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losangelista

Too Big To Fail: la crisi vista da Hollywood

Il crac finanziario diventa ficiton nelle mani di Curtis Hanson che per la HBO firma Too Big To Fail, cronaca rimontata a ritmo di thriller del “meltdown” che per alcune settimane nell’autunno del 2008 ha minacciato di inghiottire in una voragine Wall Street e con lei i mercati finanziari (“limitandosi” poi  invece alla fine ad innescare la recessione globale). Il film e’ l’adattamento del libro omonimo di Andrew Sorkin, il reporter  del New York Times, sul dietro le quinte dei disperati tentativi del ministro del tesoro di Bush, Henry Paulson, e della Federal Reserve di arginare la crisi che sembrava destinata a travolgere le banche in un inevitabile effetto domino. In quel fatidico settembre le colonne del sistema bancario piu’ potente del mondo scricchiolavano sotto il peso delle cambiali scadute accumulate nella bolla dei mutui spazzatura. Paulson (nel film e’ William Hurt), il direttore del Fed Ben Bernanke (Paul Giamatti) e l’allora direttore della banca centrale di New York Timothy Geithner (Billy Crudup) orchestrarono gli sforzi che alla fine salvarono i banchieri dalla loro stessa speculazione con centinaia di miliardi di fondi pubblici. In quei giorni frenetici  il governo orchestro’ le fusioni di Bear Stearns e JP Morgan e quella fra Merril Lynch e Bank Of America per evitare catastrofiche bancarotte. Una giostra di merger da cui rimase tagliata fuori la Lehman Bros. “caprio espiatorio” che fu invece lasciata fallire come concessione ai “liberisti puri” (ma col sospetto mai del tutto fugato di una manovra parziale da parte di Paulson, ex direttore della concorrente Goldman Sachs). Ad ogni modo “l’esempio” Lehman non ebbe alcun effetto  “istruttivo” sui mercati e il contagio della crisi dei mutui si espanse rapidamente ai crediti “parastatali” Fannie Mae e Freddie Mac e in seguito al gigante dell assicurazioni AIG (che assicurava i debiti delle banche), per queste venne coniato il termine “too big to fail” e il congresso convinto a sborsare  centinaia di miliardi per salvare le banche attraverso il TARP, che sarebbe stato esteso presto anche ai colossi dell’auto a Detroit. Un quadro di capitalismo sull’orlo del baratro che di fronte  alla crisi generata dagli eccessi della propria cupidigia,  ricorre alla “socializzazione delle perdite” per salvarsi. Il  che e’ effettivamente materiale avvincente per il copione un film, ragione per cui la crisi economica alimenta ormai un genere drammatico emergente che, oltre al documentario  premio oscar di quest’anno Inside Job di Charles H. Ferguson e Audrey Marrs,  ha prodotto negli ultimi mesi film come Company Men di John Wells con Kevin Costner e Ben Affleck,

Casino Jack di George Hickenlooper con Kevin Spacey visto nello scorso Sundance anche assieme a Jeremy Irons, Stanley Tucci e Demi Moore in Margin Call. Quest’ultimo e’ il trattamento “teatrale” (fra Shakespeare e Beckett) di una notte in una grande societa’ di investimento  che scopre un catastrofico buco nel bilancio. Per quanto riguarda Too Big To Fail, in definitiva e’ un melodramma che vira verso l’horror sulle dinamiche dei “massimi sistemi” che sovrastano governi e democrazie di era capitalista (la strategia di “salvataggio” venne formulata sui telefonini di una manciata di banchieri e i funzionari di governo, ex-banchieri, loro amici). All’anteprima di New York e’ stato invitato  lo stesso Geithner (ora ministro del tesoro di Obama) che dopo la proiezione ha definito il “peccato e l’espiazione” contenuta nella crisi degna dell’antico testamento pronosticando allo stesso tempo con “quasi certezza” che eventi simili siano un giorno destinati a ripetersi. A chi gli ha chiesto perche’ nessuno sia mai stato arrestato per i misfatti finanziari di allora ha risposto laconicamente che “non sempre gli sbagli sono crimini” e che la “partita e’ lunga” e siamo ancora alla fine del primo tempo.