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losangelista

TORONTO BOY

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Hugh Hefner:Playboy, Activist and Rebel di Brigitte Berman visto al festival di  Toronto, documenta la storia di Playboy e del suo fondatore: un pioniere della mercificazione del corpo femminile schierato al contempo contro la censura e le pulsioni bigotte del suo tempo. Dietro l’immagine di Hefner come bonvivant in vestaglia, fuoriserie e conigliette dal film emerge la figura di un businessman  stakanovista e infaticabile editore che nel (1955), mentre di giorno lavorava come redattore di un giornale per ragazzi, comincio’ con un prestito di $1600  a pubblicare la rivista che avrebbe inciso fortemente sul costume della seconda meta’ del secolo. Col fioccare delle prime querele e censure Hef si venne a trovare da subito dal lato giusto di uno scisma che avrebbe di li ad un decennio sotteso  una conflagrazione sociale. Oltre alle pin-up patinate e progressivamente sempre piu’ aerografate (nel documentario le femministe che obbiettano alla nota estetica sono piuttosto caricaturali), Hefner vendeva uno stile di vita in evidente controtendenza con la prevalente morale degli anni ’50. Inoltre  mise presto i frutti del suo immediato, strepitoso successo a servizio della propagazione dei tabu’ che promuoveva: liberta’ d’espressione, diritto all’aborto, uguaglianza per gli omosessuali e integrazione razziale. I programmi televisivi che produsse, Playboy Penthouse alla fine degli anni ‘50 e Playboy at Night nel successivo decennio, erano varieta’ di musica e interviste dove passarono Dizzy Gillespie, Josh White, Sammy Davis, Tony Bennett, comici come Dick Gregory e Lenny Bruce e ancora attivisti neri come Jesse Jackson e Jim Brown dopo l’assassinio di Martin Luther King; Pete Seeger e Joan Baez durante le proteste contro la guerra in Vietnam. La sua rivista che aveva pubblicato autori blacklisted come Dalton Trumbo durante le epurazioni maccartiste poi Ray Bradbury (Fahrenheit 451 usci’ per primo a puntate sulle sue pagine)

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Alex Haleye e Updike,  rimase bene o male fra i centerfold di bionde patinate, una tribuna di dissenso spesso difeso in tribunale e la sua mansion di Chicago fu una sorta di sussidiairia  isola liberataria. Insomma un documentario che non elude del tutto le tentazini agiografiche ma che e’ comunque istruttivo, pieno di bel archivio e descrive  un momento  interessante,  quantomeno, da contemplare dall’attuale osservatorio italiano: quando la  mercificazione del corpo femminile  (precursore necessario del velinismo?) si venne a trovare alleata dell’impeto progressista di una societa’ – piuttosto che delle sue oscure velleita’ censoree.