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Una vita dopo Genova

A proposito di un pezzo del Corriere della Sera di Giovanni Bianconi. Ecco un’intervista che il manifesto ha pubblicato il 18 luglio dell’anno scorso, durante il primo incontro nazionale delle “fabbriche di nichi” a Bari.

Il pezzo di Bianconi lo trovi qui.

Di nuovo insieme a discutere, ballare, parlare di politica. Nove anni sono tanti ma alcuni tra i protagonisti di Genova 2001 si aggirano tra i tanti “operai di Nichi” qui a Bari. Ci sono Nicola Fratojanni – neoassessore pugliese – e Gennaro Migliore di Sel, ma tra spiagge ed eucalipti si incontrano anche altri “osservatori” un po’ speciali, che invece con Sel, e prim’ancora con Rifondazione, non avevano avuto, dopo Genova e la “svolta nonviolenta” di Bertinotti, rapporti idilliaci. Sotto un albero in un clima africano improvvisiamo un forum con Luca Casarini (ex disobbediente del Nord Est), Andrea “Tarzan” Alzetta di Action (unico consigliere comunale di sinistra eletto a Roma) e Francesco Raparelli del collettivo Esc.

Perché siete qui?

Casarini: Chiariamo subito. Siamo qua ma rappresentiamo solo noi o le nostre soggettività organizzate. Non è che qui ci sono i “movimenti”. Non siamo qua né per entrare nelle fabbriche, né per fare manovre politiche con Vendola, né per iscriverci a Sel. Siamo qua perché la crisi della rappresentanza è tale che ormai è chiaro che i partiti sono parte del problema e non della soluzione. Per questo dobbiamo tutti metterci in cammino per costruire spazi pubblici “ibridi”, tra diversi che trovano modi e ragioni per parlarsi e mettersi in relazione. Perché dobbiamo tutti capire come aggredire lo stato delle cose e cambiarlo. La Puglia è un’esperienza molto interessante, e i laboratori politici che hanno lavorato per l’elezione di Vendola sono disponibili. Per questo la settimana scorsa sono venuti a Sherwood Nichi Vendola, Gianfranco Bettin e Sandro Medici, che sono tre anomalie istituzionali, e noi oggi abbiamo risposto all’invito. Siamo in un momento drammatico in cui tutti dovremmo girare di più, parlarci di più e non dare più per scontate relazioni, o rotture, vecchie o consolidate.
Alzetta: Stiamo qua anche perché Vendola ha vinto e ogni tanto vincere alla sinistra fa bene… per noi è la sola proposta politica in campo. Uno dei motivi di crisi della sinistra è che si contrappone e basta, senza proporre in positivo. Ma resistere e basta è tragico.

Raparelli:
Siamo qui anche perché è innegabile che ci sono tanti giovani che hanno interrogativi comuni. E’ una generazione priva di welfare e di futuro, segnata dal precariato e dall’eccedenza di saperi. Messa al bando nel sistema quasi feudale che ci circonda. Qui si insiste sulla novità, sullo spazio pubblico e comune oltre i partiti, si lavora sulla connessione tra piazza e Web, sui social network e forme di comunicazione orizzontali, trasparenti, che insistono sulla singolarità e la spontaneità dei soggetti. Su cose simili si interrogano anche il grillismo o il dipietrismo, certo. E’ tutto da vedere però se e come queste fabbriche riescono a interagire con dinamiche di conflitto e di radicalità.

Appunto, come coniugare il “civismo” delle fabbriche con il conflitto?
Casarini: La ripresa del conflitto sociale è necessaria. Non si può fare politica senza un’idea del conflitto e dello scontro col vecchio che apra al nuovo. Ci hanno detto che eravamo fissati con le “zone rosse” ma come dimostra la vicenda dei terremotati dell’Aquila c’è sempre una zona rossa da attraversare per costruire una democrazia sociale vera. La cooperazione di cui qui si parla è un pensiero debole o è già in potenza una società diversa? Se mi dicono che ti lasciano cambiare le cose non ci credo. E non basta un grande narratore.

