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Quinto Stato

La laurea “carta straccia”, fantasma dei liberalizzatori

Luigi Einaudi

Indiscrezioni rumorose sostengono che venerdì prossimo il governo Monti abolirà il valore legale del titolo di studio. C’è la possibilità che il voto della tesi non sarà più valutato nei concorsi pubblici. E si dice che modificherà anche il sistema di «accreditamento» degli atenei.

Sullo sfondo c’è il progetto di formalizzare la differenza tra università di «serie A» e «serie B», tra atenei (del Nord) che si dedicano alla ricerca d’eccellenza e atenei (del Sud) destinati a produrre più laureati possibili con fondi decrescenti. Insomma, una laurea presa a Bari avrebbe un valore formale inferiore di quella presa alla Bocconi di Milano.

«Così non si va nessuna parte – afferma il rettore dell’università di Bari Corrado Petrocelli – negare il valore legale della laurea significa compromettere definitivamente la mobilità sociale. Dietro queste proposte, c’è l’idea di concentrare le eccellenze in poche realtà, lasciando che tutti gli altri atenei svolgano attività derubricate a rango inferiore. Si rischia di compromettere l’omogeneità del nostro sistema universitario, fondata sull’inscindibilità tra ricerca e didattica. Invece di collaborare per raggiungere un obiettivo, qui si vorrebbe imporre un criterio di governo estraneo alla nostra attività. È già successo con la regola del 90% nel rapporto tra spese fisse e fondi statali».

Gli esperti come Carlo Finocchietti – direttore di un centro specializzato nel riconoscimento dei titoli, il Cimea – provano a mettere ordine nel polverone alzato da un appello sottoscritto, tra gli altri, da Francesco Giavazzi, Alberto Alesina, Margherita Hack e Andrea Ichino, fratello del più famoso Pietro. «Abolire il valore legale del titolo di studio è irrealistico – afferma – c’è bisogno di una riforma costituzionale che, con i tempi che corrono, non mi sembra possibile. E poi si dovrebbe eliminare l’ordinamento didattico nazionale, cancellare il concorso come strumento di accesso alle professioni». Ipotesi peraltro già esclusa: chi vorrà fare il medico, o l’avvocato, dovrà laurearsi e fare l’esame di stato.

Ma allora di cosa si sta parlando, in realtà? «Si contrappone il modello “liberista” degli Stati Uniti a quello “corporativo” italiano, ma da decenni la situazione è cambiata su entrambe le sponde dell’oceano – spiega Finocchietti – in Italia c’è già stata una liberalizzazione che ha depotenziato il valore legale a favore dell’autonomia degli atenei che definiscono la propria offerta formativa. Anche negli Stati Uniti, si sono stabiliti standard minimi verificati da società di accredimento su base di disciplinare o territoriale».

Ma se il governo facesse sul serio? «È probabile allora – risponde Finocchietti – che invece di ottenere una concorrenza verso l’alto tra atenei, ci sarà una competizione al ribasso. Si verranno così a creare fabbriche di diplomi contro le quali già oggi ci si difende a fatica. Eliminando, o riducendo, la protezione legale, si aprirebbe il campo ad un grandissimo numero di atenei fasulli, con titoli privi di contenuto».

Gli studenti della Rete della conoscenza intervengono nel dibattito sostenendo che la “liberalizzazione” del sistema universitario attuale equivale alla sua definitiva deregolamentazione. I tagli al fondo per gli atenei (1,3 su un budget di 7,4 miliardi di euro annui nel 2008) e la forte sperequazione territoriale tra atenei del nord e del sud, tra mega-atenei e piccoli atenei, e poi tra atenei che sorgono in territori depressi economicamente e quelli invece che vivono in luoghi più produttivi, equivale a ridurre i servizi (e le spese) e imporrà ai rettori di far cassa aumentando le tasse agli studenti universitari. Ad esser penalizzati dai tagli sono stati principalmente le Università meridionali. La maggior parte dei 29 Atenei che hanno subito un taglio maggiore della media (7.2%) si trova al Sud.  Anche le organizzazioni sindacali sono su queste posizioni.

«A questo progetto – sostiene Francesca Coin, ricercatrice della Rete 29 aprile, tra le prime a denunciare il progetto del governo – c’è anche l’introduzione dei prestiti d’onore e l’aumento delle tasse. Con una disoccupazione giovanile al 30%, si rischia il crollo delle immatricolazioni. La stessa Moody’s ha di recente definito “worrisome”, preoccupanti, gli effetti che potrebbe avere questo progetto».

La proposta dell’abolizione del valore legale del titolo di studio ha attraversato sottotraccia anche questa legislatura. Nel 2011 è stato oggetto di un larghissimo dibattito accademico presso la Commissione cultura della Camera. In quella sede, i rappresentati del Consiglio Universitario Nazionale (Cun) sono intervenuti sulle possibili implicazioni che avrebbe questa decisione rispetto alla “liberalizzazione” delle professioni tentata oggi dal governo Monti.

