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losangelista

US BORAX

“Welcome to Boron…Motherfuckers!”, “benvenuti teste di cazzo!” il saluto urlato da un minatore davanti ai cancelli della US Boron al passaggio dei pullman scortati che portano gli operai “sostitutivi” nella piu’ grande miniera di borace in nordamerica. “Scabs! Scabs! Scabs!: Crumiri! Andate a casa!” una donna urla l’esasperazione dei minatori esclusi dalla serrata del piu’ grande giacimento mondiale di boro, minerale da cui derivano composti chimici  dalle molteplici applicazioni industriali, dalla manifattura di detergenti a quella di schermi televisivi. La miniera di Boron e’ una gigantesca voragine nel deserto del Mojave a 150Km da Los Angeles a ridosso della base aeronautica di Edwards dove atterra occasionalmente lo space shuttle, ed e’ fonte di meta’ dei borati del mondo. I materiali estratti, raffinati e caricati su vagoni ferroviari  verso il porto di Long Beach per l’esportazione in tutto il mondo, sono il prodotto di millenni di evaporazione sul fondo di antichi laghi e da sempre oggetto di scavi in questi deserti punteggiati di company town i paesi creati dalle aziende per ospitare i minatori in questa  ingrata pianura. Boron e’ uno di questi, composta da un centinaia di mobile home in cui da 50 anni abitano i minatori della US Borax proprietaria della miniera, diventata nel frattempo filiale della britannica-australiana Rio Tinto – la piu’ grande multinazionale mineraria del mondo di cui si e’ parlato in questa settimana in occasione della condanna di uno dei suoi manager in Cina per spionaggio industriale. Al tempo del rinnovo dell’ultimo contratto a gennaio l’azienda ha chiesto modifiche fortemente sfavorevoli ai lavoratori che avrebbero soprattutto imposto piu’ flessibilita’ (Mike Davis ne da i dettagli in questo suo ottimo pezzo per The Nation). Alle obbiezioni del sindacato l’azienda ha risposto  mettendo alla porta dal primo gennaio tutti i 560 dipendenti e importando i crumiri.  

Su questo picchetto in mezzo alla smisurata pianura del Mojave si combatte cioe’ una battaglia topica dell’economia globalizzata e “delocalizzata”; uno scontro che contrappone un colosso transnazionale con operazioni in Cina, Sud Africa, Turchia, Sierra Leone, Cile e decine di altri paesi alla local 30, sezione sindacale dell’ILWU (affiliati ai portuali della International Longshore and Warehouse Union) che rappresenta gli operai di Boron. “Dopo aver esportato per anni milioni di posti di lavoro nel terzo mondo, ora vogliono imporre qui le stesse condizioni di lavoro che esistono la” dice Carl 32 anni di anzianita’ come minatore specializzato che aggiunge “cerchiamo di difendere i posti che furono dei nostri nonni e padri da una multinazionale senza scrupoli”.  “Siamo solo una manciata di lavoratori ma dall’esito che avremo dipende anche la sorte di molti casi analoghi”.