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L'urto del pensiero

Tre gradini per il baratro

ita roves[1]

 

È inutile girarci intorno. Tre sono i gradini che potevano condurre il nostro Paese nel baratro. Ed è bene sapere che li abbiamo già percorsi tutti e tre con apparente e beata incoscienza. Il primo è quello della deriva etico-morale. Un Paese che non è riuscito a trasmettere ai propri cittadini il senso della res publica, quindi del bene collettivo e del patrimonio nazionale; un Paese che non sa creare le condizioni e le dinamiche perché fra i suoi abitanti, nei vari gangli vitali della sfera sociale, possano emergere i più preparati, i più volenterosi, i più meritevoli, proprio perché anche così possa salvaguardarsi e crescere lo stesso bene comune, ebbene questo Paese è già morto. È come una stella di cui ancora vediamo la luce pur sapendo che in realtà si è già spenta, e per questo non potrà continuare a esistere nella rinnovata costellazione. La politica degradata al livello del più bieco affarismo rappresenta soltanto la punta estrema, più clamorosa e visibile, di un iceberg che affonda ben in profondità le sue radici, coinvolgendo tutti quei «cittadini» che i nuovi populismi vorrebbero dipingere come puri e incontaminati. Al punto che anche solo a utilizzare termini come «etica» e «morale» si finisce tacciati di ingenuità, idealismo, utopia. Eppure non sarò io, da filosofo, ad abdicare al dovere umano e sociale di richiamare l’urgenza, e persino la vera e propria emergenza, di un Paese che ha un bisogno estremo di riscoprire, ridisegnare e riorganizzare il proprio impianto etico e morale. Certo, questo passa necessariamente per un serio progetto culturale. Ma qui arriviamo al secondo gradino. Quello della deriva pedagogico-culturale. Non ci giro intorno neanche in questo caso: per me che svolgo esami universitari con cadenza regolare è fin troppo facile, e penoso, registrare il fatto che, per esempio, sempre più studenti faticano enormemente, e quindi spesso rinunciano, a leggere i libri di testo. Non è soltanto che politiche sciagurate e decennali hanno impoverito e marginalizzato la scuola; né che la commercializzazione selvaggia e incontrollata dell’informazione e della comunicazione in genere ci ha condotto ad avere, per esempio (ma il discorso può essere esteso a tutto il «quarto potere»), una televisione la cui programmazione è diventata via via sempre più scadente, volgare e disinteressata agli effetti culturali (e cognitivi!) che produceva nei confronti dell’opinione pubblica. C’è un terzo dato, perlopiù ignorato ma in realtà gravissimo: la deriva culturale e il processo di commercializzazione sono stati così forti e pervasivi che, in buona sostanza, di fronte alla comparsa della più grande invenzione della contemporaneità, cioè Internet, si è del tutto rinunciato a pensare ad ogni minima forma di educazione critica al mezzo e di resistenza «umanistica» rispetto alle degradazioni che il mezzo stesso produceva. Soprattutto nei confronti delle giovanissime generazioni. È significativo il fatto che a nessuno mai verrebbe in mente di far affrontare la vita a un bambino, senza che la scuola gli abbia potuto fornire alcuni strumenti. Eppure, per la vita virtuale (e sappiamo bene che virtuale non significa affatto irreale, forse tutt’altro) si è coscientemente e deliberatamente rinunciato ad ogni tentativo di educare e formare menti