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Ceci n'est pas un blog

Un banale “viaggiatore zaino in spalla” risponde a Giulia Innocenzi

Cara Giulia Innocenzi.

Che dolore, leggere il suo reportage. Come essere umano sono dispiaciuto per le disavventure che ha vissuto in Iran, paese che ho visitato due volte e in cui ritornerei altre mille. Paese che ho convinto molti miei amici – e amiche – a visitare, ma non è molto importante in questa sede raccontarle il loro giudizio, al ritorno. Parrebbe come un’inutile battaglia a colpi di “a me ha fatto innamorare”, come a voler compensare la sua esperienza negativa, che certo non si può cancellare.

Ma sono addolorato, perché la risonanza delle sue parole ha un peso molto più forte di quello che potrei direi io sul paese, o le tante persone che viaggiano in Persia ogni anno (tant’è che il Corriere della Sera ha subito pubblicato le sue disavventure, non le mie, né quelle dei tantissimi viaggiatori che raccontano l’Iran con parole magnifiche).

Come si può rispondere o commentare a ‘palpate al sedere’, ‘inseguimenti’, ‘uomini che fanno mostra del proprio pene’ o ‘aggressioni fisiche’? Riportando esperienze diametralmente opposte vissute nel medesimo paese si farebbe il gioco della bilancia, e in questo caso non è la cosa più importante.

Non scrivo per dare un commento sulla società iraniana (anche perché penso che il commento di Giulia Presbitero, studentessa di relazioni internazionali, comparso in risposta al suo blog abbia già detto tutto, e da un punto di vista molto più autorevole e ben argomentato di quello che potrei dare io), quello su cui vorrei soffermarmi è però proprio l’esperienza del viaggiare in sé. Sulla sua conseguente stigmatizzazione di un paese intero, il suo essere riuscita a trarre inferenze universali da un caso particolare. Che, seppur nella sua sgradevolezza, condotto da una giornalista del suo calibro assume un peso mediatico molto forte.

Non voglio con questo negare il suo vissuto, sarebbe sciocco, ma mi domando come mai lo abbia assunto a regola universale per definire un paese, per giudicarlo, come se due settimane di viaggio (che da viaggiatrice zaino in spalla come si dichiara saprà bene che siano un lasso di tempo irrisorio, viste anche le dimensioni dell’Iran, sei volte l’Italia circa) bastassero a comprendere appieno un universo dotato di una complessità mastodontica.

Il suo post esordisce con una premessa in cui lei mette le mani avanti come a volerci guadagnare in credibilità, “abbiamo viaggiato molto tutte e due, quasi sempre zaino in spalla”. Eppure, cara Innocenzi, suvvia, se come dice ha viaggiato molto non può commentare così amaramente di aver pagato “il pane per dieci volte il suo prezzo”.. Viaggiando si impara presto a misurare le spese, all’inizio sono sempre “sole”, si sa, e anzi, la contrattazione sta nelle regole del gioco, no? Ma il discorso è un altro, ovviamente.

Lei aggiunge “e una di noi ha visitato diversi paesi in Medio Oriente”. Una di noi, avendo voi viaggiato in due, non è lei ma la sua amica. Ergo deduco che lei il Medioriente non lo conosca così profondamente. Ma anche questo non è obbligatorio, anche se aiuterebbe, sapere qualcosa in più sul pezzo di mondo in cui si sta viaggiando. Poi prosegue con un “così saprete che cosa potrebbe succedere, e decidere con coscienza se partire o no” Ecco qui iniziano i colpi bassi nei confronti di un paese che a quanto pare non si è sforzata molto di analizzare, se non elencando fatti spiacevoli.

Lei rimprovera anche alla Lonely Planet il non citare esperienze come quelle da lei vissute in Iran (“è stranamente molto carente su questo punto”), quasi auto-confutandosi scrivendo che “neanche su internet abbiamo trovato molto”. Mi chiedo, ma non si è posta la domanda: ma non è che sono stata io incredibilmente sfortunata? Anche solo come dubbio, eh! Trattandosi di un viaggio in Iran, ha ritenuto molto più facile cavalcare l’onda dello sdegno, in fondo ha viaggiato nel paese delle libertà negate.

Badiamo bene. Non voglio né fare apologia dell’Iran, né negare che sia un paese dove “i gay rischiano l’impiccagione” (vero) e dove le donne sono obbligate a portare l’hijab (vero). Sono dati di fatto. Ma questo immagino lo sapesse anche prima di partire. Il bello di viaggiare è però anche l’approfondire quello che lei definisce “le due facce della stessa medaglia”.

Anch’io, come lei, ho fatto molti viaggi “zaino in spalla”, moltissimi in Medioriente, certo sono un uomo e non ho lo stesso vissuto di una donna sola in viaggio, ma nella mia lunga esperienza in giro per il mondo ne ho viste (e vissute) parecchie, di disavventure. Ho visto donne e uomini subire diverse violenze, furti, scippi, ovunque. Sono stato palpato anch’io da un uomo eh! A Bangkok. E in tutto il mondo sono stato derubato una volta sola, minacciato con un coltello. Pensi che l’aggressore era un ragazzo italiano, io ero in Olanda. Non succede solo “anche a Roma o a Napoli”, ma anche a Milano o a Londra. Succede in Iran (non voglio né posso negarlo, né è mia intenzione minimizzare) come in India, negli Stati Uniti come in Messico, in Vietnam come in Sudafrica, in Cina, in Mongolia. A donne e uomini. La violenza e la stupidità sono dappertutto. Se usassimo il suo stesso metro di giudizio, non esisterebbe paese a salvarsi dalla “decisione con coscienza se partire o no”. Certo da viaggiatore zaino in spalla so che la prima cosa da fare in questi casi è andare dalla polizia: specie nei paesi dove i turisti sono una risorsa economica ho imparato quanto vengano protetti e quanto sia saggio precipitarsi da un agente dopo situazioni sgradevoli. Invece lei ha deciso di non rivolgerci mai alla polizia perché non volevamo avere ulteriori problemi”, e mi è parso un po’ offensivo o quantomeno superficiale. Che cosa ha temuto?

