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losangelista

Venezia 2.0: un ponte sulla Biennale

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Dal Lido al’Arsenale sono nemmeno cinque minuti di vaporetto ma questo settembre il pezzo di laguna che divide le due isole dirimpettaie sembra essersi ristretto, avvicinando per alcuni versi i contenuti di Biennale  e Mostra del Cinema. Gia’ l’anno scorso Harmony Korine  aveva teso un simbolico ponte sullo stretto con Spring Breakers, un meta-film che  accorciava drasticamente le distanze fra sintassi narrativa del cinema e i cortocircuiti della videoarte,  operando sul linguaggio delle immagini almeno quanto e piu’ che sulla linearita’ narrativa, quel film con i suoi ossessivi rallentie, iterazioni melo’ esasperate incrociate col parossismo di un video dubstep reperito su Youtube  avvicinava insomma l’atto cinematografico a quello dell’arte contemporanea che quest’anno in contemporanea e’ in mostra all’Arsenale. Non c’e’ stata altrettanta convergenza di linguaggi  da quando Bunuel lavorava con Dali, un fenomeno favorito dall’ibridazione incubata nel frullatore digitale. James Franco – interprete non a caso di Breakers –  e’ chiaramente un fautore principale della convergenza, vedi la sua eclettica elaborazione di Gioventu’ Bruciata , il film culto che era il soggetto della “group-show” multimediale che ha curato prima a Venezia e in seguito al Moca di LA una mostra piena di pseudo e meta-narrative ispirate ai retroscena subliminali del film. L’anno scorso e’ stato anche quello del doc su Marina Abramovich (The Artist is Present) presentato a Sundance e la arti-star e’ presente ora al Lido con The Abramovich Method il film di Giada Colagrande  che documenta i workshop di espressivita’ che tiene nel suo studio di Upstate New York. Il fatto e’  degno di nota perche’ fino a qualche anno fa il luogo deputato dell’artista serba sarebbe stata decisamente piu’ una galleria dell’arsenale  che il festival di cinema. In fondo era stata preceduta da Banksy con il suo geniale pseudodoc Exit Thru the Gift Shop (tre anni fa a a Park City). Ora pero’ il fenomeno e’ piu’ generalizzato e va oltre il cross-over occasionale di cineasti prestati all’arte e viceversa, vedi i film di Steve McQueen (e’ stato appena acclamato a Telluride il suo nuovo 12 Years a Slave) o di Julian Schnabel. Sono ora sempre piu’ frequenti le occasioni di  sincretismo effettivo di linguaggio, un  influenza decisa sul modo di assemblare la narrazione filmica che presume una familiarita’ con l’uso trasversale che delle immagini hanno fatto  artisti come  Mike Kelly Paul McCarthy o Ryan Trecartin. Tutti e  tre quarda caso rappresentati nel Palazzo Enciclopedico come e’ intitolata quest’anno la biennale di arte contemporanea. Al 70mo festival,  film come The Canyons e in parte anche Palo Alto di Gia Coppola, adottano e appropriano linguaggi influenzati dalla dalla videoart, dettati dalla necessita’ – o dalla inevitabulita’ – di un nuovo modo di produrre  fruire delle immagini. Dopotutto l’immaginario iconografico sviluppato da artisti come Matthew Barney e Damien Hirst e’ molto penetrato anche nei videoclip – i cui due oggetti totemici/scandalosi  quest’anno sono stati Blurred Lines di Robin Thicke  e We can’t stop di Miley Cyrus (entrambi firmati da Diane Martel). Il momento ci sembra comunque singolare: una transizione verso lidi ignoti particolarmente evidente in festival come questo dove frammenti melo’ tradizionali come Philomena di Steven Frears convivono con oggetti “sperimentali” come il cinema di Franco e Kim Ki Duk. Un  momento di evoluzione e contemporaneamente di riflusso,  una transizione che potrebebe ridefinire i contorni del cinema, o forse come ipotizza Paul Schrader, semplicemnte rappresentare il nuovo stato di caos permanente.

  • pasquale

    Il 9 settembre(finita Venezia 70)si “aprirà” un altro “copione”. Due giorni prima dell’anniversario delle torri gemelle, (che avvenne 12 anni fa, anche quello come il 2013 era un anno del “serpente” cinese) il congresso Usa deciderà se attaccare la Siria senza risoluzione Onu. Di certo Obama-Pirro avrà messo al sicuro le figlie in un rifugio antiatomico, visto che un paio di bombe ad idrogeno potrebbero “suggellare” l’uscita dalla crisi e la “ripresa” economica come probabilmente le lobbyes finanziarie sperano alla vigilia di ogni guerra.
    E il nostro “cavaliere”? anche per lui il 9 settembre sarà una data memorabile visto che si deciderà della sua “decadenza” da parlamentare..(quel giorno a Roma ci sarà un gran caos, grazie allo sciopero dei trasporti pubblici nella capitale e la gente comune sarà impegnata ad incazzarsi con il nuovo sindaco dimenticando così le sorti del boss del pdl..). Ovviamente non c’è collegamento tra l’evento degli Usa e quello del “cavaliere”.. O forse si. La notizia della sorte del”cavaliere” passerà in secondo o terzo piano e poi l’emergenza “umanitaria” conseguente alla guerra potrebbe indurre Napolitano a “graziare” il dis-graziato capo di Mediaset?..forse no, e comunque è “solo” un collegamento “quantico”..