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losangelista

USA -Russia: La Guerra Ghiacciata

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Un momento di vera emozione agonistica dalle olimpiadi di Sochi alla fine è arrivato: la rimonta al cardiopalma negli ultimi tre minuti di tempo regolamentare (e l’incredibile vittoria ai supplementari) delle donne canadesi sulle acerrime rivali americane nella finale di Hockey su ghiaccio. La gara ha messo in crisi i telecronisti americani che a pochi secondi dalla fine erano stati pronti stappare una magnum di retorica patriottica e si sono invece trovati a commentare una cocente disfatta. Per ottimizzare gli ascolti, infatti, l’esclusivista dei giochi ,la NBC, aveva puntato proprio sull’Hockey, e in particolare sulla nazionale maschile nel cui caso, data la località, era stata enfatizzata la rivalità “storica” con la squadra russa. Allo scopo di scaldare la tifoseria nazionale è stato così rievocato fino alla nausea il miracle on ice ovvero la vittoria degli USA sull’Unione Sovietica nella semifinale olimpica di Lake Placid nel 1980. Allora, recitano le scritture, una banda di giovani dilettanti, puri d’animo e di spirito, riuscirono improbabilmente a battere una falange di orchi sovietici, abbrutiti da un allenamento siberiano e dalla tirannide comunista. Dopo esser passati in prevedibile svantaggio, i ragazzi a stelle strisce furono protagonisti allora di una entusiasmante rimonta fino alla vittoria per 4-3. Oltre al punteggio, la partita conserverebbe anche l’aura emozionale di un’Italia-Germania, o almeno questo viene rievocato agli Americani ogni 4 anni quando in occasione delle olimpiadi ci si ricorda dell’Hockey internazionale e immancabilmente si dissotterra l’indimenticabile “miracolo”. Roba da Rocky contro Ivan Drago, intendiamoci, con lo stesso happy ending kitsch ricucitogli sopra e sbandierato fino a rendere una effettiva impresa sportiva un simbolo di soverchiante propaganda politica. Allora si era in fondo ancora nel terzo decennio di una Guerra Fredda che aveva plasmato tutto il dopoguerra e agli albori dell’era reaganiana che stava per riesumarla a prevalente ideologia e dottrina di egemonismo geopolitico. Per i giochi di Sochi la liturgia e’ stata puntualmente rispolverata e già dai primi giorni i servizi sulla scarsità delle strutture di accoglienza e la minaccia cecéna sono stati inframezzati da sgranati spezzoni di archivio sul ‘miracolo’ col malcelato intento di adattare quella narrativa antisovietica, chiavi-in-mano, a modulo utile per la nuova rivalità con la Russia di Putin. E così i commentatori della cerimonia d’apertura non hanno lesinato ironie all’indirizzo dell’ultimo tedoforo, il leggendario portiere della nazionale CCCP Vladislav Tretjak (che a Lake Placid era stato sosituito a meta’ partita); i media americani non hanno perso occasione di sottolineare come l’oro nell’Hockey fosse il premio più ambito del progetto propagandistico dello “czar” Putin, con la palese implicazione che l’hockey Americano, forte del campionato professionista più ricco del mondo, avrebbe potuto dare una nuova lezione allo strapotere russo. Quando le squadre si sono effettivamente incontrate nel girone eliminatorio il copione e’ sembrato essere esaudito con la vittoria americana ai rigori (per la verità resa possibile dall’annullamento assai dubbio di una precedente rete russa). L’autore del rigore vincente, TJ Oshie, e’ stato portato in trionfo nei talk show come un Jesse Owens vittorioso sotto gli occhi di Hitler. Ancora peggio, quando i Russi si sono poi fatti eliminaredall Finlandia c’e’ stato un indecoroso coro di schernimento con titoli cubitali di “Do Svidania” all’indirizzo della nazionale ospite. Al di la dell’antisporività poco stilosa, la cosa ha sottolineato come improvvisamente passino nuovamente per accettabili certi toni irrisori – o apertamente ostili – verso la Russia, pur se sublimati nel tifo. È come se la rivalità col vecchio impero del male abbia tacitamente autorizzato un ritorno ad una diffidenza sopita ma ancora ben presente nel DNA nazionale che è riaffiorata appieno in occasione dei giochi. Complici