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Vendita di Acea, Alemanno sempre più solo

La privatizzazione dell’Acea non è una vicenda locale. Le utility comunali del Nord-Ovest cercano di fondersi in un’azienda più grande e puntano ad allargarsi al Veneto e all’Emilia. L’azienda domina il centro e punta al Sud. Il sindaco vuole venderla da due anni nonostante il referendum. Ma è sempre più solo: litiga con i cittadini, con la sua stessa maggioranza e con i potenziali alleati. Oggi vertice decisivo in Campidoglio.
Gianni Alemanno sempre più con l’acqua alla gola. Il sindaco di Roma non riesce a rompere l’ostruzionismo in Campidoglio contro la privatizzazione del 21% di Acea (primo operatore italiano nel settore idrico con il 12% della popolazione servita). Anzi, l’ex colonnello di An perde pezzi anche della sua maggioranza attuale o potenziale. Perfino il Pdl ieri invece di discutere di municipalizzate e acqua ha passato tutto il mattino inneggiando al ritorno dei «nostri leoni» (i marò detenuti in India). Mentre in serata l’Udc capitolino ha chiesto ufficialmente al primo cittadino di fermarsi con il progetto di privatizzazione previsto in sei righe (!) della delibera 32.

Il momento è critico per il sindaco. Il Tar ieri ha bocciato la sua delibera anti-alcol e dal 25 maggio a Roma aumenterà del 50% il biglietto dell’autobus e degli abbonamenti Atac (l’azienda comunale imbottita di parenti ed ex fascisti nello scandalo Parentopoli). Alla tragedia si aggiunge la farsa. Perché mentre i comitati per l’acqua pubblica ieri hanno inneggiato ad «Alenocchio», Alemanno ha risposto con la proposta di un sito «basta balle» su Acea.

Un burlesque all’amatriciana che è solo il contorno di una privatizzazione da centinaia di milioni che il sindaco promette da oltre due anni e non è ancora riuscito a realizzare. Tanto meno ai minimi di borsa, dopo lo straordinario successo del referendum di un anno fa e della manifestazione del 5 maggio.

L’opposizione in consiglio comunale contro la delibera 32 è trasversale (da Sel al Pd alla Destra) ed è fermissima. Ieri è stata votata una dozzina di ordini del giorno su 25.000. Ma è lo stop centrista a destare il maggiore interesse.

Perché il timone operativo di Acea è già in mano a Francesco Gaetano Caltagirone (primo azionista privato con oltre il 16%), genero di Pier Casini. Un patto di sangue in cui il presidente Acea, Marco Cremonesi, è uomo del costruttore romano e l’ad, Marco Staderini, prima di approdare ad Acea è sempre stato l’alter ego di Casini nei cda di Ferrovie, Lottomatica, Inpdap e Rai.

L’Udc ieri ha chiesto ad Alemanno di ritirare la «delibera 32» e ricominciare. Con una lettera che, non a caso, arriva subito dopo il faccia a faccia del sindaco con il senatore ex Cdu oggi Pdl Mauro Cutrufo (già vicesindaco proprio di Alemanno) per parlare dell’alleanza con i centristi nel 2013.

Il risultato è indecente per una capitale europea: il sindaco svuota un referendum, litiga con i cittadini, è in lite perenne con la sua stessa maggioranza ed è ricattato sia dai poteri che da sempre dominano Roma che dai potenziali alleati.

Al di là dei proclami contro i movimenti presunti «bugiardi», è ormai evidente che Alemanno è sempre più solo. Oggi alle 11 proverà a aggirare gli ostacoli attraverso un vertice in Campidoglio con tutti i capigruppo, anche di opposizione.

Difficilissimo che ci riesca. La partita dell’acqua romana non è una vicenda locale. Le utility comunali del Nord-Ovest cercano di fondersi in un’azienda più grande e puntano ad allargarsi al Veneto e all’Emilia. L’Acea domina il Centro Italia e punta al Sud. Pochi soggetti dediti al profitto, altro che beni comuni…

Vendere il 21% di Acea (al comune di Roma resterebbe il 30%) alle quotazioni attuali è un suicidio economico. «Non crea valore per gli azionisti e non ha valenza strategica per il comune, che evidentemente ha proprio bisogno di soldi», sintetizza un analista di borsa citato dalla Reuters. A maggio 2011 Acea valeva 8,5 euro ad azione. Ieri era precipitata a 3,9. Il 21% dunque oggi vale circa 180 milioni.

Soldi che sono quasi tutti da dedicare, per legge, agli investimenti e non alla riduzione del debito. Quindi non rimarranno nelle casse pubbliche ma saranno rimesse in circolo. Magari agli stessi gruppi appaltatori che potrebbero investire in Acea.

Di fronte al decreto 138 del 2011 il sindaco-azionista ha soltanto due strade: o scende in Acea al 40% (non al 30%) e vanifica un referendum votato da 1,2 milioni di romani, o mette a gara l’illuminazione pubblica.

Acea ha appena ottenuto dal comune il diritto a un congruo indennizzo in caso di rottura dell’appalto sui lampioni. La luce delle strade vale 50 milioni l’anno fino al 2027. L’acqua (il core business) frutta oltre 3 miliardi annui. Conti e valutazioni che ognuno può fare da sé. Per capire: 180 milioni sono appena 3 km di metropolitana. In più, Acea potrebbe comunque partecipare alla gara sui lampioni e vincerla. Oggi potrebbe essere il giorno della svolta. E della ritirata.

dal manifesto del 18 maggio 2012