closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
losangelista

Venice 3.0: l’ipocrisia simmetrica di Donald Rumsfeld

imgres

Sullo schermo, mefistofelico, strafottente, c’e’ lui, conservatore di ferro, repubblicano di lungo corso la cui carriera politica ha attraversato buona parte de secolo americano e per grande sfortuna di molti, specialmente centiania di migliaia di civili periti in Afghanistan e in Irak, anche i primi anni del nuovo millennio. Donald Rumsfeld   e’ un uomo chiave della destra americana, ponte fra la vecchia guardia politica e i neocon di George Bush. “Braccio armato” degli interessi corporativi  nella casa bianca e ministro della difesa con una vocazione militarista brandita con fede inflessibile nell’eccezionalismo USA. E’rimasto leggendario il  paternalismo col quale nelle conferenze stampa archiviava le domande  sulle “armi di distruzione di massa in Irak” o l’opposizione di governi  nella “Old Europe”. Una sua risposta – “l’assenza di prove non prova la loro assenza” rimane tristemente emblematica della leggerezza con cui fu implementata una catastrofe di cui il mondo fa ancora le spese. L’affermazione e’ tipica delle chiose beffarde con cui, dal podio del Pentagono, Rumsfeld congedava le richieste della stampa ed e’ la stessa strategia che impiega dalla poltrona sui cui per 33 ore lo ha fatto accomodare Errol Morris: sedute da cui il regista ha tratto The Unknown Known. La cinepresa di Morris, elegante e tagliente registra i sofismi con cui Rumsfeld condisce ancora le proprie disquisizioni, il ghigno  impudente di un uomo avezzo al potere e  l’impenitente difesa delle proprie calamitose decisioni; un potente capace di razionalizzare con la spaventevole immoralita’ di un fanatico; un ritratto che il regista definisce “terrificante e devastante”. A molti progressisti americani pero’ e’ destinato rimanere in bocca dell’amaro. Il confronto, inevitabilmente e’ con lo staordinario ritratto di Robert McNamara fatto dallo stesso Morris in Fog of War. In quel film/intervista l’uomo che come ministro della difesa di Kennedy gesti’ bombardamenti a tappeto sul Vietnam, finisce per crollare sotto il peso delle proprie repsonsabilita’, magistralmente guidato dall’intervistatore che impercettibilmente ma inesorabilmente lo accompagna al patibolo. Morris ieri ha spiegato che “se da Rumsfeld ci si aspetta una confessione si restera’ delusi. “Io non sono un prete, solo un ragazzo jewish di Long Isand”. “McNamara era come l’Olandese Volante che erra per il mondo in cerca di redenzione. Rumsfeld invece assomiglia piu’ al Gatto Cheshire che svanisce dietro quel suo sorriso. Non si sa mai se stia recitando una parte ed e’ questo il grande mistero del film”.  Non si puo’ pretendere forse che un documentario faccia le veci di un processo, ma e’ pur sempre consistente quel pezzo di America, del mondo,  che oggi considera sconsiderato, forse criminale, l’operato di Rumsfeld e dei suoi. Esiste altresi’ in questa America democratica, una tradizione che esige che anche i potenti non rifuggano il giudizio, no solo della storia. Una societa’ civile non abituata al fatalismo con cui altrove si accettano per scontate le dilazioni, le proscrizioni e l’impunita’ di casta. E’ l’America a cui non basta il noto ignoto o viceversa ma che come il resto del mondo avrebbe ha bisogno di noto mentre  dal mare di parole intessuto da Rumsfeld non si desume invece che la deduzione delle colpe. Il giornalismo si dice non puo’ essere piu’ della prima stesura della storia; l’intervista a McNamara dimostrava pero’ come un film potesse offrire una misura di catarsi liberatoria attraverso l’ammissione. Lo stesso Morris ha dichiarato che The Unknown Known e’ sicuramente “una bozza ancora preliminare”. “Se potessi mi piacerebbe continuare a intervistarlo per fargli tutte quelle domande che sono rimaste senza risposta”. Sono molti ad augurarasi che possa essere cosi’ o almeno che Rumsfeld possa un giorno porle a se stessso