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L'urto del pensiero

Titanic: i dannati del mare!

TITANIC

Mille morti in pochi giorni, preceduti e purtroppo seguiti da tanti altri.

Dalla coscienza dell’Occidente, sporca ma volentieri rimossa, essi sono vissuti a guisa di uno tsunami, ossia un’onda anomala che quasi non si spiega. E per questo viene descritta a mo’ di emergenza, di evento occasionale privo di cause profonde che ne spieghino la genesi e le modalità.

Quasi come se, all’improvviso, centinaia di migliaia di africani avessero deciso di seguire i consigli della propria agenzia di viaggio e raggiungere le coste dell’Europa, magari attraverso una piacevole crociera in mezzo al mare (perché lo iodio, si sa, fa bene ai polmoni).

E invece, esattamente come accade per uno tsunami, questo tipo di evento è determinato da cause tanto profonde e radicali quanto precise.

Che per quieto vivere (nostro) e inquieto morire (loro) decidiamo coscientemente di rimuovere e far finta che non esistano.

Permettendoci pure, quando va bene, di considerarli degli invasori delle nostre terre e della nostra tranquillità, e quando invece va male delle specie sub-umane da cannoneggiare, respingere con ogni mezzo, lasciar morire in mezzo ai flutti ché tanto quello è il destino per cui sono stati concepiti dal loro Dio cattivo e violento.

QUEI MORTI PARLANO DI NOI

Eppure quei morti parlano di noi. Quei cadaveri raccontano la nostra storia. Gli scampati che raggiungono le nostre coste, stremati e terrorizzati, con i loro occhi pieni di orrore, sgomento e in certi casi rabbia, riescono a vedere quella nostra coscienza che noi riusciamo benissimo a tenere nascosta fra di noi. Comunità privilegiata e benestante.

Quei dannati del mare, anche solo con la loro esistenza, per non parlare di quando hanno l’ardire di morire, per di più in maniera inspiegabilmente e intollerabilmente violenta e fragorosa, dovrebbero sbatterci in faccia tutta una serie di fallimenti da far accapponare la pelle, tremare i polsi, togliere il fiato per pronunciare anche solo un monosillabo.

Errori e orrori di cui siamo stati protagonisti nel passato. Quando li abbiamo invasi, sfruttati, violentati, condannati a un’esistenza di miseria, sottomissione e morte anche per le generazioni a venire.

Basti pensare al caso della nostra Italia, tra i primi paesi del mondo a usare le devastanti armi chimiche in occasione della guerra contro l’Etiopia (1935-1936).

Sulla conquista, colonizzazione e sfruttamento dell’Africa, l’Occidente ha costruito e sviluppato il proprio benessere.

Quando se n’è andato, ha continuato a esercitare la propria influenza imponendo dittatori spesso violenti e sanguinari, che tenevano il popolo sottomesso e impedivano ai propri cittadini quelle «gite» in barca a cui assistiamo oggi.

Oggi che quelle dittature sono cadute, spesso abbattute da noi occidentali per mezzo di guerre e bombardamenti devastanti (perché quei dittatori che abbiamo imposto e tollerato per decenni non ci facevano più comodo), ci accorgiamo che non c’è stata nessuna primavera araba.

Ma solo popolazioni stremate, esangui, magari incattivite con l’Occidente non perché cristiano, ma perché dominatore e distruttore. Popolazioni a cui non rimane altra scelta che non sia quella di sottomettersi al nuovo dittatore, l’estremismo islamico, oppure tentare la fuga disperata verso quell’Europa che, responsabile della loro miseria, si permette anche di respingerli con sdegno, fastidio, violenza.

LE DUE RETORICHE DELL’OCCIDENTE

Quella stessa Europa che oggi non sa darsi un governo politico, non una politica estera né un barlume di capacità ad affrontare in maniera unita un’emergenza umanitaria di cui essa stessa porta la responsabilità più grave.

A tutto questo si aggiungono anche le due retoriche ipocrite e vergognose con cui si reagisce all’«emergenza» dei dannati del mare.

Da una parte gli sciacalli, le sanguisughe che speculano sui morti alla ricerca di un facile consenso sulla base del messaggio «dobbiamo pensare ai nostri, non possiamo tollerare profughi, emigranti o fuggitivi che siano». All’interno di una logica pronta a spostare in continuazione l’asticella che separa «nostri» e «loro».

Oggi sono i dannati del mare, ma in un attimo possono diventare i meridionali, quelli del paese di 10 km a sud del mio, o magari quello del piano terra del palazzo in cui abito.