Alzetta: Non ci giriamo tanto intorno: che ruolo avranno le fabbriche nelle scelte future? Il loro potere deliberativo è tutto da verificare. Chi è che decide chi sfida Bersani alle primarie? Lo deciderà Sel o le fabbriche? L’ingenuità è bella perché tutela la spontaneità ma c’è il rischio che calino soluzioni dall’alto. Nichi ha vinto ma non delegherei tutto a lui. Senza illuderci che muoiano, è bene che con i partiti si venga a patti. Vorrei farlo anche a Roma, ma voglio capire bene come le fabbriche si intrecciano con i livelli istituzionali. Abbiamo già visto che i partiti prima del voto magari scelgono un paio di nomi dai “movimenti” per poi metterli a tacere subito dopo.
Casarini: La società è piena di conflitti sociali. Ma sono rivolte senza rivoluzione. Noi vogliamo la rivoluzione mentre Wall Street viene salvata dai comunisti cinesi. E poi mi interessa ancora il tema della disobbedienza. Questa generazione qui magari non l’ha vissuta ma è ancora attuale. Alle leggi senza istituzioni si risponde con pratiche comuni che liberano spazi. Se il massimo della democrazia italiana è Gianfranco Fini, quello che a Genova dirigeva le cariche dei carabinieri, c’è qualcosa che non va.

Avete evocato Genova 2001. Siamo a un semplice “dopo Genova” oppure, anche per motivi generazionali, “oltre Genova”? Ieri sentivo un ragazzo che diceva: a Genova lottavamo per un altro mondo possibile, oggi lottiamo per noi stessi. Cosa è cambiato?
Casarini: Proprio il 20 luglio a me e ad altri dodici ci aspetta a Catanzaro la sentenza di appello per cospirazione contro lo stato. Mi hanno assolto in primo grado a Cosenza ma la procura ha chiesto di nuovo 6 anni di carcere più tre di libertà vigilata. Nel frattempo ho un’altra condanna definitiva e quindi rischio di andare in galera. Lo dico perché dieci anni dopo Genova tanti di noi hanno sulle spalle un cumulo di condanne penali per una semplice attività politica. Genova è stata una carcerazione liquida di tutti quelli che hanno osato ribellarsi. Siamo oltre Genova ma sogno un’altra Genova per la potenza che allora era in campo.
Raparelli: Siamo dopo Genova perché dopo Genova c’è stato l’11 settembre e la globalizzazione ha completamente cambiato volto con le guerre e il “bushismo”. Siamo dopo Genova anche perché i movimenti si sono ormai dislocati su vertenze specifiche: beni comuni, movimenti studenteschi, conflitti sull’immigrazione. E’ indubbiamente necessaria una nuova Genova ma va immaginata a partire dalla ridefinizione di nuova cittadinanza, di forme di reddito post-lavoro. I temi di Genova si sono sedimentati capillarmente nel territorio, e intanto il cedimento strutturale del capitalismo – vedi la macchia nera – impone nuove forme di conflitto. Siamo dopo Genova anche perché questa generazione non l’ha vissuta. Qui mi pare ci siano poche esperienze politiche strutturate. E’ tutto un po’ in chiaroscuro, una sfida aperta.

Voi venite da Roma e dal Veneto. Due laboratori politici fondamentali per la destra: Alemanno e la Lega. Come pensate di affrontarli?
Casarini: Il problema è l’egemonia culturale di una destra meticcia, che unisce Ku Klux Klan, affaristi e poteri criminali. In Veneto la Lega vince sull’immigrazione. Il federalismo non c’è e la secessione non la fanno perché ormai lo stato centrale sono loro. Quindi è l’immigrazione che gli porta l’80% dei voti. E non sono fascisti: è la nostra gente, operai, precari, chi vive nelle case popolari. Il problema non è la Lega, sono milioni di persone che pensano così. Con umiltà, determinazione e curiosità questa narrazione si può invertire. Non possiamo più stare a guardare.
Alzetta: Per fortuna a Roma la Lega non ce l’abbiamo…
Casarini: Per fortuna avete Totti…
Alzetta: Certo. Esiste un razzismo di massa. La destra ha scelto a chi rivolgersi e chi aggredire con meccanismi semplici: bianchi contro neri, giovani contro vecchi. An riusciva a mantenere un rapporto spregiudicato con l’estrema destra sul ribellismo o la rivoluzione sociale. Ora quel modello è andato in crisi. Vogliamo costruire una felicità collettiva contro quel grigiore poliziesco fatto di ordinanze, sgomberi e divieti. Ma una birretta in piazza un romano se la potrà bere, o no?

da www.ilmanifesto.it – uscita sul manifesto del 18 luglio 2010