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Horror Vacuo

Tu mi domandi alcunché

“Arrivo in un luogo, cerco di guardarmi attorno con occhi diversi, mi faccio tante domande sui perché”. E’ da questa fratellanza, da questo “umido segreto” con la realtà che lo scrittore e autore televisivo Stefano Paolo Giussani trae ispirazione per le sue storie. L’ultima onda del lago (edizioni Bellavite) è un romanzo dalla inconfondibile dolcezza, una ricognizione storico-onirica nell’Italia del 1944, dove lo spettro-a-ritroso della Seconda guerra mondiale sembra riversare ossessioni e nuvole sull’identità di genere, ragionando anche, e in modo vertebrale, sulla senilità dell’anima al cospetto delle puslioni georgrafiche.
In questa maxi-discoteca della Milano anni Quaranta, tra fiction e storia documentata, si inserisce la sagoma di una ragazza ebrea che tenta di mettere in salvo il fratello sordocieco dalle mine del cielo. I due diventano tre (Anna, Davide e Sebastiano) quando un amico in città, rimasto solo dopo l’arresto del compagno Ervé, decide di proteggerli e guidarli nella traversata verso la Svizzera. Parallelamente tra le catene montuose di Como e Lugano un altro ragazzo, Valerio, cerca il festoso incantesimo per costruire un sommergibile lacustre, e resistere e contrabbandare lungo il confine mentre le pattuglie naziste innervano e speziano il sogno di tutti. Il sogno di scappar via, un sogno fatto di opacità, bene ormai scaduto.
A farsi carico di questa ossatura dove prevale il “fare” (al di là dell’ingombrante “esitazione” che attanaglia certe vittime di oggi) è lo stesso autore che ha saputo nutrirsi del voluttuoso abbraccio con le persone (i “grandi vecchi”), i documenti e le realtà naturali del passato, allargando e modernizzando l’inquietudine in una fuga dalla mediocrità.
“La storia del sommergibile è autentica”. Qualche comasco nell’area di Grandola e Uniti adeguò la propria sensibilità nel tentativo di varcare il lago di Lugano assemblando una barca a pedali. “Un aneddoto che mi ha passato Valerio Scheggia”.

Hai pensato di infastidire qualcuno pubblicando il romanzo?
Paradossalmente sono andato ad infastidire più quei gruppi che non mi aspettavo reagissero con fastidio. Ad esempio, i partigiani. Forse intendono tenere alta l’immagine del partigiano belloccio e sciupafemmine. Dover fare i conti con un altro tipo di partigiano ha disturbato.

Ha qualche difetto la tua narrazione?
Sono quasi del tutto assenti i dialoghi;  per pudore, ho preferito non avventurarmi in territori che conosco meno. Sono stato coerente con la mia parte giornalistico-geografica.

A quale personaggio sei più affezionato?
Il personaggio che più di tutti è stato in grado di “aiutarmi”, quello che mi ha dato un margine di scoperta è Davide. Mi sono incamminato lungo il sentiero di una persona sorda e cieca, con quei limiti fisici. Ho chiuso gli occhi anch’io, perso il senso della profondità visiva e sonora. Incredibile notare quanto e come gli altri sensi si accendano. Il personaggio di Anna è molto semplificato e combattuto, non quanto quello di Sebastiano, che al termine della storia emerge come un vero eroe. Noi, nella storia, non comprendiamo subito quel che accade ad Ervé, il suo compagno. Conosciamo solo la prima parte, quella dell’arresto. Ad ogni modo, se vuoi veramente bene ad una persona, te la porti dentro a prescindere dal destino. Per quella persona arrivi anche a combattere.

E quel ragazzo dall’altra parte del lago?
Non lo ha rilevato ancora nessuno, ma ci tengo a dire che, nel mio mondo, lo vedo come un ragazzo sessualmente non formato, incompleto, ancora molto bambino. Sicuramente selvaggio.

Come hai scelto l’universo entro cui far vivere il tuo racconto?
Mi interessava la triplice guerra che contaminò la Lombardia. Avevamo i nazisti su territorio italiano, ci bombardavano gli americani, e in più c’erano i fascisti che si accanivano per dare gli ultimi colpi di coda. L’atmosfera era molto tesa.

Penseresti ad un’altra ambientazione epocale?
Sì, forse in uno di quei momenti imbarazzanti della storia dove spesso gli ebrei sono stati costretti ad azzerare la loro vita per muoversi da qualche parte. Successe a Venezia, a Roma… Potrei adattare L’ultima onda del lago in una Venezia del Seicento dove Sebastiano è il compagno di un bell’artigiano o ingegnere che lavora all’arsenale del Doge, e succede qualche cosa per cui cade in disgrazia… Però no, aspetta, una storia simile l’hanno già scritta.

Io penso a Davide come ad un bambino telecinetico, caldo di metafore…
Ne prendo atto. La prospettiva metaforica, a dire il vero, non mi ha accompagnato nella stesura… Ma sta cominciando a crescere dentro di me.