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Vendola al Pd: “la santa alleanza è un suicidio”

In questa intervista al manifesto fatta da Iaia Vantaggiato Nichi Vendola mette la parola fine alle speculazioni su un sì di Sel alla “santa alleanza” anti-berlusconiana da Fini alle sinistre.

Il presidente pugliese, a scanso di equivoci, difende la presenza nella coalizione di Antonio Di Pietro e avverte che l’abbandono delle primarie sarebbe un “depotenziamento” dell’alternativa alle destre.

di Iaia Vantaggiato

Vendola, dopo giorni di sussurri, ora ci deve una risposta. La fa o no questa «santa allenza» con Pd e terzo polo?

Rispondo ma prima devo fare una premessa.

Prego.

Il partito democratico è il perno fondamentale di qualsiasi costruzione alternativa al berlusconismo e nessuno può immaginare di sfuggire a questo confronto che – prima di tutto – è necessario per l’Italia. E tuttavia al carattere «necessitato» di questo confronto non si può sacrificare l’esercizio di una critica seria.

Vendola, «santa alleanza» sì o no?

La proposta di «union sacrée» contro Berlusconi è strategicamente priva di qualsiasi fondamento ed è tatticamente un suicidio.

Un suicidio addirittura. Perché?

Perché è frutto di un non voler intendere la vera natura del progetto di Gianfranco Fini che è legata a una critica da destra della destra Berlusconiana. Il progetto di Fini propone la rifondazione di un campo politico che è proprio di una destra moderna e europea, segnata dagli ingredienti del liberismo economico e del laicismo culturale.

Una destra «per bene» tutto sommata ma sempre destra.

Io rispetto molto i miei interlocutori politici e considero Fini un uomo degno di grande rispetto e attenzione. Non capisco perché debba manipolarne le idee e quell’impianto politico-culturale che sta tra una certa nostalgia dell’eleganza di Giorgio Almirante e la costruzione di una destra à la Chirac. Io prendo seriamente il suo progetto, ma quello resta il suo progetto. Io cosa possa fare con Fini? Posso cambiare la legge elettorale, posso fare una legge sul conflitto di interessi e regolare il sistema dell’informazione. Punto.

Fini è liquidato ma resta l’alleanza. Pd, Fli, Udc, Api. Non le sembra un po’ troppo?

Infatti. Possibile che l’emergenza sia tale da essere costretti a comporre un quadro di alleanze contro natura con un solo agnello di dio, con una sola vittima sacrificale che verrebbe espunta da questo rassemblement? E la vittima è Di Pietro.

Già, perché Di Pietro no e Vendola sì?

Perché il disegno è quello di un terzo polo che ingloba il Pd, trascina in posizione subordinata e con la coda tra le gambe Vendola e offre a Casini anche lo scalpo dei cosiddetti giustizialisti.

Non è che i giustizialisti piacciono a tutti.

Il giustizialismo è un veleno della cultura e della politica che ha infettato tutte le case di tutti gli schieramenti. Contro il giustizialismo delle idee – che oggi ha un segno di classe che parla di contenimento e di galera per i poveri cristi – io sono disponibile a fare una battaglia. Non sono però disponibile a regalare uno scalpo a chi intenderebbe così portarsi a casa una dote ricca di significati.

Eppure il «Corsera» ieri dava per certa la sua apertura a Casini.

Io non ho mai esercitato un diritto di veto nei confronti di chicchessia. E non ho mai detto con Casini mai. L’unico problema che ho posto è quello dell’apertura di un cantiere in cui ci si possa confrontare «all’aperto».

Con Fini no, con Casini si discute. Ma col Pd che si fa, soprattutto rispetto al tema del lavoro, vedi Mirafiori?

Ho notato il turbamento di Fassino e Chiamparino rispetto ai nuovi annunci di Marchionne e spero almeno che da questo momento in poi si smetta di chiudere la discussione con un atteggiamento di saccenteria che non ha ragion d’essere. E’ il Pd che ha sbagliato non vedendo il ricatto di Pomigliano e Mirafiori.

Un giudizio pesante. Sono pur sempre alcuni tra gli eredi del Pci.