da un lato gli eccessi autoritari di Putin e dall’altro il martellamento anti-russo dei media, le olimpiadi hanno catalizzato la crescente contrapposizione fra Russia e USA nel teatro globale: dalla Libia alla Siria all’Iran a Kiev. La crescente tendenza anti-russa a cui si assiste oggi in America è trasversale, interessa sia la vecchia destra orfana di Stranamore che la “sinistra” progressista giustamente inorridita dalle proscrizione dei gay, i soprusi dei diritti civili e i pestaggi delle Pussy Riot (per non parlare di chi ha perso anche molti di più come la povera Anna Politovskja). Ai prevedibili attacchi dei falchi si aggiungono cosi’ in questi giorni denunce da fonti meno sospettabili; la “illuminata” rete liberal NPR ad esempio che ha fatto una rassegna di crisi internazionali sostenendo che le drammatiche situazioni in Siria, Ucraina, Georgia ed Egitto fossero una diretta conseguenza dell’unilaterale intransigenza di Putin, piuttosto che drammatiche zone di instabilità di difficile riconduzione ideologica, dove si affrontano con agende occulte e pochi scrupoli interessi russi e americani ed europei. Certo le notizie provenienti dalla Russia putiniana non aiutano. La corruzione endemica, la colossale depredazione del paese ad opera degli oligarchi, la vocazione all’autoritarismo e le leggi xenofobe e omofobe, più gli antisemitismi, i razzismi e gli ultranazionalismi che sembrano sgorgare spontanei da molte componenti sociali, dipingono un quadro indecifrabile e spesso sconcertante. Per questo l’invio di una delegazione olimpica “gay” da parte di Obama è stata acclamata a sinistra come una opportuna posizione di principio. È noto altresì che quando la critica deborda in demagogia si scatenano forze mai sane o prevedibili . E in America quando c’e’ di mezzo la Russia il nazionalismo più becero è sempre dietro l’angolo. Il coro opinionista “antiputiniano” sconfina così facilmente in un populismo xenofobo costruito su facili generalizzazioni contro il quale, di recente, si sono levate però alcune voci fuori dal coro. Ad esempio quella di Stephen Cohen, professore emerito di studi russi a Princeton e alla NYU, autore questa settimana di un lungo saggio su The Nation intitolato Distorting Russia. Secondo Cohen nella stampa americana si sta assistendo ad un preoccupante aumento di articoli tendenziosi e infiammatori e ad un conformismo ideologico simile quello imperante durante la guerra fredda. Cohen sostiene inoltre che le mezze verità e le “flagranti omissioni” dei media americani e occidental offuschino con gli attacchi a Putin l’esistenza di chiare azioni destabilizzanti pilotate da Washington e Bruxelles per favorire un “cambio di regime” in uno stato ex-sovietico con storici legami politici geografici e culturali con la Russia, giungendo a definire la posizione USA in Ucraina una manovra golpista nel “cortile di casa” dei Russi. Più probabilmente quella ucraina e’ il prototipo di moderna crisi post-democratica con apparenti paralleli alle primavera arabe e alla situazione venezuelana. Dipingere la contrapposizione russo-americana come una contesa fra nefandezza e virtù quindi si avvicina per mistificazione e malafede alla semplicistica narrazione della guerra fredda. Un’altra probabile realtà invece è che pur con tutte le preoccupanti caratteristiche che abbiamo detto, nel volatile quadro geopolitico odierno, la Russia sia semmai un utile contropeso ad un egemonsimo Americano che, questo si, non ha perso alcuni perniciosi vizi dello scorso secolo. Forse anche per questo durante il torneo di Hockey sono diventate nuovamente correnti le imitazioni dei pesanti accenti russi e le caricature “sovietiche” sono rientrate rapidamente nel vernacolare di comici standup e talk show. Putroppo per la NBC comunque l’anelata replica del miracolo sul ghiaccio non ci sara’: i Russi si sono fatti eliminare dalla Finlandia e gli Americani sono stati battuti sonoramente dal Canada (e poi anche dai Finlandesi che li hanno esclusi dal podio). Alla fine la finale è stata fra Canada e Svezia, due moderate socialdemocrazie da cui i Canadesi sono emersi come unica superpotenza del ghiaccio.