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Venezia 4.0: un raccordo con la realta’

Rosi, Bassetti e personaggi

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Con il Leone d’Oro a Sacro GRA di Gianfranco Rosi e Niccolo’ Bassetti la giuria di Bertolucci ha lanciato un segnale inequivocabilmente politico e assolutament necessario di apertura al linguaggio “sovversivo” del documentario. Il modo con cui e’ stata accolta questa importante vittoria rivela altresi’ una solita provincialita’; i titoli corali  e trionfanti sull “irruzione del reale” nei festival indica una beata ignoranza degli ultimi 20 anni di cinema. Dimentica  Michael Moore a Cannes e all’Academy, l’Oscar a Errol Morris, poi a Gibney (entrambi presenti al Lido quest’anno), 30 anni di impegno per la “parita’” dei doc messa in campo a Sundance: e’ dagli anni ‘80 che  Redford insiste che vicino al cuore del suo festival c’e’ da sempre il “cinema del reale” come da altisonante neologismo adottato quest’anno dai titolisti italiani. Ricordiamo a Park City nel 2003 la verita’ lancinante di Capturing the Friedmans di Jarecki, o ancora quelle di Jesus Camp, Grizzly Man, Dogtown & Z Boys, Gasland, Man on Wire, Crumb, War Room, Exit Through the Gift Shop. Insomma da Pennebaker a Banksy,  20 anni  di straordinario revival di un genere che ha esplorato e messo in discussione piu’ di ogni altro i suoi confini e le proprie  possibilita’, un movimento da cui il pubblico italiano, impegnato forse nella visione di repliche di Don Matteo,  e’ stato tenuto al riparo. E cosi’ l’acclamazione dei titoli  e’ direttamente proporzionale anche alla colpevole ignoranza di illustri precedenti documentaristici italiani come il Trasloco di De Maria o Un Ora sola ti Vorrei di Alina Marazzi,  bellissimi film bellamente sorvolati e abbandonati a se stessi. (D’altra parte ci risulta che prima della selezione a Venezia anche GRA sia stato in gran parte snobbato dai “coproduttori” poi subito affrettatisi  a salire sul podio del vincitore).  Un arte da noi dimenticata allora, come archiviato e’ stato il movimento che, antesignano nel mondo, per primo aveva usato il “reale” come grimaldello poetico: il Neorealimso che in un momento similarmente difficile del paese, ha esplorato i confini di realta’ e finzione fondendoli in nuove forme tuttora rivoluzionarie, vedi Paisa’ o La Terra Trema,  sempre osteggiato dalla politica. A questa 70ima edizione  di Venezia le reazione contro la forza rivoluzionaria del doc e dei suoi “parenti” e’ stata rievocata dagli spezzoni di cinegiornali con le immagini di un altro Rosi sonoramente fischiato (come gia’ accaduto al Visconti di Terra Trema).  Nel 1963 la nomenklatura incravattata della sala grande aveva rumorosamente contestato il regista napoletano  mentre rititrava il Leone per  Mani sulla Citta’, racconto di una scomoda verita’ (per citare un altro doc recentemente protagonista di festival di mezzo mondo) che molti evidentemente avrebbero preferito tacere. E l’ostilita’ della politica alla cultura si e’ vista anche  nella lezione di neorealismo di Carlo Lizzani in cui il regista racconta come negli anni del successo planetario del neorealsimo,  la casta democristiana  cercava di contrastarlo perche’ latore di una verita’ in contrasto con le official version del palazzo. Lizzani in Non Eravamo Solo Ladri di Bicilette, ricorda come in quell’Italia venissero commissionate apposite lettere di ambasciatori in cui ci si lamentava dei “panni sporchi” esibiti al mondo da Rossellini e De Sica. La stessa provincialita’ che ispira i potenti meschini di un era contemporanea altreattanto e  piu’ gretta (ricordiamo Berlusconi che ordina di togliere la biancheria stesa nella Genova del G8?). Ecco che in questo contesto – al di la della poesia che il film di per se contiene – la  vittoria di Rosi e Bassetti assume una maggiore, piu’ urgente  rilevanza. Sacro GRA e’ quantopiu’ importante per via del suo sguardo “non ufficiale”,  fuori dagli schemi omologati  dai grandi fratelli, isole famose  e dalle miss Italia, lontano dagli stereotipi sul “made in italy” e  dalla retorica sulle “eccellenze italiane” di cui sono infarciti i comunicati stampa di ambasciate e istituti di commercio. Rappresenta cioe’ anche il coraggio di riappropriarsi di un modo di vedere e di raccontare “autentico”, di  dar voce, attraverso i protagonisti,  a quella “storia” nazionale che da vent’anni e’ stata offuscata dall’ orgiastico cafonal che e’ il “sistema Italia” della nostra classe dirigente e di cui la cultura del paese oggettivamente e’ ostaggio. I racconti come quelli del Sacro GRA sono un percorso necessario per un paese martoriato, che ha bisogno disperato di riconciliarsi con la sua storia, con le storie utili a decifrare il proprio presente, di correggere quello scompenso delle “narrative” determinato anche del fallimento del giornalismo,  e di tornare  a far parte della “conversazione”  culturale da cui nella sua privata e  anomala orbita esterna,  e’ francamente sempre piu’ tagliato fuori.