Viaggiando e descrivendo l’Iran però entra in gioco la componente emozionale. E nel suo blog  diviene quello della donna occidentale libera, obbligata a mettere il velo, e che guarda le donne iraniane come vittime di una società malata. Soprattutto è la consapevolezza che tu sei stata lì solo per due settimane, in vacanza, mentre ci sono donne costrette a vivere così la loro intera esistenza”, lei scrive, tira una linea dritta senza badare a tutto ciò che c’è dietro al velo, alla sua complessità, al suo contesto; lo erge a simbolo di oppressione come se fosse solamente il velo, il problema unico delle donne iraniane (oltre a fare confusione tra chador e burqa, “con un chador che però non copriva completamente la sua faccia sorridente”, visto che il chador non copre mai il volto, nessuna donna iraniana ha il volto coperto; lo copre il burqa afghano, ma come lei stessa sostiene, è “stata lì solo due settimane”, forse non avrà avuto tempo di capirne la differenza).

Insomma, lei saprà bene che la rivoluzione islamica iraniana è stato un momento molto particolare della storia dell’Iran, in cui una serie di cambiamenti sono stati innestati nella popolazione e che le conseguenze sono di una complessità difficilmente riconducibile a uno schema così lineare. Non voglio usare la retorica dell’“alcune donne iraniane sono persino fiere, di portare l’hijab”, perché parrebbe un’apologia o un inutile fascino dell’esotico, del diverso. Però mi sarei aspettato, da lei che è una giornalista, un’analisi un po’ diversa da quella di una donna occidentale costretta a “mettersi nei loro panni” e che dice “poverine”.

Poi lei afferma, nel suo accorato resoconto del dialogo con una guida, “La guida ci ha confessato così la normalità della violenza e delle molestie verso le donne, quasi come fosse naturale”. È incredibile come in due settimane lei sia riuscita a scoprire ogni tipo di verità sull’Iran, è un vero record, il suo. Che guida era, la sua? La guida suprema? A mio modesto parere affermare che in una società le molestie sono naturali è un attimino azzardato, se non a suo modo violento, anche se le è stato “confessato” da un’autorevole guida.

Proviamo a pensare a che effetto ci farebbero le medesime parole rivolte a noi italiani, se un giornalista straniero vittima di uno scippo, di una ‘palpata al sedere’ (o dieci che siano), dichiarasse in pompa magna le stesse cose sul popolo italiano. E non voglio pensare alle conseguenze dei resoconti degli stupri che ultimamente stanno flagellando l’Italia, o la piaga del femminicidio, che in paesi liberi come il nostro secondo i suoi schemi non potrebbero accadere per definizione. Mica indossano l’hijab, le donne italiane! Sono tutte libere di studiare quello che vogliono e sfondare in ogni ambito professionale, altro che psicologia o scienze politiche!

Lei confronta lo stile di vita degli abitanti delle grandi città iraniane (“trasformano il viso con un trucco pesantissimo e una chirurgia estetica ai limiti del pacchiano”) con quello dei “villaggi” senza minimamente chiedersi (o raccontarci nel suo blog, se anche se lo fosse chiesto) che tipo di popolazione li vive (in Iran ci sono paesi di influenza Kurda, Araba, Armena, Afghana, Turkmena, ognuno con le proprie tradizioni e usanze, ciascuno coi propri schemi, le proprie norme comportamentali), quale siano le loro abitudini, le ritualità, i gesti, traendo conclusioni imbarazzanti, perché si fermano lì, a una descrizione superficiale che non vuole approfondire nulla (“ Con noi c’erano due turisti maschi, quindi lei non poteva sedere nella stessa stanza. Per restare intatta, preservata per il suo futuro matrimonio”). Crede davvero che quei due turisti maschi stranieri avrebbero potuto minacciare la vita matrimoniale di quella ragazza? 

Lei conclude poi, in un climax emotivo da paladina dei diritti civili, appiattendo tutta la complessità della società iraniana con una retorica da quattro soldi, “Abbiamo cominciato a pensare a quante cose avrebbe potuto fare nella vita una donna brillante e curiosa come lei. Se solo fosse stata libera. Se solo avesse avuto il diritto di essere se stessa”. Standing ovation. Voi, forti della vostra liberazione dall’hijab sull’aereo a stigmatizzare una società intera. Come se poi le donne italiane fossero tutte libere di essere loro stesse e di brillare professionalmente.

“L’Iran ha ancora molta strada da fare” mi è parsa l’unica “analisi” che ha fatto su un paese che più ci si sforza a comprendere, meno lo si capisce – sensazionalismi a parte. Le didascalie alle sue fotografie non fanno che alimentare questa mia convinzione.

