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Lo scienziato borderline

Un bignamino per Antonio Ingroia

Anche ieri – 7 gennaio – sono stato ad una riunione di “Cambiare si può“, il movimento civile che sta discutendo in questi giorni se e in che modo aderire e supportare la lista “Rivoluzione Civile” di Antonio Ingroia.

Una votazione telematica ha – a sorpresa – decretato con circa i due terzi dei voti la proposizione di continuare a restare con Ingroia, nonostante le grandi perplessità. Continuare, per ora, il dialogo e il rapporto con “Rivoluzione Civile”. Una nuova delegazione di Cambiare si può ha incontrato Ingroia proprio ieri, quindi il lavoro in comune va avanti.

Nel frattempo, però, molti dei promotori originari di “Cambiare si può” hanno già ritirato il loro supporto a “Rivoluzione Civile”, fra cui alcuni celebri “professori” come Paul Ginsborg, Stefano Rodotà, Ugo Mattei, Marco Revelli, Luciano Gallino. Abbandonano anche  Guido Viale, Giorgio Cremaschi e molti altri. Un vero esodo, una “emorragia di cultura” che non può non preoccupare Ingroia.

Votare si può?

Votare si può?

Io non faccio parte di “Cambiare si può” e nemmeno di “Rivoluzione Civile”, quindi credo che il mio appoggio o meno alla lista di Ingroia non abbia alcuna rilevanza pratica: però mi sono chiesto spesso che cosa ci sia di votabile in questo momento, per uno borderline come il sottoscritto, e che magari è letto da molti od alcuni altri simili a lui.

Allora: escludiamo i vari fascisti o loro eredi berlusconiani. Escludiamo i portaordini della Banca Centrale Europea, rappattumati intorno a Monti, ad altri ex-fascisti e addirittura a pezzi di democrazia cristiana, che del maiale, come si sa, non si butta via nulla. Escludiamo anche la cosiddetta alleanza di centro-sinistra (dove sia la sinistra, ovviamente, ormai non si può più capire) capitanata da Bersani, sostenitore a spada tratta del governo Monti, e dentro la quale è inopinatamente arruolata anche SEL. Nessuno di costoro, espressione con varie sfumature di mentalità capitaliste, borghesi o labilmente riformiste all’uno per mille, è per il sottoscritto votabile. Con questo, ovviamente, rispetto la libertà di voto di ognuno od ognuna, basta che non si pretenda che gli dica anche “bravo” o che voti come lui o lei.

Non posso neppure pensare di votare per Beppe Grillo. Alcuni dei militanti del M5S, che conosco personalmente in Piemonte, Torino e in Valsusa, sono persone molto capaci, oneste e per bene. Direi quasi “dei bravi compagni” se loro non inorridissero a sentire la parola. Proprio per questo, oltre che per altri motivi realtivi al “programma”, la presenza di questi amici non è sufficiente a farmi neppur lontanamente pensare – per me – a M5S come votabile.

A questo punto resta da capire se è meglio votare qualcosa di imperfetto ma votabile – la scelta per esempio di Paul Ginsborg –  oppure scegliere di non votare: debbo dire che non so che cosa rispondere a questa domanda, anche perché l’unica alternativa che resta, cioè il movimento di Ingroia, deve ancora dimostrare di avere criteri di votabilità. Sempre per il sottoscritto, intendo.

Fossi nei panni di Antonio Ingroia, io proverei a seguire alcune semplici regolette, ed in particolare queste:

Recepire in toto, senza alcuna diluizione o ambiguità, i dieci punti del programma di “Cambiare si può” all’interno del proprio programma. Vedi elenco in calce a questo articolo. Questo sarebbe un bel passo avanti.

Eliminare se possibile i riferimenti sviluppisti anni 70 sullo “sviluppo del mezzogiorno” che sanno tanto di brutti, bruttissimi e superati tempi, ed altri punti piccoloborghesi o bottegai del suo programma che stanno meglio in bocca a un centrista che non a un leader autoproposto della sinistra. Evitare, quindi, il cerchiobottismo e insistere invece sulla diversità e alterità rispetto alle altre varie “agende”.

Dettaglio tecnico numero uno: candidare in seconda posizione (primo che sia Ingroia stesso in ogni circoscrizione) esponenti veri della società civile e dei movimenti, non rappattumati fra falliti e frustrati, ma se possibile nuovi. Dei 19-23 deputati che manderà in Parlamento, questi esponenti siano la maggioranza.

