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«Troppa glasnost», madama Agcom

Non c’è solo il bavaglio al Web. L’Agcom continua a muoversi come un elefante in una cristalleria. Chiede (giustamente) trasparenza ai giornali ma una direttiva kafkiana può cancellare il diritto ai contributi pubblici all’editoria.

Con Berlusconi è un destino: se sei un editore in cooperativa o non profit, «senza padroni né padrini», allora devi soffrire. Sempre. Stavolta oltre al solito Tremonti «mani di forbice» ci si mette pure l’Autorità per le comunicazioni (Agcom) presieduta da Corrado Calabrò. Per gli editori puri, che ogni anno chiedono allo stato un rimborso delle spese documentate, non c’è pace nemmeno dal lato amministrativo.

Una direttiva approvata dall’Agcom il 18 giugno scorso impone a tutti i richiedenti i contributi diretti una tale quantità di notizie da rendere impossibile perfino fare domanda a palazzo Chigi (leggi qui).

Il fine della decisione (n. 283/11/Cons) è giusto: chi bussa allo stato da quest’anno dovrà certificare chi possiede la testata e la relativa catena di controllo. L’idea è dare trasparenza e svelare subito eventuali partecipazioni incrociate vietate come già avvenuto nel caso di Ciarrapico, degli Angelucci e di Bocchino.

L’Agcom però pare andata oltre. Ogni giornale dovrà dichiarare soci, amministratori, se siedono in altri cda, la catena di comando della propria e di altre società partecipate o controllate o controllanti. Va scritto tutto: vita, morte e miracoli a valle e a monte.

Il termine è perentorio: entro il 31 luglio, altrimenti non si può nemmeno fare domanda.

Bene? Insomma. Nel caso di una realtà come il manifesto l’iter diventa kafkiano. Dal ’95 questa testata è proprietà della «manifesto spa», una società diffusa in cui il 78,2% delle quote è rimasto alla cooperativa storica del giornale, il 15,3% è stato «comprato» da 6.533 persone fisiche e il 7% circa è di 109 organizzazioni sindacali o associazioni, 47 società e 23 cooperative. Di ognuna di queste, entro un mese dovremo ricostruire tutto come se fossimo un nucleo speciale delle fiamme gialle. Se non ti uccidono i tagli, ecco i cavilli. Eppure sarebbe bello che la stessa trasparenza si applicasse a tutta l’editoria. Allora sì che ne vedremmo delle belle.