Che dire, cara Innocenzi. Mi spiace davvero delle sue disavventure, forse se non fossero accadute avremmo letto tutt’altre parole su quel paese. E mi spiace se per colpa del suo post qualche viaggiatore deciderà di non andarci mai, in Iran.

Io l’Iran ho provato a capirlo, ma in due mesi non ce l’ho fatta, certo mi ha affascinato molto. Non sono il tipo che idealizza i paesi, o che diventa miope dinanzi alle problematiche che li caratterizzano. Sono consapevole delle contraddizioni interne all’Iran. Ma il viaggio in questi paesi è in sé una contraddizione – perché mai dovremmo andarci? Negano i diritti civili.

Ma l’unica cosa di cui sono certo è che la popolazione iraniana è quasi l’opposto di come i media ce la descrivono, e in questo caso anche lei ha rappresentato i media. Tutto torna. L’opposto dell’immagine sensazionalista che i film come Argo cercano di farci passare. Non nego le sue contraddizioni, le violazioni dei diritti civili, ma non me la sentirei mai di esprimere un giudizio così tranchant su una popolazione di ottanta milioni di persone già vittima dei pregiudizi di mezzo mondo, se fossi un personaggio pubblico come lei.

Ma sono un banale viaggiatore. E so che viaggiare è bello per questo, perché insegna a non generalizzare, a non sentirci i soli e ad avere meno paura del diverso; è bello perché smonta le certezze o quantomeno ce le fa vedere da un’altra prospettiva, ci apre finestre su un ‘altro’ che è per forza di cose diverso da noi. Viaggiare non è riproporre o cercare le dinamiche che già caratterizzano il nostro presente e il nostro vissuto. La curiosità è un dono, viaggiare la alimenta. Aiuta a fare leva anche sulle brutte esperienze, basta cercare sempre nuove domande da porsi e non affrettarsi a trovare le risposte.

Luigi Farrauto, un “viaggiatore zaino in spalla” come tanti.

  • Nicola Zolin

    Bravo Farrauto! Parole sante, gli occhi più puri sono sempre quelli dei viaggiatori appassionati, che di solito ascoltano anziché parlare.

  • http://www.truemetal.it/utenti/index/luca-montini-23 Montsteen

    Bell’articolo, una buona lezione di onestà intellettuale: certe questioni (inter)culturali non vanno trattate con le modalità di un generico talk televisivo con relativo chiacchiericco superficiale e sensazionalistico tipico di certa comunicazione mediatica. Va comunque riconosciuto che la Innocenzi è un personaggio (purtroppo) decisamente sopravvalutato…

  • http://sturmunddrang.over-blog.it/ cristina

    grazie per aver scritto della sua esperienza in Iran.

  • Roberto

    in poche parole ….stai zitta e non parlar male dell’Iran .fatti palpeggiare e taci .questo è il buonismo integralista della six .sono sicuro che se succedeva in zona lega ,era tutt’altro articolo .patetici

  • Fabio Bargagna

    sono un altro viaggiatore di posti anche meno “turistici” dell’Iran e magari un po più verso ovest, e mal sopporto la spocchia della Innocenzi, che anche quando scrive non rinuncia al suo snobismo e distacco da “noblesse oblige” pur se al contrario. Di tutt’altro tono ed equilibrio i commenti di Luigi Farrauto, che apprezzo e condivido. Non si possono giudicare millenni di storia in due settimane… è solo pura presunzione.

  • Chari Mongi

    Paese meraviglioso. Gente splendida. Le palpano il sedere. Le mostrano il pene. Perdonate, ma non ci credo. Siamo sicuri sia stata in Iran?

  • TheBEAGLEPACK .

    Ma sì, è così bello viaggiare. Andate in Iran dove impiccano i gay e le donne devono uscire imbalsamate. Andate nel califfato dove gli omosessuali li buttano dall’ultimo piano e gli infedeli vengono decapitati. Andate in Corea dove mangiano i cani, andate in Spagna dove potete divertirvi a vedere torturare e uccidere un toro. Sono le meraviglie di società complesse, bisogna capire, rispettare le usanze, sopportare i disagi (che meraviglia i 50 gradi all’ombra di Dubai), purificarsi nell’acqua cristallina del Gange, ricoprirsi di zanzare nelle paludi della Louisiana, assaggiare scimmia arrosto nella Repubblica Centro Africana, contrattare tre ore nel bazar per portarsi a casa un falso tappeto persiano. Soprattutto evitate di commentare le vostra avventure: potete passare trent’anni in un igloo Inuit a 40 gradi sottozero, troverete sempre qualcuno che vi rimprovererà: soggiorno troppo breve per comprendere una società complessa come quella esquimese.

  • TheBEAGLEPACK .

    Gente splendida. Loro sono liberi, mica sessualmente repressi come noi. Agitare il pene è un modo di manifestare il loro apprezzamento per la bellezza femminile.

  • TheBEAGLEPACK .

    E pensare che ci sono turisti che si scandalizzano per la spazzatura nelle strade di Roma. Non si possono giudicare duemilasettecento anni di storia in pochi giorni. E’ solo pura presunzione. Viaggiate e se qulcosa non vi piace, tacete. Altrimenti è spocchia snobistica.

  • TheBEAGLEPACK .

    Veramente non ha scritto quasi niente della sua esperienza. Ha solo criticato quella degli altri.