che, durante la propria crescita, sapessero utilizzare questi mezzi straordinari mantenendo autonomia di giudizio, capacità critica, caratteristiche specifiche dell’essere umano come, per esempio, la lettura approfondita, lenta, in grado di sedimentarsi e produrre conoscenza durevole nell’individuo. Ignorare tutto ciò ha comportato la realizzazione di quello che Kurt Vonnegut aveva descritto nel suo romanzo visionario del 1952 (Player Piano), laddove descriveva una prima rivoluzione che svalutava il «lavoro muscolare» (agricoltori), una seconda che sviliva quello «ordinario» (artigiani), mentre alla fine ci si trovava di fronte alla terza rivoluzione, quella in grado di rendere superfluo il pensiero umano, cioè il «vero lavoro intellettuale». A chi ha giovato tutto ciò? Chi, con molta probabilità e con complicità evidenti da parte di una politica indegna di questo nome, ha beneficiato di tutto ciò e in qualche modo se ne è fatto artefice? Qui arriviamo al terzo gradino, che al tempo stesso rappresenta il filo rosso di collegamento con gli altri due: quello di un Paese in cui si è consentito all’economia di divenire la scienza dominante, il sistema di valori più forte e indiscutibile, la dimensione a cui votare tutto l’umano vivere e tutti gli sforzi sociali. All’economia servono produttori e consumatori, non certo individui critici e consapevoli, forniti di un bagaglio etico-morale che permetta loro di cogliere la grande ricchezza della vita umana al di là dei numeri, del profitto e delle logiche quantitative in genere. Non ha destato lo scalpore che avrebbe meritato, sentire Mario Monti che, da capo del governo, dichiarava impunemente di trovarsi lì per soddisfare i mercati (invece che la qualità della vita dei cittadini che si trovava a guidare). Il nostro Paese questi gradini li ha scesi tutti e tre, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Non c’è e non ci sarà articolo 18, riforma del lavoro e della giustizia, né riforma costituzionale o fiscale che tenga, è bene sapere che non ci sarà riforma in assoluto che potrà risollevarci se non sapremo risalire questi tre gradini, provando a ricostruire l’impianto etico-morale, educativo e politico del nostro Paese. Una politica degna di questo nome dovrà saper elaborare un programma fattivo e concreto in grado di affrontare il baratro in cui ci hanno condotto queste tre derive. Dovrà saperlo fare in un ottica anche europea, per ovvie ragioni, laddove l’Europa non potrà essere soltanto una fantomatica entità finanziaria che ci impone un rigore aritmetico e quantitativo, ma anche un grande progetto di costituzione di una realtà in grado di tutelare la qualità, il benessere e la specificità umana dei suoi cittadini. Una teoria che non trova sbocchi sul terreno della realtà sociale è sterile tanto quanto una politica che non sa darsi un progetto teorico e una mappa programmatica risulta cieca, inefficace, incapace di incidere su un periodo più ampio. Possono sembrare ragionamenti idealistici o persino utopistici, ma se per un attimo soltanto pensiamo che essi rappresentano tutto ciò che da troppo tempo non facciamo più, e di contro vediamo lo stato in cui ci siamo ridotti, beh, allora ci rendiamo conto che se di utopia si tratta, è un’utopia quanto mai necessaria. Il coraggio più grande risiede proprio nella forza e nella volontà di rispolverare un progetto apparentemente desueto e idealistico. Qui e ora!

