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Università, la (Maria) Stella dei baroni

di Mauro Volpi *

Nei mesi scorsi il ministro Gelmini non ha trovato di meglio che accusare gli studenti che hanno riempito le piazze e dato vita a varie forme di protesta, con la partecipazione dei ricercatori e anche di molti professori, di essere «difensori dei baroni». Ora, l’espressione «baroni» è quanto mai abusata ed è stata utilizzata demagogicamente agli occhi dell’opinione pubblica per squalificare l’intera Università pubblica e giustificare il suo affossamento. Ma se per baronato si intende quella parte (minoritaria) del corpo accademico la quale, più che perseguire le finalità essenziali dell’Università (didattica e ricerca), sfrutta la sua posizione per ottenere vantaggi personali o di tipo clientelare o per costituire gruppi consolidati di potere, allora la legge Gelmini appare per quello che veramente è: una legge baronale per eccellenza.

Intanto va ricordato che a monte della legge e della sua pretesa di riformare l’Università a costo zero vi sono stati i tagli operati da Tremonti, rispetto ai quali la legge di stabilità compie solo un parziale recupero per il 2011. In particolare il blocco degli scatti triennali di anzianità verrà a colpire pesantemente dal punto di vista economico non tanto i professori più anziani quanto soprattutto i ricercatori e i professori più giovani, che potranno subire decurtazioni in molti casi pari a circa un terzo dello stipendio che avrebbero dovuto percepire. Strano modo di punire i «baroni» e di incoraggiare il rinnovamento degli Atenei.

Ma veniamo ad alcuni contenuti «illuminanti» della legge Gelmini. Viene previsto che in futuro i rettori possano essere eletti non più dall’intero corpo accademico e da una rappresentanza del personale amministrativo e degli studenti, ma dai professori di prima fascia, quindi dai soli cosiddetti «baroni». Nel contempo i rettori avranno più poteri, mentre verranno ad essere notevolmente ridotti quelli del senato accademico, vale a dire dell’organo rappresentativo delle varie componenti accademiche e degli studenti, il quale si ridurrà in prevalenza a formulare pareri anche in materia di didattica e di ricerca, mentre i relativi poteri saranno attribuiti al consiglio di amministrazione. Quest’ultimo sarà aperto agli «esterni», non si sa da chi e come designati, e quindi ad ogni sorta di influenza, anche politica, e ad accordi trasversali con il baronato.

Quanto al reclutamento dei docenti, viene prevista una abilitazione scientifica nazionale, operata per ciascun settore concorsuale da una commissione composta da professori sorteggiati. Il guaio è che l’abilitazione non sarà vincolata ad un numero predeterminato e quindi risulterà particolarmente facile il suo conseguimento da parte di un alto numero di candidati e sicuramente di quelli che possono godere di appoggi «forti». Dopo di che saranno le singole Università tramite i dipartimenti ad operare le chiamate di docenti scelti tra gli abilitati. Insomma si propone un sistema che, oltre a complicare enormemente le procedure, manterrà intatto il potere di scelta del baronato indipendentemente dal merito effettivo.

Altrettanto filo-baronale è la parte del disegno di legge che riguarda i ricercatori. L’attuale fascia dei ricercatori a tempo indeterminato viene collocata ad esaurimento e non si prevede nei prossimi anni un numero adeguato di concorsi per consentire ai più bravi di divenire professori. Si tratta di una vera e propria mortificazione del merito di docenti, sui quali grava una parte consistente dell’attività didattica, che per legge non sarebbero tenuti a svolgere, che va a tutto vantaggio dei gruppi di potere e delle consorterie accademiche. Nel contempo si prevede l’introduzione di ricercatori precari, che o vincono un concorso a professore entro otto anni o sono espulsi dall’Università. Una vera e propria fascia di «portaborse» fortemente subordinata e ricattabile.

Una seria riforma dell’Università richiederebbe di stabilire premi per i docenti che più si impegnano per la didattica e la ricerca e sanzioni per gli altri. Ora, a parte l’approvazione alla camera di un emendamento che stanzia una cifra assolutamente esigua, l’unica previsione contenuta nel disegno di legge in questione è quella della istituzione di un «fondo per la premialità» di professori e ricercatori, che come unica risorsa certa avrebbe, a parte gli improbabili compensi aggiuntivi stabiliti dagli Atenei, lo storno della somma stabilita per gli scatti triennali dei docenti valutati negativamente da ogni singolo Ateneo a favore di quelli più bravi. Anche qui nessuna indicazione né seria previsione in proposito con il più che fondato timore che tutto rimanga come prima a vantaggio di chi utilizza l’Università per altri fini.