  • TheBEAGLEPACK .

    Da Marco Polo a Bruce Chatwin, da Luigi Barzini a Jack Kerouac, che gente priva di passione. Scrivevano invece di ascoltare.

  • http://sturmunddrang.over-blog.it/ cristina

    ha scritto cose che condivido e ho ringraziato

  • francesco

    Sono stato in Iran nel 2010. Tre settimane lungo l’asse nord-sud dell’Iran occidentale. Niente guide, un amico.
    Prima di partire ho letto una dozzina di libri sull’Iran (evitando steretipi e americanate) e me ne sono portati due: “Ottanta Canzoni” di Hafez, un poeta molto amato in Iran, che ho ritrovato recitato da una ventina di amanti del poeta (uomini e donne) riuniti attorno ad un lungo tavolo nel patio dell’alberghetto di Shiraz che mi ospitava, e 1984 di Orwell.

    5 anni sono tanti, possono cambiare molte cose (ne bastano due). Se gli iraniani, nella loro straordinaria diversità sono ancora come li ho potuti conoscere, ebbene, se ne avete la possibilità, andateci.

  • francesco

    Ma se non conosci, perché ci propini la ripetizione dei luoghi comuni triti e ritriti?!

  • Sara Bersani

    Perchè “come se due set­ti­mane di viag­gio […] bastas­sero a com­pren­dere appieno un uni­verso dotato di una
    com­ples­sità mastodontica”
    è un luogo comune trito e ritrito, e l’autore dell’articolo non ha il senso del ridicolo

  • Sara Bersani

    Onestà intellettuale…l’unica cosa che manca in questo articolo, sei riuscito a trovarla:
    l’Innocenzi è quella che è ma il tono paternalista e viscido con cui le si rivolge l’autore del pezzo è nauseante

  • TheBEAGLEPACK .

    Un articolo presuntuoso, supponente, paternalistico, un sermone predicatorio, un terzomondismo d’accatto. Ma soprattutto un articolo inutile.

  • http://www.truemetal.it/utenti/index/luca-montini-23 Montsteen

    Posso essere d’accordo sui toni paternalistici, ma la tesi dell’articolo mi sembra chiara: “Viag­giare è bello per que­sto, per­ché inse­gna a non gene­ra­liz­zare, a non sen­tirci i soli e ad avere meno paura del diverso; è bello per­ché smonta le cer­tezze o quan­to­meno ce le fa vedere da un’altra pro­spet­tiva, ci apre fine­stre su un ‘altro’ che è per forza di cose diverso da noi”. Questo mi sembra onesto. Il problema metodologico dell’articolo della Innocenzi era proprio questo, voler generalizzare (come spesso fa in TV) con guidizi su un intero paese, a partire da una triste vicenda personale. Un po’ come se un turista straniero venisse a Roma, Milano o Napoli – e pure questo è accennato nell’articolo qui sopra – subisse uno scippo e tornato a casa iniziasse subito a produrre un bell’articolo su quanto gli italiani sono tutti scippatori!

  • TheBEAGLEPACK .

    Giulia Innocenzi è giornalista professionista e ha il diritto/dovere di raccontare le sue esperienze. Possono piacere o no ma mi sembrano raccontate in modo sincero. E certi censori un tanto al chilo, dai commenti acidi e fegatosi, mi sembrano raccontare solo la loro rabbia di frustrati.

  • TheBEAGLEPACK .

    I’ve seen things you people wouldn’t believe,

    attack ships on fire off the shoulder of Orion,

    I watched the c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gates…

  • francesco

    Sembrate aver assimilato stereotipi comodi alla pigrizia mentale, e li tratti come “conoscenze”. E’ un atteggiamento “normale”, cioè diffuso, perché parte con la scolarizzazione e si nutre dei rinforzi quotidiani del bombardamento mediatico.
    Luigi Farrauto fa presente un dato di semplice buon senso -non riconoscendo gli stereotipi di cui ti nutri come tali, confondi il buon senso con gli stereotipi: non si può venire due settimane in Italia, visitando Napoli, Roma e Venezia, poniamo in estate, con una guida e trinciare giudizi definitivi sull’Italia sulla base di ciò che può capitarci in quei giorni, in quelle città. E’ lecito ed interessante cedere la propria esperienza, ma in quanto tale, non in quanto codice per definire un Paese che, per altro, si chiama Iran (non Italia).

    Perdonatemi se la metto sul personale, ma, dal mio punto di vista -di chi l’Iran l’ha “studiato” e visitato- mi trovo di fronte persone che non sentono l’esigenza di capire e di conoscere (pur non avendo avuto modo di capire e non conoscendo), ma si sentono autorizzate ad usare gli strumenti arrugginiti venduti al mercatino populista di regime come fossero la realtà, per trinciare giudizi e condannare le opinioni altrui. Non trovo altra strada se non quella di farvi presente che dovreste resettare i dati in vostro possesso, aggiornarli su basi di realtà (la realtà è sempre complessa, per questo risulta faticoso indagare e conoscere, ma ne vale la pena, è gratificante, pur non definendosi mai in verità e giudizi assoluti) prima di forgiare una vostra opinione e venderla come evidenza.