Il Pd non ha capito il doppio movimento che in quelle vicende si è consumato. Di colonizzazione europea da parte della Chrysler – a cominciare dall’Italia – e di devastazione delle relazioni industriali costruite nel corso del ‘900 . Non a caso il Pd non replica nel merito quando Berlusconi e Tremonti dicono di cambiare l’art. 41 della Costituzione. Come se quello fosse un terreno sul quale è possibile aprire una discussione.

L’articolo 41 non si tocca. E il Pd non si è proprio strappato le vesti per difenderlo.

Per Berlusconi si tratta di «scrivere» Marchionne là dove c’era «scritto» art. 41. Si tratta di costituzionalizzare il principio di irresponsabilità sociale e ambientale dell’impresa. Su questo terreno c’è fino in fondo il profilo culturale della destra . E la sinistra? Dov’è il lavoro? E i riformisti? esiste un riformismo possibile se non si aggancia alla terra di lavoro? Possibile che il riformismo si sia ridotto a una mediocre apologia del turbocapitalismo nella sua fase più disumana e più irrazionale?

Appunto, «e la sinistra?».

Noi abbiamo la necessità di mettere in campo un nuovo centrosinistra e di aprire subito il cantiere, quello di una ricerca programmatica che incontri le questioni nodali di questo passaggio d’epoca. In un cantiere programmatico abbiamo bisogno di trovare risposte condivise sul terreno decisivo della redistribuzione delle ricchezze e della lotta contro la poverità.

Una materia, quella del lavoro, in cui ultimamente più agguerrita del Pd sembra l’Idv. Non sarebbe meglio allearsi con chi le battaglie dei metalmeccanici le ha sostenute?

Io non voglio discutere di forze politiche, né di vincoli e paletti. Non voglio discutere di veti e di interdizioni ma dell’Italia, della sua crisi, del suo dolore, delle sue speranza. E tutti coloro che sono disponibili a mettere in campo un programma alternativo fondato sul primato dei beni comuni, sulla difesa del lavoro inteso non come merce, sugli investistimenti nella cultura e nella pubblica istruzione, sulla lotta sociale contro il maschilismo e le sue patetiche performance dentro la scena pubblica.

Troppo di sinistra per il Pd. Non è che le stanno tendendo un tranello e che sotto alle lusinghe del Pd c’è il solito zampino di D’Alema?

Loro di due cose si devono convincere. Del fatto che difficilmente potranno determinare le condizioni perché il mio partito svolga un ruolo gregario.

La seconda?

L’idea che il senso della mia iniziativa sia quello di lanciare un’Opa sul partito democratico .

Ecco, l’Opa sul Pd. Tutti sono convinti che questo sia il suo obiettivo.

Altri l’hanno lanciata – non io – settori della borghesia d’impresa, centri del potere economico del nostro paese, per non parlare del fatto che anche una parte del disegno centrista è proprio quella di cannibalizzare il partito democratico. Sbaglio o Rutelli oggi è un leader del terzo polo?

Sì Rutelli è un leader del terzo Polo. E a molti non piacerebbe che lo diventasse anche Nichi Vendola.

Io sono leale e ho un’unica ambizione. Vorrei che il piccolo e meschino tirassegno nei miei confronti si interrompesse. Perché la mia ambizione non è quella di sovrapporre la mia carriera alle sorti del paese. Eviterei questo genere di torsioni polemiche perché si possono facilmente capovolgere su chi le promuove. Quindi se potessimo mettere al bando questo livello di meschinità – e parlo di alcuni leader Pd – ne guadagneremmo tutti quanti in stile e in salute politica.

Se ne approfitta. Dall’assemblea nazionale il Pd non ne è uscito molto bene.

Quell’assemblea descrive una condizione di sofferenza, una frammanentazione di lotte intestine portata a conseguenze catastrofiche. Ma è un problema del Pd.

E un altro problema del Pd sono le primarie.

Se il Pd non vuole rompersi la testa e non vuole andare a sbattere non può sgombrare il campo da uno strumento che in tutta evidenza risulta essere la dotazione di un’energia supplementare, l’apertura di un processa democratico e culturale che rende credibile la parola d’ordine dell’alternativa al berlusconismo. Chi gioca al depotenziamento, al sabotaggio o all’esorcismo del tema delle primarie sta giocando col fuoco.

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 6 febbraio 2011