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True Detective: piedipiatti alla fine del mondo

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La sigla è una soggettiva di drone sullo sterminato hinterland di Los Angeles: il Southland, groviglio di desiderio e disperazione intrecciato di interminabili freeways, la topografia straniata da cui spuntano palme, cactus e vite storpiate. LA seconda seria di True Detective, che cambia location e dalla Louisiana southern gothic passa al noir californiano, è un progetto ambizioso, forse anche troppo; un grande affresco noir che parte da una losca faccenda di concussione in atto pubblico nella periferia di LA. Roba di mazzette e investimenti di mala riciclati in speculazioni immobiliari. È l’eterno motore degli affari e delle smisurate ambizioni che hanno costruito la California – quella de Il Petroliere e ovviamente quella di Chinatown.  Il film di Polanski e Robert Towne dipingeva i contorni oscuri della leggenda fondativa di Los Angeles e il furto d’acqua su cui erano predicate I suoi albori. True Detective ne è controparte speculare e crepuscolare  che fotografa l’eden californiano nel momento della decadenza, quando l’acqua ormai non c’è (quasi) più e l’avidità stavolta punta sull’alta velocità. L’inchiesta su un omicidio legato alla corruzione accomunerà controvoglia tre poliziotti in una zona d’ombra fra il marcio dell’indagine e quello, privato, delle proprie delusioni.  Un poliziotto motociclista, ex contractor in Iraq con sindrome traumatica (Taylor Kitsch), una agente dello sheriff’s department dai retroscena conflittuali con la famiglia benestante/new age (Rachel McAdams), un boss della mala in procinto di riciclarsi nella rispettabilità politica (Vince Vaughn) e Colin Farrell, un “cattivo tenente”, amareggiato da una vita che gli ha tolto ciò che aveva di più caro. Con un sottotitolo che recita “ognuno ha il mondo che si merita”, il procedural  esistenziale di Pizzolatto ha le ambizioni di un romanzo di Ellroy e si arricchisce di una dimensione politica. La California di True Detective è un ex-Eldorado post subprime, un paesaggio riarso e  avvelenato dalle discariche abusive dove sedimentano i sogni infranti e le cattive coscienze. Una geografia in bancarotta morale e orfana del futuro perché ormai, come canta più caustico del solito Nick Cave sui titoli di coda: “tutto l’oro della California è finito in una banca di Beverly Hills”.