  • Giovanni

    Caro Luigi Farrauto, pur non essendo mai stato in Iran – ho visitato altre aree del Medio Oriente – apprezzo ogni parola del tuo scritto.
    L’atteggiamento della Innocenzi è quanto di più contrario ad ogni sforzo di comprensione della diversità culturale e dell’Altro. Il rispetto dei diritti umani è cosa seria e complessa, e la banalità delle considerazioni superficiali della giornalista hanno l’unico risultato di ‘buttarla in caciara’. Trovo persino offensiva la protervia contenuta nella pretesa di aver colto le leggi generali dell’uomo e della società in sole due settimane con zaino in spalla… Questa superbia riflette la boria (occidentale) di chi crede di aver raggiunto il traguardo della civiltà: ché patriarcato e oppressione, da noi, non esistono…

  • TheBEAGLEPACK .

    Io non vendo opinioni ma i linciaggi mediatici mi fanno venire l’orticaria. Giulia Innocenzi è stata attaccata con un mix di paternalismo e volgarità. Avrà i suoi difetti, come tutti noi, ma vorrei sapere quali titoli ha chi ci ammonisce contro gli stereotipi e la pigrizia mentale. E’ facile ergersi a giudici imparziali ma bisogna averne le credenziali. Io non consiglio a nessuno di “resettarsi”, non ne ho l’autorità né la voglia ma il fiele riversato sulla Innocenzi (vedi Facebook) è insopportabile.

  • AYLER1000 .

    Trovo stucchevoli queste diatribe tra viaggiatori. Considero il viaggio una dimensione banale e le esperienze di viaggio poco significative. Se la gente viaggiasse meno il mondo sarebbe migliore. C’è poi la schizofrenia della sinistra per la quale le dittature e i regimi dittatoriali non sono tutti uguali.

  • francesco

    Caro TheB, come hai fatto a leggere la frase “dovreste resettare i dati in vostro possesso” e interpretarla come un invito a resettarsi in quanto persona?
    Sono certo che sai interpretare correttamente ciò che leggi. Fallo.
    potresti sentirti meno “linciato” e più interessato.

  • TheBEAGLEPACK .

    Resettare i dati significa azzerare le conoscenze e le esperienze. Ma la conoscenza e l’esperienza sono quelle cose che costituiscono l’identità di una persona. Azzerarle significa azzerare la persona. Quanto alla complessità della realtà e alla gratificazione che si prova indagando e conoscendo, sono cose piuttosto ovvie. Io non mi definisco mai “in verità”, non pretendo di impartire lezioni di vita, e soprattutto non mi sento “linciato”. Il linciaggio è quello a cui è stata sottoposta la Innocenzi con la protervia di chi pretende di insegnare la morale, con il rancore e l’invidia che molti provano nei confronti di chi si sta realizzando come persona e come professionista. Con tutti gli errori che questo comporta ma probabilmente con sincerità e passione.

  • Maddalena Oliva

    Una banale “viaggiatrice zaino in spalla” risponde

    Caro Luigi Farrauto, da viaggiatrice a viaggiatore, ci terrei
    anche io a proseguire, con questo mio piccolo contributo, la riflessione da te
    aperta. Diciamolo subito: il mio viaggio in Iran con la mia amica e collega
    Giulia Innocenzi è stato uno dei viaggi più intensi e densi di significato che
    abbia mai fatto (e un pochetto ho girato, magari non quanto te, ma un pochetto
    ho girato – spesso e volentieri sola – anche e soprattutto in Medio e Vicino
    Oriente). Questo, in primis, perché l’Iran è uno dei Paesi, con la sua storia e
    cultura plurimillenarie, più affascinanti e complessi che esista al mondo. Ma
    non solo. È uno dei Paesi dove più si respira una dualità fra vecchio e nuovo,
    una transizione costante che si percepisce ovunque nell’aria. E ti senti come
    stessi navigando, costantemente, sull’onda prima che si infranga. La storia del
    Paese è famosa per momenti di grandissima apertura subito seguiti da
    grandissime contrazioni: e da decenni la storia sembra sempre ripetersi. E oggi
    l’intero Paese è stanco, disilluso, risentito e in procinto di esplodere –
    ancora una volta – come un vulcano. Bisogna solo capire lungo quale faglia si
    romperà la crosta superficiale.

    La cultura iraniana – non lo dico io, ma lo scrive
    magnificamente Jason Elliot nel suo “Specchi dell’invisibile. Viaggio in Iran”
    – è «piena di concetti ambivalenti, che incuriosiscono, rendono perplesso e
    irritano l’osservatore esterno, che in un primo momento non riesce a
    interpretarli» (pensa Luigi, Elliot, vincitore del Thomas Cook Travel Book
    Award e autore di best seller internazionale di narrativa da viaggio che
    sicuramente conoscerai, dedica ampie pagine per descrivere lo stupore di fronte
    ai tanti nasi incerottati delle donne incontrate, e addirittura racconta dello
    sfinimento e delle sòle inflitte dalle trattative infinite coi tassisti
    piuttosto che dai panettieri iraniani!! Che ingenuo radical chic, ovviamente
    affetto da orientalismo, anche lui, eh…).

