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Street Politics

Turchia: quelle bandiere di Ocalan in piazza Taksim

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di Benjamin Petrini (Istanbul)

Tra le componenti del movimento di protesta al governo islamista moderato del premier Recep Tayyip Erdoğan, vi sono gruppi politici che fanno capo alla minoranza kurda, tra i quali il partito Pace e Sviluppo (Bdp), braccio legale del Partito dei Lavoratori Curdi (Pkk) e con una nutrita presenza in parlamento. Fin dai primi giorni delle proteste, quando Sırrı Süreyya Önder – una delle figure di spicco del Bdp – ha sfidato un bulldozer che si apprestava ad iniziare i contestati lavori di rinnovamento in piazza Taksim, diventando uno dei simboli del movimento, attivisti kurdi si sono uniti alle manifestazioni. All’interno del Gezi Park, vi è anche uno spazio riservato al Bdp e bandiere con il volto del leader del Pkk, Abdullah Ocalan, una scena impensabile fino a poco tempo fa.

“Mai nella mia vita ho visto bandiere di Ocalan a pochi metri da militanti kemalisti”, ci confessa Ufuk, un giovane professionista di simpatie nazionaliste. Nonostante fonti locali affermino che il Bdp abbia preventivamente negoziato con alcuni gruppi di sinistra affinché gli elementi nazionalisti e intransigenti tra i manifestanti fossero allontanati per evitare scontri, la portata di tale gesto rimane storica: il Pkk, ed in particolar modo il suo fondatore e leader, Ocalan, sono invisi e assolutamente mal tollerati da parte della società turca. Peraltro, scritte inneggianti al leader kurdo sono apparsi sin da sabato scorso, sui muri delle aree limitrofe a Taksim.

Il ruolo attivo del Bdp nell’attuale crisi è confermato dall’incontro tra Önder ed il presidente turco Gul per discutere la reazione repressiva e le manifestazioni anti-governative. Il Bdp, l’Unione delle Comunità in Kurdistan (Kck – una sigla parallela al Pkk), ed il Pkk per bocca del suo comandante Murat Karayilan hanno puntato il dito contro le forze di sicurezza e l’apparato repressivo dello stato, notando come la popolazione kurda sia stata vittima di repressioni per decenni. Sia Önder sia Karayilan hanno auspicato non solo una rapida conclusione delle violenze, ma soprattutto che le proteste possano portare ad un reale rafforzamento del pluralismo e del processo democratico in Turchia – un obiettivo certamente alla base della costruzione della pace nelle zone del Kurdistan turco. E’ quindi il processo democratico che sta a cuore ai dimostranti kurdi, come dimostra la dichiarazione rilasciata lo scorso giovedì dalla rete Iniziativa del Popolo del Kurdistan, nella quale si incita la minoranza kurda a sostenere il movimento di protesta. La solidarietà kurda con il movimento si basa, dunque, sull’auspicio che la qualità della democrazia turca ne esca rafforzata, e che questa possa avere riflessi importanti per la risoluzione del conflitto.

Va, infatti, ricordato il processo di pace attualmente in corso per terminare il conflitto armato tra i separatisti kurdi e lo stato turco – conflitto che si protrae dal 1984. Nel corso degli ultimi mesi si è giunti ad una tregua tra il Pkk e le sue più recenti emanazioni, e il governo di Ankara, seguito da un “accordo” di pace. Nel comunicato di Ocalan si annunciava la fine della lotta armata ed il ritiro dei ribelli del Pkk presenti in territorio turco aldilà dei confini con l’Iraq, dove mantiene le sue basi di appoggio, in cambio di un non-meglio specificato avanzamento nella concessioni dei diritti della minoranza kurda e nelle politiche di sviluppo delle zone kurde. Se di vero e proprio “accordo” non si può parlare – a causa della totale assenza di una negoziazione trasparente, ed in presenza di termini “concordati” tra Ocalan stesso e fedelissimi del primo ministro con l’intermediazione del Bdp – fatto sta che dall’otto maggio scorso unità combattenti del Pkk stanno volontariamente abbandonando le proprie postazioni nell’est della Turchia.

La partecipazioni del Bbp alle manifestazioni e la crisi di questi giorni gioca, poi, un ruolo politico circa le aspirazioni di Erdoğan. Alcuni analisti non fanno mistero sulle reali intenzioni del primo ministro circa la pace con il Pkk. Il primo ministro starebbe di fatto barattando la fine del conflitto, l’introduzione di politiche inclusive e di maggiori diritti per la minoranza kurda (peraltro già notevolmente migliorati nell’ultimo decennio), con l’appoggio del Bdp e della popolazione kurda alla proposta di riforma costituzionale, voluta dal premier: una riforma in senso presidenzialista in vista delle elezioni del 2014, alle quali Erdoğan non fa mistero di voler partecipare. In definitiva, il nocciolo della questione è se l’attuale movimento di protesta e l’indiscutibile erosione di legittimità subita da Erdoğan avranno riflessi negativi sul prosieguo del processo di pace con i kurdi.

Articolo apparso sul Manifesto