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Un Monti molto Tremonti si aggira per l’Europa

Idee poco chiare a Bruxelles. Integrazione bancaria forse a ottobre e Tobin Tax solo per chi ci sta non calmano lo spread con la Germania (a 470 per l’Italia e a 520 per la Spagna). Il Colle e Palazzo Chigi non rinunciano al rigore. Ma temono gli agguati in patria e si appellano all’Europa. In Parlamento Monti va avanti sulla difensiva: chiede gli eurobond a Berlino e più unità alla sua rissosa maggioranza. Poi rispolvera le privatizzazioni pensate dal suo predecessore e sullo «sviluppo» imbriglia Passera.

«Se il Consiglio Ue del 28 giugno varerà un pacchetto credibile di misure per la crescita e farà un passo verso gli eurobond allora lo spread italiano diminuirà». È un Mario Monti molto sulla difensiva quello che si presenta puntuale in un’aula non pienissima alla camera per riferire sulla crisi europea. Nel suo discorso il premier non ha svelato le carte («il vuoto riempito del nulla», commenterà caustico Di Pietro) ma ha battuto soprattutto su due tasti: il governo non cambia rotta sul rigore, perciò l’Europa deve fidarsi e dare una mano per non pregiudicare il tentativo di innescare la «crescita».

Un appello all’Europa che Giorgio Napolitano ripete pari pari in Svizzera, alla conferenza dell’Ilo. Dalla crisi si esce soltanto con una «risposta europea», ribadisce il capo dello stato, accennando ancora una volta alla necessità di «rilanciare la crescita» (e con questa l’occupazione) magari, attraverso «nuovi strumenti come obbligazioni europee per progetti comuni». In sostanza, abbiamo fatto i compiti a casa ma siamo ancora in mezzo agli esami di riparazione.

Forse involontariamente, il premier italiano spiega bene il «metodo greco» (e portoghese e irlandese, etc.) confermando che l’Italia non sarà mai commissariata «L’assistenza internazionale nei confronti di un paese in difficoltà come è accaduto per la Spagna ma solo per il settore bancario – dice Monti alla camera – ancora ancora può essere accettato, ma cosa diversa è avere un’assistenza generalizzata che interviene finché un paese non resta in piedi da solo. Questo vuol dire – dettaglia il premier echeggiando le tesi di Syriza – avere seduti quasi come governatori di un paese il Fondo Monetario, la Bce e la Commissione Europea. Credo che il parlamento condivida il sentimento del governo che auspicare parziali cessioni di sovranità nazionali come processo condiviso sì, ma non una cessione asimmetrica della propria sovranità».

Concordanti tra loro, le dichiarazioni di Monti e Napolitano sono oneste ma certificano le forti difficoltà di un governo italiano progettato per dominare in patria e all’estero. Difficoltà che Monti ammette alla camera («ci vuole tempo» per vedere «un input crescita» diventare un «output crescita») e minimizza a Berlino, dove di fronte al ministro delle Finanze tedesco Schäuble ha ricevuto un premio internazionale. Sul palco i due mastini del rigore si scambiano gentilezze impensabili. Schäuble presenta Monti come un misto di «charme, intelligenza, capacità di essere gentile anche quando parla con durezza e di senso del dovere». E il Professore lo ricambia così: «Grazie Wolfgang, credo che tu sia il miglior esempio di leadership europea».

A margine, il premier assicura la stampa tedesca che «l’Italia non farà nessuna manovra aggiuntiva». Ma è a Berlino – e non alla camera – che annuncia una nuova ondata di privatizzazioni di asset pubblici. «Non solo non escludiamo la cessione di quote dell’attivo del settore pubblico, ma la stiamo preparando con dei fondi immobiliari e mobiliari – spiega il premier a Berlino – attraverso i quali convogliare in vista di cessioni attività mobiliari e immobiliari del settore pubblico, prevalentemente a livello regionale e comunale».

Una dismissione patrimoniale già avviata da Tremonti nei suoi ultimi giorni a via XX settembre ma di non facilissima realizzabilità.

L’Italia ha un disperato bisogno di soldi freschi. Le entrate tributarie calano, l’aumento dell’Iva previsto a ottobre sarebbe l’ennesima mazzata sui consumi, il calo del Pil (oltre l’1,5%) già previsto a fine a anno metterà a rischio gli obiettivi di bilancio. Senza contare i costi della partecipazione ai fondi salva-stati, i danni del sisma in Emilia, l’arretratezza storica del Sud e i lavori di ricostruzione a L’Aquila. Tutto insieme significa decine di miliardi.

Ai quali si aggiunge la necessità dei fondi per la «crescita» chiesti da Passera e che Monti non concede. Non a caso, infatti, il premier alla camera non punta più sul «decreto sviluppo» ma parla di una più ampia (e vaga) «operazione sviluppo». Una distinzione pesante sul piano politico.

I tagli del commissario Bondi, infatti, ammonterebbero a 5 miliardi quest’anno più altri 8-9 nel 2013. Cifre che possono essere ben comprese nella finanziaria estiva. Il decreto che il ministro Passera giura di avere pronto da settimane, quindi, si prospetta come un intervento con pochi soldi e meno vincoli alle «grandi opere». Cioè il primo tassellino di una politica economica che Monti vuole mantenere nelle sue mani e, soprattutto, risolvere più in Europa che in patria.

Convogliare il grosso dei provvedimenti pesanti nella manovra estiva, inoltre, metterebbe al riparo il governo dagli scricchiolii sempre più evidenti nella sua maggioranza. Un Monti-molto-Tremonti si aggira per l’Europa.

dal manifesto del 14 giugno 2012