    Caro Luigi, sappiamo bene che in Iran, come in ogni altro Paese,
    esistono ombre e sfumature intermedie, che «si dileguano all’avvicinarsi della
    fredda lama dell’analisi, solo per riformarsi subito dopo», sempre per citare
    Elliot. Ma l’Iran, come nessun altro Paese forse, sfugge a qualsiasi tipo di
    schematizzazione: sia in un senso che in un altro. Non è certo la prima volta
    che mi muovo da sola in Medio Oriente, ti dicevo. Non mi è mai successo alcun
    episodio spiacevole, mai percepita sensazione di insicurezza, mai avuta paura.
    L’Iran, però, non è un Paese del Medio Oriente. E a crederlo, sì, siamo state
    ingenue. È un Paese a parte. E negli ultimi 30 anni che piaccia o non piaccia è
    un regime teocratico che si appoggia a una mano militare per rendere asfittica
    una situazione che preme, davvero come fosse una faglia tellurica, per
    esplodere.

    Questo lo sapevamo ovviamente anche prima di partire, ma la
    cultura e l’arte della Grande Persia, insieme alle persone splendide che
    eravamo sicure di incontrare (e abbiamo infatti incontrato, moltissime), ci hanno
    spinto a visitare un paese in un momento di grande transizione, per coglierne
    anche le tante varie sfaccettature.

    Bene. Mai, e dico mai, ho pensato di interrompere bruscamente un
    viaggio, perché mi sentissi non al sicuro. Eppure, dopo la prima settimana, ho
    pensato seriamente di andare via. Giulia questo non l’ha specificato, per una
    questione di eleganza, ma la vittima principale delle molestie sono stata io.
    Le palpate al sedere certo non mi hanno mai spaventato, ma qui parliamo di ben
    altro. Mi sono interrogata ogni giorno (e la mia compagna di viaggio con me),
    quando sono passata dal riderci su, al camminare raso muro per timore, al
    tenere lo sguardo basso per paura di incontrarne un altro, al non uscire più,
    su che cazzo stessi sbagliando. Non “sbagliavo” niente,
    semplicemente. Ho anche solo pensato avessi un karma particolarmente negativo
    che stava portando quello che pensavo fosse un semplice caso – eccome se
    l’abbiamo pensato, caro Luigi – a quotidiana routine… (per i primi 8 giorni
    ho avuto episodi giornalieri spiacevoli, e quando dico spiacevoli dico
    spiacevoli, le palpate le escludo). Quando sono stata tirata su da un uomo che
    arrivava da dietro col motorino, e che provava a caricarmi col cazzo già di
    fuori, mi sono immobilizzata, urinata addosso (nel senso letterale del termine,
    perdonami la durezza del dettaglio, ma ci tengo a dirlo ai quanti, mamma che
    schifo, anche alle quante, provano a mettere in dubbio le situazioni
    incontrate, defininendole elegantemente “surreali” nella migliore delle
    ipotesi, o addirittura chiedendone prova fotografica) e mi sono detta: ok,
    accettalo, qui c’è qualcosa che non torna. e non in te.

    Non è ovviamente una stigmatizzazione degli iraniani (nel post,
    su questo, non vi è traccia minima di questo genere di generalizzazione), ma
    una consapevolezza che anni e anni di libertà represse, anche sessuali
    ovviamente, possono produrre anche questo: un desiderio costante di
    appropriarsi di una cosa proibita – il corpo della donna – al netto
    dell’impunità totale che vige nel Paese a riguardo. E sai che cosa mi hanno
    detto alcuni cari amici iraniani conosciuti durante del viaggio? Che la
    quantità e la violenza degli attacchi ricevuti potrebbe essere facilmente
    riconducibile al fatto che per i miei tratti somatici, per il mio aspetto,
    potrei essere scambiata per una ragazza iraniana del sud del Paese. E questo
    potrebbe aver maggiormente legittimato le spinte di questi individui. Magari
    davanti a una semplice turista si sarebbero trattenuti…

    Non siamo andate alla polizia, caro Luigi, non per quale strana
    forma di naïvité tu abbia voluto sottolineare, ma perché siamo entrate in Iran
    dicendo che eravamo due dipendenti di un’agenzia di viaggi, e non volevamo in
    nessun modo che la nostra vera professione si svelasse. Probabilmente, dicendo
    che siamo giornaliste, avremmo fatto un viaggio molto più “sicuro”, con un
    bello stringer gentilmente offerto dal regime, ma non avremmo potuto vedere
    molto delle cose bellissime, e delle esperienze straordinarie che ci ha
    regalato il Paese (tra tutte, per me, il matrimonio a cui abbiamo assistito nel
    piccolo villaggio di Toudeshk). Abbiamo semplicemente scelto di fare un altro
    tipo di viaggio, un viaggio che peraltro nasce per puro piacere, e non per
    lavoro. Ecco perché, al ritorno, abbiamo deciso non di farne un reportage, un
    articolo, un servizio tv ma un semplice post (pubblicato peraltro su un blog
    personale). Perché era nostra intenzione pubblicare un resoconto di episodi in
    viaggio per chi viaggia, ed è donna come noi: di quei resoconti che – con la
    semplicità di tante indicazioni contenute in una guida, o in un blog di viaggio
    – esponesse semplicemente, e schematicamente, quanto accaduto. Non posso
    credere che chi come me ha fatto di quella parte di mondo un pezzo di vita, e
    soprattutto il cuore della propria formazione, in fondo giudichi male chi si
    permette di scriverne senza farne, si può dire, una pubblicazione accademica.
    Come dire: se non conosci, taci. Cosa avremmo dovuto fare? Cercare di
    sintetizzare la storia dell’Iran in un post? Scrivere delle 20 e più dinastie
    che dai tempi dell’espansione araba in Mesopotamia ai giorni nostri si sono
    susseguite nella storia della Persia per sottolineare che abbiamo il pedigree
    per poterne anche solo parlare? Procedere in diagonale dal confine nord-occidentale
    con la Turchia alla costa sud-orientale del mare di Oman (la stessa distanza
    che separa Londra da Atene) prima di poter scrivere un post che si intitola,
    non “IL NOSTRO VIAGGIO IN IRAN”, ma “Due donne sole in Iran: quello che gli uomini non
    dicono”? Cosa avremmo dovuto fare? Visto che siamo giornaliste, e conosciamo
    l’Italia e la facilità con cui certe argomentazioni possono essere
    strumentalizzate, non scrivere quello che ci era capitato per non “infangare”
    un Paese? Il rischio delle strumentalizzazioni a cui possiamo esporci non è un
    rischio che corre solo chi fa il giornalista, ma tutte le persone che, a
    prescindere dal lavoro che fanno, non sono oneste intellettualmente. Perché è
    questo che conta poi davvero nella vita. Noi abbiamo scritto un post come
    Giulia Innocenzi e Maddalena Oliva. E tu hai risposto come Luigi Farrauto. Io
    non vengo a sindacare sul tuo essere esperto in wayfinding, tu però – devo
    dire, in buonissima compagnia – ti permetti di farlo sul nostro essere
    giornalista (basterebbe poi googlare un po’, e si scoprirebbero magari tante
    cose che eviterebbero tweet e commenti di cui poi imbarazzarsi).

