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Lo scienziato borderline

Treno Scorie: era giusto informare

Questo articolo riprende, tristemente, un mio articolo uscito in precedenza, nel luglio scorso, e che si è rivelato anche ieri, purtroppo, attuale, salvo alcune variazioni di luogo e di azione. Per questo motivo ho deciso di ampliarlo, aggiornarlo e proporlo ai lettori del Manifesto.

Anche ieri, come spesso succede in Italia e nel resto del mondo, un treno con a bordo scorie radioattive in trasporto è stato oggetto di proteste da parte di manifestanti.

Il treno, dopo un certo andirivieni sulle date del possibile trasporto e le inevitabile fughe di notizie, è partito da Saluggia, in Piemonte, verso la Francia, ed è transitato nel territorio di molti comuni piemontesi. E’ stato fatto oggetto di contestazioni, in particolare, ad Asti e ad Avigliana. Alla fine, con un importante schieramento di polizia a scortare i binari, il treno è passato. In direzione La Hague, centro di riprocessamento francese, da dove in futuro le scorie “lavorate” ritorneranno in Italia.

Treno scorie: contestazioni ad Avigliana

Treno scorie: contestazioni ad Avigliana (da www.larena.it)

Mettiamo da parte la cronaca – purtroppo molto simile a quella dello scorso luglio – e vediamo alcune delle ragioni che stanno dietro all’estremo disagio con il quale, e non solo ieri, le popolazioni accolgono questi trasporti.

Anticipiamo subito la risposta, prima di procedere: l’estremo disagio è dovuto alla scarsità di informazione, principalmente. Questo al di là delle ragioni che si possono avere, anche da informati, e che proverò a mettere in evidenza nel seguito.

I trasporti ferroviari di barre di combustibile nucleare verso la Francia sono frutto di un accordo siglato nel 2006 in base al quale una parte delle nostre barre di combustibile irraggiato viene inviata in Francia dove viene trattata in un procedimento chiamato “reprocessing” (riprocessamento), che consente di separare elementi ancora utili, come uranio e plutonio, dal resto del materiale radioattivo, che viene alla fine inglobato in una matrice di vetro borosilicato per formare le vere e proprie “scorie”, che verranno restituite all’Italia.

Il riprocessamento riduce il volume delle scorie, sebbene la radioattività totale non venga diminuita di molto, e l’inglobamento in una matrice vetrosa ne dovrebbe ridurre l’intrinseca pericolosità, che permane tuttavia altissima.

A fronte di questi benefici, elenchiamo alcuni costi, di vario genere:

  • Il costo materiale dell’operazione è, per l’Italia, di 250 milioni di euro
  • Ad ogni trasporto si corrono inevitabilmente dei rischi, dovendo movimentare un materiale pericoloso come le scorie radioattive.
  • Questi rischi, a mio parere, vengono molto sottovalutati. I piani di emergenza sono insufficienti in sé, e insufficientemente implementati.
  • Le autorità competenti, penso ad esempio alla prefettura, vista l’assenza o l’insufficienza dei piani di emergenza e la mancanza completa di svolgimento di esercitazioni di emergenza per la popolazione interessata, non dovrebbero consentire questo tipo di trasporti.
  • Le esigenze di “segretezza” a causa delle quali la data e il tragitto dei trasporti non vengono rese pubbliche stanno nella speranza di avere un tragitto senza “intoppi” dovuti alle contestazioni. A casua delle inevitabili fughe di notizie e del clima di incertezza dovuto a questo, il risultato non viene comunque ottenuto, ed anzi si ha, come si è visto, innalzamento del livello dello scontro: tanto varrebbe, a questo punto, informare la popolazione, implementare i piani di emergenza, svolgere se del caso gli adempimenti previsti per una totale trasparenza.
  • Ma ci sono dei rischi reali? A parte alcuni scenari particolarmente catastrofici ma poco probabili, come ad esempio lo scontro con un’autobotte di benzina, oppure la caduta di un contenitore di barre in un corso d’acqua, con possibili contaminazioni radioattive aeriformi o acquatiche, lo scenario assai più probabile della “fermata imprevista” del convoglio con permanenza del materiale radioattivo in prossimità di centri abitati “causa manifestazione” è stata valutata con molto ottimismo: e questo è uno scenario che ha – indipendentemente dall’essere “pro” o “contro” –  altissime probabilità di verificarsi, come abbiamo visto in questi anni.
  • Ho effettuato a questo riguardo delle valutazioni, e si può dimostrare come in caso di fermata prolungata imprevista la popolazione risulta esposta a dosi da radiazioni ionizzanti che possono superare il limite stabilito dalla legislazione italiana. Tale esposizione, del tutto ingiustificata secondo i principi di radioprotezione, è tale da costituire una causa di potenziale danno alla salute della popolazione esposta. In questo caso, tra l’altro, con un treno fermo che necessita di essere “scortato”, anche chi è chiamato a fungere da “scorta” non è indenne dalle radiazioni, anzi, essendo necessariamente più vicino, è maggiormente esposto.
  • Sarebbe quindi, oltre che opportuno come ho fatto notare sopra, anche obbligatorio adempiere alle disposizioni di legge, informando del rischio le amministrazioni dei comuni interessati al trasporto e informando la popolazione.
  • In sostanza, non credo sia una buona idea sotto nessun punto di vista cercare di effettuare questi trasporti in segretezza. I risultati, come abbiamo visto, non sono per nulla buoni.

Davanti a tutto questo, due domande:

  1. Ne vale davvero la pena? La quantità di scorie nucleari italiane non è grande, la maggior parte è – a livello di radioattività se non di volumi – stata già inviata all’estero: è davvero indispensabile continuare con queste operazioni, insistendo sul riprocessamento, operazione che ad esempio negli Stati Uniti non viene più effettuata da oltre 30 anni, anche per evitare che il plutonio che se ne produce possa avere utilizzi non civili ma bellici?
  2. Non converrebbe, prima di insistere con queste operazioni, predisporre finalmente un sito nazionale per il deposito delle scorie a bassa e media attività, che potrebbe ospitare anche temporaneamente le barre di combustibile esaurite, senza inviarle al riprocessamento? Quale razionalità sta dietro al correre questi rischi senza neppure avere un luogo dove ospitare le scorie che inevitabilmente ci verranno restituite dall’estero? Certamente, passeranno alcuni anni. Ma questo non giustifica la mancanza di azione.

Una attenta valutazione costi-benefici andrebbe fatta a questo riguardo. La gestione della questione nucleare in Italia non ci ha mai visto, negli ultimi decenni, per utilizzare un eufemismo, in situazione di eccellenza.

Forse, “puntare il dito” e reprimere i manifestanti “no nuke” significa “non vedere la luna” della gestione, tutt’altro che soddisfacente, ancora una volta, del nucleare in Italia