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Nuvoletta rossa

Vaghe stelle del fantafumetto, fra ristampe e novità

La fantascienza: un genere per tutte le stagioni, frequentatissimo fin dalla nascita della narrativa popolare, del cinema e ça va sans dire del fumetto. Come un fiume carsico, però, con momenti di grande spolvero alternati a siccità apparente. La tendenza attuale? Quella di un allegro torrentello, fra riscoperte interessanti e rare ma significative “nuove proposte” da tenere d’occhio.

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Philippe Druillet, per dire. Impossibile riassumere in poche righe questo ultrasettantenne francese: figlio di fascistoni espatriati in Spagna. Piccolo paziente di Louis-Ferdinand Celine. Collezionista di coleotteri. Protetto di René Goscinny, coautore di Asterix. Pittore e scultore. cofondatore de gli Umanoidi Associati e autore di bedé apprezzatissimi ovunque, ma non in Italia, dove il suo segno nervoso e dettagliatissimo è un cult per pochi… ce lo ricorda Magic Press con due pilastri della produzione del Maestro francese: Lone Sloane – L’integrale e e Salambò. Sul proscenio, lo Space Cowboy creato da Druillet per Pilote nel 1966, ed evidente fonte di ispirazione di George Lucas (fan dichiarato) per molte invenzioni di Star Wars. Le due raccolte in vendita rispettivamente a € 30 e 20 raccontano il meglio del personaggio, testimoniando vent’anni di evoluzione grafica e narrativa: e se all’inizio l’influenza dei fumetti a stelle e strisce pare evidente, nel tempo l’avventura di Sloane parte per la tangente, con una commistione di suggestioni estetiche in grado di spaziare (!) da Gustave Flaubert all’arte concettuale. Fumetto da meditazione, da centellinare con calma per meglio apprezzarne le infinite sfumature, nella speranza che prima o poi Magic Press si decida a pubblicare opere come La notte, storia “terapeutica” di bikers futuribili realizzata in omaggio alla moglie scomparsa.

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Sempre Science Fiction, ma con un taglio diverso, in Patience di Daniel Clowes, edito da Bao a 25 euro, l’opera più lunga e forse più dichiaratamente “leggera” dell’autore di Chicago. Leggerezza relativa, ovviamente, perché come nel capolavoro di fine Anni ’90 David Boring, la tendenza allo scavo psicologico è spinta all’eccesso, con una attenzione maniacale nei confronti dei tic, dei trascorsi, delle fobie e degli umanissimi limiti dei personaggi. Anche qui, il gioco citazionista riprende gli stilemi di tanti comic books Anni 60, fra viaggi nel tempo e buffi gadget tecnologici dai presupposti improbabili: ma proprio il contrasto stridente fra la meticolosità del character building e le scorciatoie da rotocalco misterioso crea le premesse per una lettura straordinariamente stratificata e appagante. Motore della vicenda, due amanti di straordinaria normalità, costretti a inseguirsi fra le pieghe del presente e del passato per riuscire a ricavarsi una speranza per il futuro, Clowes aggiorna il mito di Orfeo ed Euridice alle inquietudini contemporanee dell’eterno precariato. Il lavoro che non c’è, le seduzioni che non si consumano, il senso di futilità che trasforma ogni eroismo in un’impresa senza catarsi e senza redenzione… Ce ne sarebbe abbastanza da chiedersi di di quali delizie sarebbe capace Clowes con un qualsiasi super-eroe dai super-problemi. Peccato non apprezzi.

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A proposito di super-eroi con super-problemi: mai dimenticare quelli giapponesi. Non tanto i mecha, che pure rappresentano una voce importante nel catalogo dei manga; quanto altri eroi “maledetti”, anche culturalmente piuttosto lontani dal milieu cui ci ha abituati il fumetto di casa nostra. Uno su tutti, il Violence Jack di Go Nagai, strepitosa incursione del papà dei vari Mazinga, Goldrake e Jeeg nel genere della fantascienza apocalittica e “sequel alternativo” di Devilman. Anche questo gigante alto oltre due metri dal ghigno lupesco e dalla forza prodigiosa ha i connotati di un demone votato al bene, con la sua ostinazione nell’esercitare la violenza del titolo solo sui sopravvissuti più biechi al catastrofico terremoto che ha trasformato il Giappone in una tabula rasa. Ma anche se il primo volumetto della ristampa organica di Violence Jack sembra perfettamente in linea con i canoni del genere, in realtà la maxi serie di Nagai va letta alla luce della durata monstre, diciotto tankobon da 500 pagine per € 9,90 e oltre venti anni di lavorazione: una cupa e avvincente digressione sul male nascosto nel cuore degli uomini che lascia ben poco spazio alle frivolezze. Per quelle, c’è in edicola la serie completa ed economica dei super-robot prodotta dalla stessa J-Pop per celebrare la carriera del mangaka acclamato ospite dell’ultima edizione di Romics.