    Sai qual è la cosa che più mi ha colpito, Luigi? Il fatto che
    per le persone con cui siamo entrate in contatto in Iran – al netto di
    pochissime eccezioni – a fronte del racconto delle nostre disavventure
    (ovviamente molto edulcorate, per non urtare le sensibilità e le convenzioni di
    alcuno), la reazione fosse per lo più di censura, sì, la chiamerei proprio
    così. Un grande silenzio, gli occhi bassi, il sottolineare che sono cose che
    succedono ovunque, e l’argomento liquidato in 10 – e dico 10 – secondi, con
    l’aggiunta finale: “Per favore, quando tornate in Italia, non raccontate…”.
    Ecco perché anche io ho deciso di scrivere. Perché potrebbe anche essere stato
    un semplice caso, una semplice sfiga, oppure no… ma se ne deve poter parlare.

    Se ti fai un giro sulla rete, o se leggi le tanto famose guide
    per viaggiatori zaino in spalla (ovviamente il capitolo della Lonely “Donne
    sole in viaggio” l’abbiamo consultato, ma ti ringrazio per esserti preoccupato
    di segnalarcelo), non c’è traccia di alcun tipo di disavventura che riguardi
    una donna che decide – senza accompagnamento di un uomo, di una guida, di un
    tour operator – di visitare il paese in solitudine. Solo dopo aver smanettato
    un po’ si trova un video di una giornalista olandese che riporta problemi molto
    simili a quelli in cui siamo incappate. Questo, secondo il mio modestissimo
    parere, è per due motivi: donne che viaggiano sole in Iran si contano col
    lumicino, ma, soprattutto, c’è sul tema una censura – se non, peggio,
    autocensura – fortissima. Della donna non si deve parlare. Meglio non parlare.

    L’islam, come ben sai, è tutt’altra cosa. Questo non toglie però
    che in Iran i governanti molte volte, negli ultimi trent’anni, abbiano forzato
    le tradizioni dello sciismo per sottometerle alle esigenze della politica. E
    questo non immagini nemmeno in quanti, in questi giorni, ce lo stiano
    ricordando: quante donne iraniane, quanti dissidenti… ma questa è un’altra
    storia. E io mi sono già dilungata tantissimo.

    Tutto il resto fa parte di un circo politico-mediatico a cui
    forse non sarò mai fino in fondo abituata, e in cui tutti, in un modo o in un
    altro, ne facciamo parte. Accettare in silenzio sempre, però, non si può.
    Specie se gli attacchi vengono da chi usa la maschera di studi in relazioni
    internazionali, o amicizie, o fratellanze e parentele, per insultare. Perché
    mettere in dubbio una violenza subita, anche solo dileggiandola, è già un
    insulto. Anzi: è più di un insulto.

  • Fariba Tehrani

    Sig, Luigi complementi per la sua vasta visione, lei e’ un uomo intelligente e profondo. la ringrazio a nome di popolo persiano. Distinti saluti Fariba

  • http://www.dasar.ml dasar

    Non è giornalista professionista visto che non è riuscita a superare l’esame. Chissà perché

  • TheBEAGLEPACK .

    Non conosco personalmente la Innocenzi e il suo nome l’ho trovato nell’albo giornalisti del Lazio, consultabile online (http://albo.odg.roma.it/albo.php) con data di iscrizione 7/10/2011. Posso aver sbagliato ma non è questo il punto. Io non scrivo per dare sfogo alle mie antipatie o alle mie frustrazioni e non godo degli insuccessi altrui. E’ solo che quando vedo un linciaggio so per istinto da che parte stare. Tu stai dalla parte opposta, come tutti quelli che corrono sempre in soccorso dei vincitori. Purtroppo certe sensibilità, come il coraggio di Don Abbondio, uno se non ce le ha, non se le può dare.