Non conta la realtà dei fatti, non conta che si stia parlando, in tutti questi casi, di persone in carne ed ossa, di esseri umani che abitano questo nostro comune pianeta, che ci vede accomunati dall’angoscia di esistere, di dover morire, di non conoscere il perché di tutto.

Conta solo la logica del «nemico» di turno, dello straniero, del diverso o del pericoloso contro cui catalizzare e unire una forza politica, che poi si traduce in consenso, potere, affari, soldi.

Dall’altra parte, protagonisti di una seconda retorica pelosa e sterile, troviamo i finti umanitari, coloro che ad ogni occasione tragica trovano le parole più intense e accorate per dire che «la vita umana non può diventare una merce».

Già, come se facessero finta di non sapere che il sistema capitalistico che abbiamo scelto e rispetto al quale abbiamo smesso di cercare delle alternative, tanto più in epoca di neo-liberismo selvaggio, consiste proprio nel ribaltamento dei mezzi e dei fini, così che l’uomo finisce per essere ridotto a strumento o arnese per finalità non sue (profitto, produttività, continuo rinnovamento e sviluppo tecno-finanziario). Per di più costretto a una forsennata e disperata concorrenza selvaggia con i propri simili, che a quel punto diventano o mezzi da sfruttare per il proprio arricchimento, o in alternativa temibili avversari che riusciranno a sottometterci per i propri scopi e interessi.

Il sistema capitalistico prospera fondamentalmente su due forme di conflitto (che vivono delle radicalizzazioni a seconda delle diverse fasi storiche e dei contesti socio-economici): quello internazionale, per cui il benessere di pochi paesi è reso possibile dalla conquista e sfruttamento di molti altri; quello inter-umano, per cui una ristretta classe agiata si forma e prospera nella misura in cui riesce a sottomettere e sfruttare altri esseri umani che diventano funzionali al raggiungimento dei propri scopi economici.

I LASCIATI DA PARTE

In questo contesto è fin troppo chiaro che i più fortunati, cioè noi occidentali, veniamo strumentalizzati solo in quanto produttori e consumatori seriali di una ricchezza che comunque ci tiene assoggettati, mentre i dannati del mare si trovano a recitare spesso e malvolentieri il ruolo assai peggiore della carne da macello, delle vittime designate di un sistema che è pronto a distruggere l’essere umano pur di continuare a crescere.

Libri e studi documentati, ci informano che il business dei trasporti dei dannati del mare è secondo, a livello mondiale, soltanto a quello della droga.

Vale la pena di riprendere quando scriveva il magistrato francese Jean de Maillard, esperto di transazioni finanziarie e criminalità organizzata, in un illuminante pamphlet di denuncia del 2001 («Il mercato fa la sua legge», Feltrinelli, pp. 33-4), quando i tragici eventi di New York e delle Twin Towers avrebbero di lì a breve spostato l’attenzione dell’opinione pubblica:

«La società giusta e la “vita buona”, cari a Rawls, restano o ritornano a essere una chimera per una parte crescente dell’umanità, proprio nel momento in cui l’Occidente esalta orgoglioso il loro trionfo. Ma c’è di peggio. Gli esclusi della globalizzazione non solo si vedono passare di fianco i benefici dell’arricchimento, promessi dall’apertura delle frontiere e dalla liberalizzazione del commercio e degli scambi mondiali, ma la loro stessa sorte diviene oggetto di traffici e commerci. Nessuno si preoccupa di migliorare le loro condizioni. Il divario che si apre fra ricchi e poveri è diventato una straordinaria occasione di profitto, un florido mercato aspramente conteso […] la globalizzazione non è forse il mantenimento dei “lasciati da parte” nella loro condizione, visto che tale condizione, attraverso il trattamento criminale, rappresenta la fonte delle rendite dell’economia globalizzata?».

 

 

I dannati del mare, con le loro barche che affondano e i loro corpi che galleggiano gonfi di acqua e colorati di blu, è come se ci raccontassero la storia di un moderno Titanic.

Riusciremo a comprenderla fino in fondo e a farla nostra, questa storia, e quindi forse a fornirci degli strumenti adeguati e concreti per tentare di risolverla, soltanto nella misura in cui saremo capaci di capire che sopra a questo Titanic ci siamo tutti noi.

Che ogni barca che affonda, col suo portato di morte e miseria, porta sempre più giù ognuno di noi.