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losangelista

TORONTO 3: Il Ritorno dei Wachowski

Cloud Atlas

All’epoca della loro massima fama, dopo l’uscita di Matrix  i fratelli Wachowski erano noti per contaminare, nelle loro trame distopiche, elementi di videoludica, critica culturale decostruttivista e filosofia orientale – da Lao Tsu a Beaudrillard insomma – il che conferiva all’opera degli enigmatici fratelli un ulteriore aura esoterica, infinitamente disquisita e bloggata dai fanboys. Fermo restava il fatto che nel primo, e in buona misura anche nel secondo Matrix c’era un invenzione narrativa e filmica tale da farne i fenomeni cult che meritatamente sono. Ora della terza sequel avevano decisamente allentato la morsa o forse erano rimasti sedotti dalla propria pubblcita’ fatto sta che Matrix Revolutions era sostanzialmente un fantasy-blockbuster di covenzionale formula hollywoodiana. Alla celebre trilogia e’ seguito l’esperimento di cinema “sinteteico” Speedracer e V Come Vendetta, memeorabile soprattutto per aver dato il volto – nel senso della ubiqua maschera – al movimento occupy. Ora ecco Cloud Atlas presentato a Toronto come  grande ritorno dei Wachowski (ora fratello e sorella in seguito all’operazione transessuale fatta da Larry, oggi Lana Wachwoski) con un cast di nomi “pesanti”: Hugo Weaving, Tom Hanks Halle Berry, Hugh Grant, Susan Sarandon Jim Broadbent, Jim Sturgess e  Doona Bae in un affresco spaziotemporale corale. Corale soprattutto perche’ ognuno degli attori interpreta  molteplici personaggi in una mezza dozzina di narrative parallele in luoghi, tempi e pianeti diversi con l’ausilio di abbastanza trucco da riempire da solo tutte le nomination della categoria all’oscar e  risultati che alternano fra l’efficace e il risibile (Tom Hanks come violento coatto cockney con velleita’ letterarie?!). Il film, che stralcia abbondantemente Orwell e HG Wells (ed e’ tratto dal romanzo omonimo di David Mitchell),  rimbalza costantemente fra le molteplici storie ambientate su un veliero ottocentesco, l’Inghilterra degli anni 30, il presente londinese, e almeno un paio di futuri: una distopia totalitaria e uno scenario postapocalittico in cui si muovono personaggi connessi in qualche modo da un legame cosmico (e dal fatto che sono interpretati dagli stessi attori).  Sin dai primi minuti appare  evidente che l’impianto narrativo barocco riuscira’ assai difficile da sostenere e ne’ la narrazione fuori campo, ne’ la durata di quasi tre ore sono sufficenti a dipanare una matassa intergalattico-esistenziale il cui filo conduttore e’ una sorta di coscienza “new age” in cui le azioni buone e cattive dei singoli individui si ripercuotono in epoche e mondi lontani. Gli uomini somo eternamente tentati dalla meschinita’ e dal male, macchiandosi di azioni (che sia la tratta di schiavi o la manifattura di una razza di cloni lavoratori) che scatenano un karma cosmico ma le buone azini immettono altresi’ un flusso di amore redentivo nell’universo. Nel pastone etico-galattico dei Wachowski, che collaborano qui col tedesco  Tom Tykwer (Run Lola Run) prevalgono alla fine le coscienze di buona volonta’ ma l’universo finsice per assomigliare perigliosamente a quello di un trattato di Scientology e solo i fan piu’ fedeli (di sicuro non mancheranno) avranno la forza di rimenere avvinti fino alla fine.