Dettaglio tecnico numero due: lasciare, per gli altri posti, spazio ai politici dei quattro partiti che supportano la sua lista (Italia dei Valori, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Partito dei Verdi), evitando – se possibile, anche se non lo sarà sempre – personaggi troppo compromessi con i precedenti disastri della politica italiana e/o coinvolti con la distruzione politica e pratica della sinistra in Italia. Anche coloro che rapporesentano solo se stessi e che fanno più male che bene andrebbero gentilmente cacciati.

Dettaglio tecnico numero tre: richiedere la pubblica accettazione, da parte dei candidati, e specialmente dei politici di cui sopra, dei punti del programma politico della lista, nessuno escluso. Pena l’esclusione attuale o le dimissioni future, senza scilipotismi di alcun genere.

Attendiamo la lista dei candidati di “Rivoluzione Civile”, attendiamo di leggere il programma. Solo dopo questo, potremo capire se la Lista di Ingroia è non certo perfetta, ma perlomeno votabile, dai tanti borderline come il sottoscritto.

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I “dieci punti irrinunciabili” di “Cambiare si può”:

1. Sì a un’Europa dei cittadini, alla rinegoziazione del debito pubblico e delle normative europee al riguardo attraverso una alleanza dei Paesi mediterranei oggi devastati dalla crisi e a un progetto di riconversione di ampi settori dell’economia in grado di rilanciare l’occupazione con migliaia di piccole opere di evidente e immediata utilità collettiva. No all’Europa delle banche e dei banchieri e delle politiche recessive in atto.

2. Sì a un grande progetto di riconversione ecologica dell’economia e di riassetto del territorio nazionale e dei suoi usi per garantire la sicurezza dei cittadini e la riduzione del consumo di suoli agricoli. No alle grandi opere (dal Tav Torino-Lione al Ponte sullo stretto e al proliferare di autostrade e raccordi) inutili, dannose all’ambiente e alla salute ed economicamente insostenibili.

3. No a contrazione del lavoro e al precariato e alla riduzione di fatto dei salari e delle pensioni. Sì al ripristino delle tutele del lavoro e dei lavoratori cancellate dai Governi Berlusconi e Monti (anche con sostegno ai referendum) e alla sperimentazione di modalità di creazione diretta di occupazione, anche in ambito locale, all’introduzione di un reddito di cittadinanza, al potenziamento degli interventi a sostegno delle fasce più deboli e dei presidi dello stato sociale (nella prospettiva di un welfare dei diritti e non di forme di assistenzialismo caritatevole).

4. No agli attuali costi fuori controllo della politica e alla rappresentanza come mestiere. Sì alla autonomizzazione della politica dal denaro, all’abbattimento dei relativi costi, alla previsione di un tetto massimo per i compensi pubblici e privati, all’azzeramento delle indennità aggiuntive della retribuzione per ogni titolare di funzioni pubbliche.

5. Si a un’imposizione fiscale più incisiva sui redditi elevati, sui patrimoni e sulle rendite finanziarie (con estensione alle proprietà ecclesiastiche). No ad aumenti delle imposte indirette e a inasprimenti della fiscalità nei confronti dei redditi medio-bassi.

6. Sì a un’azione di ripristino della legalità, di contrasto della criminalità organizzata, dell’evasione fiscale e della corruzione con recupero di risorse da destinare a un welfare potenziato e risanato dal clientelismo. No alle politiche dei condoni e alle leggi ad personam.

7. No a tutte le operazioni di guerra e drastica riduzione delle spese militari. Sì alla destinazione dei corrispondenti risparmi e di risorse adeguate a sanità, scuola pubblica, ricerca e innovazione (nella convinzione che sapere e istruzione sono prerequisito della democrazia e intervento strategico).

8. Sì a politiche di valorizzazione dei beni comuni e a forme di sostegno e promozione delle esperienze di economie di cooperazione e solidarietà. No allo svuotamento di fatto dei referendum del 2011 e alla vendita ai privati dei servizi pubblici locali.

9. No ad ogni forma di discriminazione e di razzismo (e alle leggi che ne sono espressione, a cominciare dalla Bossi-Fini). Sì al pieno riconoscimento dei diritti civili degli individui e delle coppie a prescindere dal genere, a una cultura delle differenze, a politiche migratorie accoglienti e all’accesso alla cittadinanza per tutti i nati in Italia.

10. Sì a una riforma democratica dell’informazione e del sistema radiotelevisivo che ne spezzi l’attuale subordinazione al potere economico-finanziario. No al conflitto di interessi e alla concentrazione dell’informazione.