  • francesco

    TheB, stiamo parlando dell’Iran, e il mio invito era di resettare i dati in vostro possesso relativi all’Iran, non all’insieme di conoscenze ed esperienze che costituiscono una identità (è imbarazzante dover precisare una cosa così evidente). A maggior ragione perché, è evidente dai vostri interventi), rispetto all’Iran non avete nulla che abbia a che fare con conoscenza e men che mai con esperienza.

    Ciò che scrivi di presunte invidie su realizzazioni personali lascia intendere che i termini essenziali della questione sono usciti completamente fuori dal tuo campo visivo e ciò mi invita a non seguirti.

  • francesco

    http://francofalc.blogspot.it/search/label/Turchia%20Iran%20e%20Siria
    Tra i testi letti prima di partire, quelli che consiglio: Hafez: Ottanta canzoni; Kapuscinski: Shah-in-Shah; De Leo: L’onda verde d’Iran; Albero Negri: Il turbante e la corona; Vanna Vannucci: Rosa è il colore della persia.

  • ubik3

    io non riesco a inquadrare la Innocenzi come una giornalista (e non per un discorso di bocciature agli esami e titoli: ci sono giornalisti sorprendentemente bravi e non titolati) tantomeno come giornalista seria e non mi piace nemmeno il linguaggio con il quale scrive, non è brava a scrivere. Non mi piacciono i suoi concetti e non la trovo in alcun modo profonda. Eppure non ho niente contro di lei personalmente. Non mi sta neppure antipatica. Una persona come la De Filippi che invece NON stimo per le scelte professionali di condurre programmi brutti, che saranno senz’altro icona di questa brutta era in un futuro, non avrebbe scritto un articolo così brutto con conclusioni tanto superficiali ma tutt’altro. Ne sono certo. Potrà sembrare un analisi insensata la mia, fuoriluogo, un paragone sciocco ma tento solo di spiegare la logica per cui molte persone si trovano a fare una cose per cui non sono preparate, competenti o semplicemente portate (nel caso della De Filippo però la preparazione è indubbia mentre la innocenzi zoppica anche in tv). Due persone sbagliate nel posto sbagliato, per scelta. L’illogica profonda dell’umanità.

  • TheBEAGLEPACK .

    Non conosco personalmente la Innocenzi e il suo nome l’ho trovato nell’albo giornalisti del Lazio, consultabile online con data di iscrizione 7/10/2011. Posso aver sbagliato ma non è questo il punto. Io non scrivo per dare sfogo alle mie antipatie o alle mie frustrazioni, è solo che quando vedo un linciaggio so per istinto da che parte stare. Tu stai dalla parte opposta, come tutti quelli che corrono sempre in soccorso dei vincitori. Purtroppo certe sensibilità, come il coraggio di Don Abbondio, uno se non ce le ha, non se le può dare.

  • http://www.dasar.ml dasar

    e per fortuna che abbiamo il robin hood dei giorni nostri che si schiera a prescindere e spaccia la partigianeria (di cui accusa gli altri) per sensibilità

  • TheBEAGLEPACK .

    E’ imbarazzante sopportare le tue lezioncine, frutto, con tutta evidenza, di sesquipedale presunzione e ipertrofia dell’ego. Al contrario di quanto scrivi, qui non stiamo, almeno non io, parlando dell’Iran. Sto parlando del diritto di due persone che hanno subito violenza di denunciare il fatto pubblicamente, senza essere esposte al dileggio del branco che non aspetta altro per scatenare la propria miserabilità. Sarà mia cura evitare ulteriori scambi epistolari: ho cose più gratificanti da fare. Cavar sangue dalle rape, ad esempio.

  • Michele
  • francesco

    Hai centrato la questione, TheB, Il problema è proprio che Giulia Innocanzi -forte dei suoi pregiudizi sul paese- non ha denunciato i molestatori, ma, al ritorno, ha denigrato un intero popolo. E che così facendo ha fatto un dono prezioso a chi non conosce nulla di quel paese e non ne ha alcuna esperienza, ma ha subito la in-formazione del terrorismo mediatico di regime e non chiede altro che rassicurarsi sull’esattezza della propria ignoranza.
    Una “denuncia” (come la intendi tu), da parte di una giornalista, andrebbe fatta con pre conoscenze (delle quali la Innocenzi era evidentemente a digiuno) e da una diversa prospettiva, non certo esaurendosi in episodi personali intercorsi in una vacanza.

    Una incauta e brutta esperienza che ha generato un incauto e brutto resoconto. Immagini documentarie, le cui didascalie fanno giustizia dello splendore di un paese e di tutto ciò che è stato goduto e non detto.

  • luigi farrauto

    Ciao Maddalena, grazie per la risposta, che ho apprezzato molto. Non sto qui a commentare, abbiamo già attirato troppi commenti sessisti e idioti online… Ribadisco il mio dispiacere per ciò che vi è accaduto, e anche se temo in Iran non ci tornerete mai più… d’istinto vi direi di dargli un’altra possibilità ecco :) Saluti

  • michele

    Quante sciocchezze che ho letto in questo articolo. Ricordo che la giornalista ha subito violenze sessuali. Così si chiamo in occidente.

    Per aumentare la comprensione del paese, assolutamente maschilista, una dittatura a tutti gli effetti, consiglio l’intervista della Fallaci, che non era superficiale, ma una Donna: http://www.linkiesta.it/l-intervista-della-fallaci-khomeini-nell-anniversario-della-rivoluzione-iraniana