“Nei concorsi pubblici e negli esami di abilitazione per le professioni il valore preselettivo della laurea è molto scaduto per cui l’abolizione totale del valore legale del titolo porterebbe ad un rafforzamento di quei criteri selettivi extra-scolastici che già oggi sono percepiti dagli interessati come più importanti della laurea, ai fini del raggiungimento dell’obiettivo finale. L’effetto più probabile sarebbe quello di stimolare la concorrenza nei servizi privati di preparazione alle prove finali. Inoltre, va posta attenzione che l’abolizione legale del valore della laurea darebbe un maggior peso agli ordini professionali che potrebbero influenzare pesantemente le scelte culturali degli atenei”.

La partita inaugurata dal governo dei professori sulle liberalizzazioni e, a cascata, sul vecchio motto di Luigi Einaudi, quello di abolire il valore legale del titolo di studio, nasconde dunque questo scenario: il rafforzamento del potere delle corporazioni che da sempre desiderano intervenire sulla formazione dei loro membri (e non solo sull’accesso alla professione).

E’ questo il parere dei rappresentanti dell’ordine professionale degli ingegneri:

“Tale processo potrebbe essere abrogato solo e soltanto se, contemporaneamente, fossero introdotti uovo meccanismi di verifica e validazione dei percorsi formativi (accreditamento) e delle conoscenze e competenze dei candidati all’esercizio della professione (nuovo esame di Stato preceduto da un congruo periodo di tirocinio) affidati alla completa ed autonoma responsabilità dell’Ordine professionale”.

Oggi in Italia conosciamo la moltiplicazione di atenei privati o para-pubblici, di università telematiche e di università sedicenti. Nel caso di una “liberalizzazione” del titolo di studio assisteremmo alla nascita di un altro mercato, quello dell’accreditamento dei corsi e delle sedi da parte di soggetti indipendenti dalle università (e dalle scuole). Ciò non toglie che le “colorazioni” (vale a dire i moderni “ordini professionali”, insieme alle università più forti (quelle “eccellenti”) non possano creare i propri enti di accreditamento. Avviando così una “competizione” viziata all’origine. Secondo la ricostruzione del Cun, il governo Monti darebbe il via a questo scenario.

I rappresentanti di Confindustria ne sono certamente consapevoli. E infatti, nell’audizione del 25 maggio 2011 alla Camera, hanno sostenuto:

“L’abolizione del valore legale del titolo di studio (…)va accompagnato da un sistema di accreditamento dei corsi di studio. La crescita di strumenti di valutazione deve andare di pari passo rispetto all’abolizione del valore legale. Per Confindustria è importante, a tutela del consumatore di formazione e degli studenti , la “sostituzione” del valore legale con un sistema di accreditamento svolto da agenzie indipendenti, che assicuri la verifica del “valore reale” dei corsi di studio universitari. In questa direzione peraltro si sta già andando da parte del Miur sia attraverso i “requisiti minimi” che attraverso l’istituzione dell’Anvur”.

E’ curioso notare come i difensori della tesi “abrogazionista” non vogliano “liberalizzare” completamente il mercato dell’accreditamento (se non relativamente ad alcune professioni), bensì di affidare ad un ente controllato dallo stesso ministero (quindi dal governo), l’Anvur, questa missione. Questo ente, che rappresenta una delle colonne portanti della riforma Gelmini dell’università, si troverebbe a ricoprire un doppio ruolo: dovrebbe innanzitutto valutare la qualità della ricerca, della qualità dei “servizi” erogati dagli atenei agli studenti (“Consumatori”) e poi anche determinare i criteri a partire dai quali un corso di laurea può partire. In altre parole, questa è un’ulteriore sottrazione di autonomia agli atenei. L’Agenzia di valutazione della ricerca svolgerà un ruolo politico di indirizzo e di controllo sugli atenei, come sui singoli ricercatori. Nel disegno della riforma Gelmini (e non solo nei pareri degli esperti di Confindustria) emerge il progetto di individuare i ricercatori e le migliori università sulle quali valga la pena investire, assegnando “premi” economici, sulla base del potere conferito a questa agenzia governativa.

Tutto il contrario, dunque, di una “liberalizzazione”. La confusione di questi progetti, che mescolano suggestioni liberiste e prevedibili ricadute corporative, non permettono di avviare un dibattito sereno sulle policies della ricerca, e dell’organizzazione della conoscenza in Italia.

  • alex

    buon giorno, perchè invece di pensare a riforme demenziali non investite nell’istruzione e nella ricerca universitarie statali? Abolite gli ordini professionali vere caste!!!!!!!!!!!!!!
    Lauree di stato in istituti statali di qualita’ con fondi e mezzi e titoli di stato con valore legale e professionalmente spendibile subito su un mercato della scienza concorrenziale. ma gli ordini non li toccate però.a boliteliiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii