condannare (o consentire) in maniera reazionaria tutto ciò che non rientra (o si pensa non rientri) dentro quello stesso paradigma.

Prendiamo il caso di Proudhon. Egli riteneva che«la proprietà è un furto» e sulla base di questo principio sommo deduceva che i veri movimenti di lotta emancipativa sono quelli che combattono la proprietà e la ricchezza.

Sì, salvo che al contempo, in nome del fatto che non rientravano in quel principio, condannava con cinismo beffardo il nascente movimento femminista (cosa c’entra, in fondo, la libertà delle donne con la lotta alla proprietà e alla ricchezza?!), ma anche i movimenti di resistenza nazionale contro l’oppressione colonialista.

I dogmi della comunicazione

La nostra società, oggigiorno funziona con questa stessa modalità stressata all’ennesima potenza. Agevolata in ciò da un meccanismo, quello della comunicazione, che promuove, riconosce e quindi dà spazio soltanto a coloro che si fanno portatori (spesso incauti) di un paradigma ben definito, drastico, indiscutibile, mediaticamente efficace e funzionale alla polemica rissosa.

Salvo che poi, proprio perché quel «dogma» è tanto drastico quanto astratto, ciò che non rientra sotto di esso rappresenta la grandissima parte di ciò che accade nella realtà.

Ecco spiegato come ci si può presentare come marxisti e rivoluzionari, salvo poi condannare (o ignorare in quanto estranea al paradigma principe) la lotta di emancipazione delle donne, degli omosessuali, dei migranti, o per i diritti civili e sociali in genere.

O come ci si può definire liberali, quindi difensori della libertà individuale, della libertà di opinione ed espressione della medesima, salvo difendere un noto giornalista italiano che, sul canale di Stato (finanziato con le tasse di tutti gli italiani), invita con tutti gli onori dei noti mafiosi, conosciuti per la loro efferatezza.

Eh sì, in fondo Bruno Vespa, risaputamente tutto casamonica e chiesa (l’accostamento suona beffardo quanto appropriato, visti gli eventi accaduti), ha solo svolto il suo mestiere di giornalista. I signori in questione sono formalmente incensurati, e visto che sono saliti agli «onori» della cronaca per varie ragioni, dar loro la parola significa soltanto occuparsi della cronaca.

Già, peccato che i liberali a intermittenza (difetto generalizzato, nella lunga e gloriosa storia di questa tradizione di pensiero), dimenticano che liberalismo, stando alla definizione dei fondatori, significa anche lotta contro gli eccessi del potere, di ogni potere.

Ora, solo un sistema ipocrita e marcio, malato di cinismo mediatico e sensazionalismo per fini commerciali, può far finta di non vedere l’alto (e nefasto) valore simbolico dell’aver portato nella televisione di Stato (con tutti gli onori) il potere mafioso.

La peggiore servitù

In un Paese come il nostro, in cui la mafia è realtà storica e originaria, in cui ci si strappa le vesti e i capelli per celebrare le morti di Falcone e Borsellino (fra gli altri), in cui la lotta disperata delle forze dell’ordine è resa più difficoltosa dall’omertà e dalla paura che quel potere criminale suscita anche negli onesti, ospitare con tutti gli onori i potenti Casamonica sul canale principale della Tv di Stato vuol dire lanciare un messaggio ben preciso: lasciate ogni speranza, oh voi che vi ostinate a combattere le mafie e i poteri malavitosi, perché essi sono invincibili e osannati, potenti al punto di essere venerati e rispettati dalla Chiesa (con funerali fastosi e blasfemi), dallo Stato e persino dalla sua televisione ufficiale.

Mettersi contro la mafia, in Italia, significa andare contro i poteri che contano. A partire da quello Stato di cui noi cittadini, noi popolo, dovremmo essere sovrani, e da cui dovremmo essere difesi e protetti rispetto alle ingiustizie e alle violenze perpetrate da chi si pone al di fuori della legge.

Far finta di non conoscere il valore simbolico di certi gesti, il messaggio ulteriore (e propagandistico) contenuto in certi servizi «giornalistici», significa aver smarrito totalmente ogni considerazione per l’etica, la deontologia, il valore di esempio che certe figure (e trasmissioni, e istituzioni!) pubbliche sono tenute a rispettare.

Vogliamo ricordare il Popper (liberale, o no?!) che parlava di una patente professionale per chi fa televisione? Tempi lontani, anacronistici, persino dimenticati, in un’epoca in cui la comunicazione (e il profitto a tutti i costi) hanno distrutto e sostituito ogni etica, ogni deontologia, ogni rispetto per quella cosa misera e improduttiva che ci ostiniamo a chiamare Verità.

L’ipocrisia del politicamente scorretto

Mascherato da lotta contro l’ipocrisia del politicamente corretto (formula che ormai consente di eliminare ogni considerazione etica, di ignorare ogni azione ispirata al criterio di ciò che è giusto), il cinismo da cretini è composto da persone che ormai ritengono essere soltanto due le stelle comete di ogni nostro agire (e pensare): il successo mediatico e il profitto economico.

Tutto il resto si fotta. Che sia la dignità di un Paese, il rispetto e la memoria per le vittime che hanno combattuto la piaga delle mafie, ma soprattutto la volontà di provare a cambiare (sì, anche con la propria professione, qualunque essa sia, tanto più se pubblica e influente) quegli aspetti della nostra società che evidentemente non funzionano e provocano sconfitte, miseria intellettuale e sostanziale, vittime ideali e in carne ed ossa.

Il cinismo da cretini. Quello di un giornalista che è genuflesso e riverente verso tutti i suoi ospiti, e che non si farebbe scrupolo a invitare Satana, se servisse a far salire l’audience.

Quello di chi, magari in buonafede, lo difende accampando la libertà di espressione. Dimenticando che conta, eccome, anche il contenuto di ciò che si esprime, in questo dannato tempo dell’immagine assurta a verità assoluta.

Ma anche quello di una società, la nostra, di un Paese, disposto e capace di indignarsi (a comando) ormai soltanto per delle immagini. Proprio mentre ignora la realtà che c’è dietro.

E se ne frega altamente di riflettere su cosa è giusto e sbagliato. Rinunciando a priori anche solo a cercarla, la verità.