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Tremonti “chiude” la manovra. E Berlusconi cerca la rissa

Veni, vidi, vici. Giulio Tremonti lascia il Cadore per Roma (volo di linea) e presenta al senato un pacchetto di emendamenti che lascia a bocca asciutta tutti i malpancisti della maggioranza. Il disastro sociale innescato dalle due maxi-manovre estive è ormai una certezza.

Ma a parte la «svolta» nella lotta all’evasione, le scelte del super-ministro hanno l’unico effetto tangibile di lasciare l’amaro in bocca un po’ a tutti: incerti i saldi (appesi a inquantificabili nuove entrate su giochi e al recupero delle tasse) e soprattutto più tagli ai ministeri (da ripartire con un decreto tremontiano successivo).

Per evitare grane con i colleghi, Tremonti diserta il consiglio dei ministri convocato a Palazzo Chigi e si chiude a via XX settembre con i tecnici più fidati. Idee nuove non ci stanno, così il ministro va in senato e di fronte al presidente Schifani e ai capigruppo di maggioranza certifica che tutte le richieste di «frondisti», «malpancisti» e «sudisti» vari si intendono cestinate. Niente va più. Già che c’è, smentisce l’ipotesi di condono e scarica sui ministeri una buona parte dei tagli in precedenza attribuiti ai comuni.

L’ordine di scuderia, per ora, è di tacere. Ma nella maggioranza il malumore cresce. «Non posso pensare che non avvenga qualcosa d’altro: noi, come ministero della Difesa – spiega Ignazio La Russa – stiamo cercando di finanziarci con le dismissioni delle caserme ma in generale, per gli altri ministeri, penso si dovrà ricorrere a qualche altra misura». Anche la Lega, Formigoni e l’ala alemanniana sono sul piede di guerra per le promesse da marinaio sui minori tagli agli enti locali. Maroni fa a capire a Letta (unico a presidiare Palazzo Chigi) che ci saranno conseguenze.

Ma il tempo stringe e le dichiarazioni roboanti che per tutto agosto hanno squassato la maggioranza da parte dei vari Stracquadanio e Crosetto se l’è portate il vento. Rispetto al decreto legge in vigore, Berlusconi ha ottenuto la scomparsa del maxi-contributo per i privati e la Lega si tiene le province. Per il resto, il grosso della manovra resta com’era.

Anche perché i margini per una discussione vera non ci sono. Sotto l’occhio accigliato del Quirinale, il presidente del senato Renato Schifani convoca i gruppi e “costringe” i vari partiti ad auto-ridurre i propri emendamenti. Le scadenze della manovra – dopo le incertezze delle ultime ore – restano intatte: va in aula martedì al senato ed entro sabato dovrà passare alla camera. Un passaggio a tappe forzate che il governo vorrebbe ottenere senza modifiche e senza voto di fiducia, per autodisciplina dei senatori.

La commissione Bilancio comincerà a votare gli emendamenti soltanto stamattina. Sul tavolo ce ne sono 1.300 ma appunto, se si vuole portare a casa qualcosa, dovranno essere sforbiciati fino ad arrivare a quelli davvero rilevanti. In passato è una tattica che ha sempre funzionato e stavolta gode del sostegno compatto del Colle e di Palazzo Chigi. La manovra va chiusa presto. Se sia chiusa bene, lo si vedrà la settimana prossima, con le decisioni europee e tedesche sul fondo salva-stati e la collocazione dei Bot sui mercati.

Il Quirinale fa sapere di seguire con «estrema attenzione» i vari passaggi della manovra. A Parigi per la conferenza sulla Libia, Berlusconi giura di fronte a Barroso, Van Rompuy e Angela Merkel che «l’Italia rispetterà i saldi previsti» e il pareggio di bilancio nel 2013.

Il premier sa di prendere tempo, perché intanto il quadro internazionale peggiora: entro un mese Tremonti dovrà aggiornare il Def ed è impossibile che il Pil resti al +1,1% previsto a maggio.

Incontrando a tarda sera i giornalisti il Cavaliere è un fiume in piena: attacca una «opposizione criminale» e asserisce che «si può aumentare l’Iva in qualsiasi momento», portarla anche al 22% per tre mesi. Quindi, ripete, «tutti saldi sono garantiti». Una crisi di nervi che, indirettamente, dimostra soltanto che i saldi non ci sono e che è meglio buttarla in rissa.

dal manifesto del 2 settembre 2011