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losangelista

TORONTO: la balbuzie del re

Alcune delle anteprime mondiali viste in questi giorni a Toronto non sono, tecnicamente, state vere world premieres essendo state anticipate una settimana prima  a Telluride. La distinzione e’ accademica dato che l’annuale vetrina ad invito lunga un weekend che si svolge sulle montagne del Colorado e’ talmente esclusiva da coinvolgere solo un esiguo numero pelorpiu’ di insider. A volte pero’ le primissime impressioni avute sulle montagne rocciose vengono confermate dal bagno di pubblico sulle rive del lago ONTARIO con l’effetto di lanciare un film su una traiettoria che  con ogni probabilita’ lo portera’ fino ai grandi premi hollywoodiani. E’ il caso quest’anno di The King’s Speech l’ultimo film di Tom Hooper, al festival al terzo anno di seguito  (dopo Red Dust e Damned United) e il regista (inglese) della bella miniserie HBO John Adams, arrivato alla proiezione del  Roy Thompson Hall col maggiore oscar-buzz del festival. E’ il termine che denota il “sussurio” di raccomandazioni e giudizi positivi che circonda film passibili di nomination e che, raggiunta massa critica – specie nei quartieri ad alta densita’ di membri dell’academy,  puo’ portare all’oscar. E King’s Speech ha gli ingredienti giusti per farcela: ambientazione storica, accento britannico, alto ocntenuto “emotivo” e happy ending – e non necessariemente nelleloro accezioni perggiori.  E’ la vera storia di re Giorgio 6 di inghilterra (Colin Firth) , il padre dell’attuale Elisabetta, acceduto al trono dopo la scandalosa abdicazione del fratello Edoardo VIII,   deposto per ver sposato l’ereditiera americana Wallis Simpson. Fatti storici accaduti alla vigilia della guerra nel 1937, che sono lo sfondo per la storia di Hooper che narra piu’ precisamente la lotta del neo-monarca per correggere un grave difetto di dizione che lo perseguitava sin dall’infanzia. Un problema reso assai grave dall’emergere della radio come strumento di comunicaione globale all aquale tanto eccelevano i nemici despoti che imperveersvano sul continente. Per permettere al marito balbuziente di far fronte ai sudditi, oltre che a Hitler e Mussolini, la consorte del re (Helena Bonham Carter), dopo aver esaurito  i consiglieri di palazzo, si rivolge ad un terapueta del linguaggio poco ortodosso e perdipiu’ australiano (Geoffrey Rush). Segue una storia che si snoda in una serie di incontri fra i due che con un cast minore sarebbero stata poco piu’ che uno sceneggiato in costume, ma che Firth e Rush riescono ad elevare al meglio della intima tragicommedia all’inglese (alla maniera di Stephen Frears in  Mrs. Henderson Presents o il Mike Leigh di Topsy-Turvy, per intenderci) confezionata con ironia e understatement squisitamente britannici. Una bravura che fa (quasi) il retrogusto assai conservtarice  e l’animo sostanzialmente celebratorio che lo soffonde. Intanto i due attori possono accomodarsi a prendere le misure dello smoking per il Kodak.