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Poltergeist

True Blood – L’altro da sé

Il personaggio del telefilm americano non è mai davvero sfaccettato ma resta sempre in un limbo generico, è piuttosto una indicazione vaga di ciò che è un essere umano, perché non ha l’animo dell’eroe ma quello del picaro, il fuorilegge giustificato – poiché chi non ha una fissa dimora non conosce la differenza tra una porta aperta e una chiusa. Il detective e il chirurgo, l’avvocato e l’artista dei telefilm sono uno stesso uomo che non fa che cercare e cercarsi, non conosce che il movimento e si muove, sempre, di luogo in luogo, di lavoro in lavoro, di relazione in relazione. L’unico sentimento che prova davvero profondamente è quello del longing, e cioè la passione per ciò che non si ha, non si ha ancora, poiché sono precarie le fondamenta su cui posano i piedi di questo avventuriero inconsolabile, le sue origini, la casa da cui è partito che ancora prima che lui nascesse era già rotta – in una rivelatoria sineddoche gli americani la chiamano “broken home” una famiglia sfasciata – almeno quanto è perduta la strada che percorre per tornare indietro, in quel disperato cammino homeward bound, a ritroso, alla cieca verso casa.

Tutto è lecito durante un tale tragitto inevitabilmente sgangherato e segnato dalle cadute, tutto è giusto, perché è un ritorno – al navigante del nostos è permesso mentire, rubare, a volte anche uccidere, perché sta tornando a casa e fa come ogni uomo che tenti di ritrovare quel luogo immacolato quanto falso che è la memoria di un’infanzia in cui si era protetti. E per quanto l’infanzia è un irrefrenabile franare nella perdita di sé, per quanto è una corsa involontaria verso la disfatta del nostro intimo, violato sempre più a fondo dalla coscienza di essere simili agli altri, l’età adulta è una speculare ricerca frenetica di scoprirsi unici, di trovarsi soli, finalmente uno e indivisibile se stesso e mondo. Tutto quello che facciamo per recuperare quello stato è per questo, naturalmente, lecito e una simile licenza è concessa innanzitutto a chi percorre la discesa, oggi considerata gloriosa, dentro di sé per trovare proprio quel mitico io che si è sgretolato quando ha saputo pronunciare il suo nome.

È così che al dottor House è permesso proclamarsi unico con ogni suo gesto disumano, cioè lontano dal comportamento che dovrebbe avere chi è tra gli umani, e deve riconoscere la signoria degli altri infiniti io attorno al proprio invisibile, inarticolabile sé. È per questo che tanto piacciono i personaggi un po’ autistici, egoisti in senso e in modo clinico – è per questo che sono diventati simpatici i vampiri, quegli esseri che succhiano e inghiottono veramente la vita degli altri, manifestandosi così diversi.

È probabile che il fascino meno plateale di True Blood stia proprio nel confronto tra il vampiro homeward bound che cerca di ritrovare posto nella città del suo passato e la bella ragazza che non si lascia divorare, una forma di alterità che non si sottomette all’ingordigia teleologica dell’anziano ragazzo immortale. True Blood è una grande storia d’amore, o forse, semplicemente, questo telefilm racconta la storia d’amore: una resa di fronte all’irriducibilità dell’altro.