  • Plaza Prattista

    Questo eterno presente schiaccia i piccoli ed incatena i grandi. La forza e la volontà dei primi sono svilite dall’individualismo contemporaneo, mentre quelle dei secondi dalla mancanza di un nemico comune, da combattere, da usare come simbolo di coesione. “In mancanza di nemici, il guerriero, assalta se stesso”; di una parte del corpo ferita ed ignorata per decenni e conseguentemente dilaniata dalla gangrena, come arrivarne a capo? Coraggio e paura. Serve una piena coscienza del proprio coraggio e delle proprie paure: del futuro, del “dopo”.

  • Simone C. Caminada

    Devo dirti Paolo che atrocemente attuale è il pensiero di Calamandrei. Mi riferisco qui all’editoriale apparso su “Il Ponte” del 1946 che aveva per titolo Desistenza.
    Calamandrei qui parla del fascismo ma se, al posto di vedere la parola “fascismo” volessimo inserire “questo periodo storico”, raggiungerebbe un senso di attualità da essere datato 2015 e no 1946.
    «Si è scoperto così che “questo periodo storico” non era un flagello piombato dal cielo sulla moltitudine innocente, ma una tabe spirituale lungamente maturata nell’interno di tutta una società, diventata incapace, come un organismo esausto che non riesce più a reagire contro la virulenza dell’infezione, di indignarsi e di insorgere contro la bestiale follia dei pochi. Questo generale abbassamento dei valori spirituali da cui son nate in quest’ultimo ventennio tutte le sciagure d’Europa, merita di avere anch’esso il suo nome clinico, che lo isoli e lo collochi nella storia, come il necessario opposto dialettico della resistenza: “desistenza”. Di questa malattia profonda di cui tutti siamo stati infetti, “questo periodo storico” non è stato che un sintomo acuto».
    No Paolo, non sei tu l’idealista o quello dell’utopia; sei quello che ripete la storia quando la storia si ripete.
    Dopo di te e dopo di me, tanti altri ancora verranno perché la storia non cesserà di essere sempre uguale a se e, quelli che verranno, sempre uguali a noi, come noi sempre uguali a Calamandrei o Trilussa. La storia sempre uguale a se e noi sempre uguali a loro e gli altri sempre uguali agli altri perché altrimenti noi non ci saremmo e così pure, se non ci fossimo noi, gli altri non ci sarebbero.
    Ti chiudo questo breve pensiero personale sul tuo scritto che ho ammirato, citandoti ancora una volta Calamandrei proprio nella sua parte conclusiva del testo quivi esposto. «Ognuno di noi può, colla sua oscura resistenza individuale, portare un contributo alla salvezza del mondo: oppure, colla sua sconfortata desistenza, esser complice di una ricaduta».
    Simone C. Caminada

  • Francesco Dipalo

    condivido tutto. lapalissiano. se nel volgere di una max due generazioni non cambiamo questo modo di stare al mondo siamo finiti. e purtroppo non credo che quel “finiti” sia solo una metafora… questa società probabilmente si può riformare solo da fuori, standone fuori… solo mantenendo un minimo di purezza umana e spirituale… uscirne fuori significa concedersi una chance futura per poter effettuare un cambiamento. può essere che partire sia un gesto “patriottico” ammesso che questa parola abbia ancora senso. qualche anno fa pensavo che si potesse resistere dall’interno. ma no, pare di no. occorre “fuggire sulle montagne” se in città ci sono quelli che camminano col passo dell’oca. ma mi chiedo: la montagna oggi dov’è?

  • Francesco Mascio

    Ho letto il suo articolo, l’ho trovato interessante e condivido abbastanza la sua analisi.Ma io credo che la questione fondamentale (quella di “educare” le persone a vivere) sia da sempre irrisolta. Questo è un periodo di “crisi”, per un’infinita di fattori economici sociali culturali ecc, ma non è che in altri periodi storici, vicini o lontani, le cose andassero tanto meglio…è il sistema di “valori” che è stato sempre ben lontano dal permetterci di sviluppare una profonda consapevolezza di ciò che siamo…l’umanità è in crisi da millenni, e il fatto che ora sia percepita più acutamente un po’ da tutti, a prescindere dalla “classe sociale” di appartenenza, per me non fa molta differenza.

  • rain69

    Purtroppo non c’è angolo del pianeta che non sia dominato dalla logica pervasiva del profitto, dell’accumulo, della competività e dell’efficienza. Il capitalismo è diventato IL sistema economico globale e all’orizzonte non si vede nulla che possa veramente contrastarlo. Chissà se mai la vedrà fine questo sistema barbaro e disumano.

