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Antiviolenza

Uccisa con un mattarello dal marito? In Italia si può

Non ce l’ha fatta. È morta anche Stefania Cancelliere, a 39 anni, a Legnano nel milanese, lasciando tre figli di cui uno di due anni, dopo essere stata massacrata dal marito, Roberto Colombo, 54 anni, medico oculista, che l’ha rincorsa per le scale per fracassarle il cervello con un mattarello da cucina. Neanche in un film splatter la fantasia di un regista avvezzo agli horror avrebbe l’ardire di arrivare a tanto: una scena agghiacciate, come ne abbiamo descritte già altre, con “pezzi di cervello ovunque”, come riporta Lettera43 , e i vicini che hanno chiamato il 118 dopo aver sentito le grida disperate della donna che cercava di scappare per le scale con il bambino più piccolo in braccio. Come riporta Lettera43, i due coniugi si stavano separando e avevano due appartamenti separati nel condominio, uno all’attico e uno al piano terra, ma l’uomo non accettava questa separazione. Ma può bastare un “no” di una donna per scatenare quello che i vicini hanno raccontato? Sempre su Lettera43 si legge la descrizione dei residenti che raccontano di aver visto il marito “con il mattarello in mano che rincorreva Stefania, già sanguinante. Lui continuava a colpirla in testa, fino a quando lei è stramazzata al suolo, nell’atrio, in una pozza di sangue. Noi abbiamo cercato di fermarlo ma lui era una furia”. La corsa in ospedale in quelle condizioni non è servita, perché Stefania è morta oggi. E oggi mi chiedo qui, come semplice cittadina, come donna, come giornalista, come essere umano: che Paese è questo che ha sulla coscienza quasi 80 vittime di femmicidio, comprese le vittime collaterali di questi assassini, dall’inizio dell’anno? che Paese è questo che malgrado gli appelli, le denunce le richieste di intervento, continua ad avere un governo che tace su questi delitti atroci consumati in casa con cervelli spappolati da martelli, bastoni, mattarelli, uccisioni fatte con la furia delle coltellate, aggressioni subite in casa dove la vittima non può difendersi, e in presenza di bambini che saranno per sempre dissestati da quello che hanno visto? Un governo che permette che le liti familiari possano sfociare in un costante “Far West” a domicilio perché i tribunali non riescono a  pacificare le conflittualità presenti, mettendo a rischio tutti? Che Paese è questo che continua a chiamare “raptus di gelosia” femmicidi che per il 70% avvengono dopo violenze all’interno della famiglia già denunciate o comunque segnalate? Che Paese è questo che rimane inerme davanti alle raccomandazioni delle Nazioni Unite che hanno fatto più volte presente al governo italiano, quello passato e quello odierno, di non rispettare la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW) pur avendola ratificata? Che sottolinea la massiccia presenza di stereotipi culturali maschilisti sulle donne che ogni giorno rischiano discriminazioni e violenze sul posto di lavoro, a scuola, in casa, per strada, ovunque? Che Paese è questo che concede gli arresti domiciliari in attesa di giudizio (concessa qualora non ci sia pericolo per terzi o il pericolo di inquinamento di prove) all’autore di uno stupro talmente efferato da causare 48 punti di sutura agli organi genitali e all’apparato digerente di una ragazza ventenne lasciata in una pozza di sangue in una fredda mattina d’inverno in Abruzzo, e che oggi, per questa decisione del tribunale, potrebbe decidere di andare a vivere all’estero? Che Paese è questo che non riconosce la gravità della violenza domestica, della violenza assistita ai minori dentro le mura di casa, che obbliga la donna stuprata a doversi sottoporre a un ulteriore trauma per dimostrare che lei “non era consenziente” allo stupro subito? Un governo che, pur essendo stato interpellato dalla società civile e dalle Nazioni Unite più volte su queste mancanze, non capisce che al di là degli interessi personali, politici, di comodo, al di là delle alleanze di potere, degli accomodamenti di poltrone, esiste una cosa che si chiama Diritto che comprende il benessere e la sicurezza degli esseri umani che, in teoria, queste istituzioni dovrebbero rappresentare e tutelare.