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losangelista

USA-Messico: immigrazione finita

artefatto xenofobo photoshop di era migratoria

Come titolo non e’ male, sicuramente epocale. “Finita l’Immigrazione”; tipo “Scoppia la pace nel mondo” o “Fermato il global warming”. Ma l’iperbole stavolta e’ apparentemente corroborata dalle statistiche, quelle raccolte dal Pew Hispanic Center che analizzando dati  del censimento rileva una progressiva flessione delle entrate clandestine negli USA dal Messico e, durante gli ultimi cinque anni, un concomitante un aumento delle “uscite” di immigrati tornati per restare al loro paese. Al punto che per la prima volta in 40 anni il flusso migratorio piu’ massiccio della storia verso gli Stati Uniti, al netto chiude in parita’. A spiegare lo stallo di un mastodontico movimento demografico si adduce la militarizzazione del confine (e durante gli ultimi anni l’impennata del numero di disgraziati morti nel tentativo sempre piu’ arduo di attraversare il deserto braccati da banditi, “scafisti” di terra e agenti della migra), la flessione delle nascite in Messico (improbabile) e ben piu’ plausibilmente la crisi economica del “Norte”. Sta di fatto che il cambiamento e’ di portata biblica; negli ultimi 40 anni la transumanza di profughi economici da Messico e Centroamerica ha creato il paese trasversale del Sudovest ispanico, un luogo di delocalizzazione  “interna” e ibridazione culturale che ha riportato molto del territorio appartenuto alla corona spagnola e al Messico a maggioranze “latine”. San Antonio, Los Angeles, Phoenix, Las Vegas, Tucson, Albuquerque sono metropoli di una regione “bruna”, capitali dei tacos e del Tex Mex dove l’aria e’ gravida di corridos e profuma di pupusas, metropoli ispanoamericane stratificate dove si incrociano artefatti di  popcultura come i lowrider e la lucha libre praticata in magazzini di periferia, antiche militanze sindacali, cinema e arte chicana: una “Aztlan” (la terra ancestrale precolombiana politicamente riappropriata dai movimenti di orgoglio Mexica) postmoderna e fisiologicamente bilingue dove lo spanglish e’ lingua franca (salvo sacche linguistiche di dialetti indigeni: a LA nel 2012 si parla anche Quechua, Purepecha e Maya). Insomma un esuberante esilarante “melting pot” in cui l’immigrazione e’ la dinamica storica prevalente – il segno regionale caratteristico, compreso nelle forze xenofobe opposte – le ronde volonatrie dei minutemen sul confine fanno parte del paesaggio quanto i filari di campesinos che raccolgono i frutti del paniere californiano. Un grande esperimento binazionale di era multietnica –  insomma un successo,  malgrado soprusi e tensioni sociali. L’immigrazione ispanica  ha temperato il rigore anglo con una sana dose di colore e fatalismo sudista. Ora che l’immigrazione e’ “finita” molti  sicuramente auspicherebbero che anche tutto questo  rifluisse a sud della barriera di confine da dove e’ venuto, ristabilendo le giuste omogeneita’ etniche: un miraggio futile anche perche’ da 200 anni e passa i flussi passano la linea come le maree  e come dicono i latinos con  la saggezza dei secoli: “non abbiamo passato noi il confine, sono i confini che hanno passato noi”, una verita’ sempre piu’ diffusa dell’era globale . Ma il dato rimane ed e’ significativo. Ora aspettiamo di leggere: “Code di immigrati a Pantelleria per gli imbarchi verso la Tunisia”.

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