  • Giulia Penzo

    Magari fossero tre gradini, qui si tratta di essere relegati come schiavi in una caverna, dove ci fanno intravedere ombre sfocate, innumerevoli amal e clooney, che come figurine si muovono su uno sfondo, capace di regalarci ogni tanto sensazioni di fugace bellezza. Ah, la natura può ancora tanto! Burattini ci parlano di quanto, ignari, siamo incapaci di comprendere la fortuna di cui dovremmo godere, di quanto stupidi finora siamo stati, e della magnanimità a farci condividere la ricchezza dell’uguaglianza e della giustizia, trasformando i diritti in doveri. Ora noi lavoratori dobbiamo gioire del piacere di contribuire al profitto dell’imprenditore e dell’impresa, un impresa tutta buona perché finalizzata al bene comune, certo anche quando per pisciare bisogna alzare la mano come scolaretti, pena punizione dietro la lavagna, anzi sbattendoci in faccia il foglio di dimissioni già firmato in anticipo!
    E pensare che per la giustizia e l’eguaglianza c’è chi ha dato la vita. Alcuni invece l’hanno venduta.

  • Simone C. Caminada

    Devo dirti Paolo che atrocemente attuale è il pensiero di Calamandrei. Mi riferisco qui all’editoriale apparso su “Il Ponte” del 1946 che ebbe per titolo Desistenza.
    Calamandrei qui parla del fascismo ma se, al posto di vedere la parola “fascismo” volessimo inserire “questo periodo storico”, raggiungerebbe un senso di attualità da essere datato 2015 e non 1946.
    «Si è scoperto così che [questo periodo storico] non era un flagello piombato dal cielo sulla moltitudine innocente, ma una tabe spirituale lungamente maturata nell’interno di tutta una società, diventata incapace, come un organismo esausto che non riesce più a reagire contro la virulenza dell’infezione, di indignarsi e di insorgere contro la bestiale follia dei pochi. Questo generale abbassamento dei valori spirituali da cui son nate in quest’ultimo ventennio tutte le sciagure d’Europa, merita di avere anch’esso il suo nome clinico, che lo isoli e lo collochi nella storia, come il necessario opposto dialettico della resistenza: “desistenza”. Di questa malattia profonda di cui tutti siamo stati infetti, [questo periodo storico] non è stato che un sintomo acuto».

    No Paolo, non sei tu l’idealista o quello dell’utopia; sei quello che ripete la storia quando la storia si ripete.

    Dopo di te e dopo di me, tanti altri ancora verranno perché la storia non cesserà di essere sempre uguale a se e, quelli che verranno e sempre uguali a noi, come noi sempre uguali a Calamandrei o Trilussa. La storia sempre uguale a se e noi sempre uguali a loro e gli altri sempre uguali gli altri perché altrimenti noi non ci saremmo e così pure, se non ci fossimo noi, gli altri non ci sarebbero.
    Ti chiudo questo breve pensiero personale sul tuo scritto che ho ammirato, citandoti ancora una volta Calamandrei proprio nella sua parte conclusiva del testo quivi esposto.
    «Ognuno di noi può, colla sua oscura resistenza individuale, portare un contributo alla salvezza del mondo: oppure, colla sua sconfortata desistenza, esser complice di una ricaduta».

    Simone C. Caminada

  • Terza Pagina

    Interessante! Ma per me siamo già caduti nel baratro. Ora tutto sta come risalire la ripida parete per ritornare in vetta. Gli elementi significativi dell’articolo sono calzanti con l’attuale realtà. La descrivono chiaramente e giudicano nel suo aspetto peggiore, proponendo cosa sarebbe necessario affinché non si venga sopraffatti. Ardua difesa! Ci vorrà tempo perché si torni a quei valori etici, politici, alla piena consapevolezza di essere precipitati sul serio. Da questa si ripartirà per un ritorno ad un nuovo Umanesimo. Utopia?! No. La realtà esistente porta necessariamente al suo opposto: salvezza! Non può che essere così.
    Reb.

  • Paolo Ercolani

    Prendiamo atto di questo baratro. Studiamolo, comprendiamolo, ma poi arriverà il momento di mobilitarsi, organizzarsi, appassionarsi a un progetto. È l’unica cosa che possiamo fare, quindi dovremo cercare almeno di farla per bene.