closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
losangelista

Very Big Data

168215159

Un servizio del programma finiaziario MarketPlace in onda su NPR racconta un fatto monumentale: 90% dei dati conservati nei server mondiali sono stati raccolti negli ultimi due anni. Immaginate quindi che la tecnosfera del 2011, tutto il mondo tecnologico che ci circondava due anni fa, per quanto saturo di comunicazione mobile, cellulari, smart phone, mail, internet e post su social network, rappresenta appena il 10% delle informazioni che le aziende digitali attualmente detengono. Uno spiraglio nel mondo in cui il nuovo capitale e’ rappresentato dalla mole di dati disponbili,  dove per dati si intende l’informazione allo stato bruto: la materia prima che  una volta “raffinata” cioe’ organizzata e analizzata e repurposed e’ “l’oro nero” delle’era informatica. E’ normale allora che Eric Scmhidt, il CEO di Google, faccia ambasciate in giro per il terzo mondo come in altri tempi lo facevano  i manager delle sette sorelle per assicurarsi l’accesso ai giacimenti vergini di petrolio. Oggi di  tratta di assicurare il libero flusso della nuova risorsa essenziale, i dati – i tweet, i post, l’ubicazione GPS da cui dedurre il ritratto di future  “customer base”. Stacey Vanek Smith la reporter di Market Place racconta delle nuove strutture sorte per immagazzinamento fisico dei dati – come la gigantesca “server farm” in Nevada dove un computer grande “come un paio di frigo” contiene l’equivalente di ogni scritto prodotto da essere umano dall’invenzione della scrittura  ad oggi. E ce ne sono centinaia. Il costo dell’immagazzinamento e’ ingente ma le aziende sanno che se investono oggi nella raccolta delle nostre “scie digitali” -– il “content volontario” a fronte del quale si possono fatturare miliardi in pubblicita’ e marketing – i  guadagni domani saranno formidabili.