closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Poltergeist

Treme – Il lusso di fare musica

Se è cupa, muta e malinconica non può essere New Orleans. Non poteva esserlo. E anche se quella città ora non esiste più, nessuno di noi ha saputo veramente cosa ne è stato di lei prima che un telefilm, che con pazienza ha trasformato lo sforzo quotidiano di ricostruire case, vite ed emozioni ne ha fatto un ritratto lento e funereo di coraggio e rabbia. Treme è la serie ora alla seconda stagione creata dagli autori di The Wire, David Simon e David Mills, che ora, dopo aver parlato del crimine organizzato di alcune grandi città americane, si sono dedicati a New Orleans come teatro dello sfruttamento statale.

Le acque tracimate dalle dighe che hanno segnato gli intonaci fino ai soffitti appaiono nella sigla in una carrellata di foto accompagnate dalla gioiosa canzone che il cantante John Boutté ha dedicato anni fa al quartiere di Treme, ed è proprio questo contrasto tra l’euforia vitale e la pazienza del dolore a sostenere la trama dell’intera serie. Le acque hanno lasciato un marchio permanente sui muri e nelle anime dei cittadini che ora, riemersi in un mondo che non sanno più riconoscere, sembrano aggirarsi in un limbo di fango. Non ci viene detto niente della vita che avevano prima dell’uragano, come se le loro esistenze fossero rimaste intrappolate in un acquario abbandonato a se stesso, e come in molti romanzi e film del dopobomba, è solo attraverso la devastazione che si riesce a intravedere com’era il mondo un tempo: il soffitto sfondato racconta ancora del candeliere e dei nidi d’uccello, il pavimento mangiato dalla muffa non dimentica i tacchi, i piedi in corsa, a passo di danza, trascinati di prima mattina nelle pantofole. E i volti mostrano le rughe dove prima erano i sorrisi, così come le voci hanno il tono alto del vivace passato ma il timbro scuro di un eterno presente.

Nella prima scena al suono delle voci di una piccola folla si accompagnano gli accordi di un’orchestra jazz, a primissimi piani di mani che afferrano bottiglie di alcolici, sigarette e strumenti musicali. Poi l’inquadratura si allarga a rivelare uno schieramento militare che segue la manifestazione; la musica, il canto e la libertà stessa sono ora a New Orleans accerchiate dall’esercito.

Lo sguardo di chi è soggetto a questa occupazione è rappresentato da quello di sei personaggi la cui estrazione sociale ed educazione ne fa un gruppo eterogeneo ma rappresentativo della popolazione della città: una ristoratrice ormai senza tetto che continua a far cucina d’alta classe, un dj radiofonico che impone ai vicini conservatori la musica jazz a tutto volume, un professore universitario (John Goodman) animato dalla missione di smascherare la corruzione attorno alla ricostruzione della città, un avvocato impegnata a lottare con la burocrazia di uno stato di polizia nel tentativo di ritrovare persone scomparse, una tipica maschera del carnevale di New Orleans (il variopinto capo indiano)

che rimette in piedi un locale devastato una volta centro della vita musicale del quartiere e infine un suonatore di tromba dalla dubbia morale che cerca disperatamente di trovare lavoro in una città che non può più permettersi il lusso di pagare per la musica. La musica è indiscutibilmente il tratto che caratterizza New Orleans, un misto di spasmodica gioia di danza e di salmodiante tristezza di accordi, un’intonazione che è su tutti i volti di chi cammina per quel deserto di acque con gli occhi inquieti e un sorriso ostinato, a testa alta, proprio come fa in una scena il capo indiano mentre indossa il suo costume sgargiante e, più con rabbia che nel tipico grido di gioia della sua maschera, danza di notte per le strade abbandonate del suo quartiere affollato di detriti.

La scena finale del primo episodio segue il suonatore di tromba mentre si aggiunge a un’orchestrina improvvisata che accompagna un funerale attraverso un paesaggio devastato, e nell’allegra rassegnazione di fronte alla morte che caratterizza i cortei funebri di New Orleans, il trombettista trova le parole per spiegare a tutta l’America che si chiede come si preferisca vivere in quelle condizioni piuttosto che lasciare la città. Alla domanda di un amico che gli chiede: “Insomma, tutto quello che ti interessa è fumare spinelli, suonare la tromba e mangiare all’aperto a New Orleans?” lui risponde, senza pensarci su un attimo: “E perché no?”