Infine, quanto al «fondo per il merito», previsto per gli studenti, si tratta di fumo negli occhi, in quanto, nel mentre si riduce drasticamente la copertura delle borse di studio per gli aventi diritto, risultano risibili ed incerte le fonti di finanziamento (come quella rappresentata dai «versamenti effettuati a titolo spontaneo e solidale da privati, società, enti e fondazioni»). E si tratta anche di una violazione dell’articolo 34 della Costituzione, in quanto agli studenti «privi di mezzi» non viene riconosciuto nessun titolo preferenziale, ma solo l’esenzione dal pagamento del contributo richiesto per la partecipazione alle prove nazionali necessarie al conseguimento di premi e buoni studio (che dovranno comunque essere restituiti al termine degli studi).

Altro che lotta ai privilegi e valorizzazione del merito. Sotto ogni punto di vista la legge Gelmini si dimostra per quello che è: una non riforma, destinata a peggiorare lo stato dell’Università e a perpetuare il potere dei potentati accademici.

E allora non è un caso se il disegno di legge, unanimemente criticato da studenti e ricercatori e da gran parte del personale amministrativo e dei professori, abbia ricevuto il plauso del presidente della conferenza dei rettori. Cioè del vertice nazionale del cosiddetto potere baronale.

* L’autore è professore di diritto costituzionale all’Università di Perugia ed ex membro del Csm

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 21 dicembre 2010

  • Paolo Politi

    Vorrei avere un chiarimento sulla questione del reclutamento dei docenti.
    La chiamata di un docente nella lista degli abilitati avverrebbe (avverrà) tramite una qualche procedura di selezione, oppure il corpo docente chiama direttamente una persona a coprire il posto vacante? È possibile che queste regole debbano poi essere specificate nei decreti attuativi, oppure il presente disegno di legge prevede tutto il necessario in materia di reclutamento?

  • http://www.matteobartocci.it Matteo Bartocci

    Caro Paolo, sono un giornalista e non un esperto ma alcune cose sono chiare.

    1) il ddl Gelmini è una legge delega e dunque ha bisogno dei decreti delegati per essere veramente effettivo. La ministra ha dichiarato, in particolare, che il decreto delegato sul reclutamento è già pronto e sarà emanato dal consiglio dei ministri subito dopo il via libera definitivo del parlamento. Una volta emanato, il decreto delegato finisce alle commissioni parlamentari per il parere, poi va al consiglio di stato e deve tornare in consiglio dei ministri per l’entrata in vigore definitiva. E’ quindi un procedimento piuttosto lungo;

    2) mi pare che la questione del reclutamento dei docenti sia disciplinata dagli artt. 16 e 18 del ddl. La legge Gelmini in sostanza prevede un’idoneità nazionale per i professori di prima e seconda fascia (mentre abolisce, com’è noto, i ricercatori a tempo indeterminato) e affida alle università il compito di approvare un regolamento autonomo per disciplinare la chiamata dalla lista degli idonei. Il ministero si limiterà a valutare ex post la qualità del reclutamento delle singole università;

    3) ti consiglio di visitare il sito del senato, dove trovi il ddl in discussione e, soprattutto, i dossier esplicativi compilati dal centro studi del senato che forse possono aiutarti a capire meglio la questione.

    Spero di esserti stato d’aiuto. un saluto e in bocca al lupo!

  • Paolo Politi

    Caro Matteo,
    ti ringrazio per la risposta.

    Personalmente, sono d’accordo a una lista nazionale aperta, che dovrebbe assicurare i requisiti minimi per poter diventare professore, cioè per poter partecipare ai relativi concorsi.
    In Francia esiste una lista di qualificazione sia per ricercatore (Maitre de conference) che per professore e se si è qualificati, si ha diritto a partecipare ai relativi concorsi per i successivi tre anni, poi la qualificazione scade e va ripresa. La qualificazione è assegnata da una commissione piuttosta ampia e abbastanza specifica per ciascun settore. Il CV di un candidato viene spedito a due esperti (non anonimi) che devono poi fare un rapporto alla commissione, che decide.
    Se si vuole fare una qualificazione nazionale, credo che quello francese sarebbe un buon esempio, ma non credo proprio si andrà in quella direzione, così come temo che non ci sarà nessuna vera valutazione dei candidati (già qualificati) a un posto di professore.

    Cordiali saluti e auguri.