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losangelista

TIFF 2: “Rampart” o il sudore freddo dell’occidente

Woody Harrelson: Bad Cop

Atterrare nella metropoli canadese provenienti da Europa o Stati Uniti  equivale ad uscire dall’affanno del declino per approdare momentaneamente ad un isola di socialdemocratica serenita’.  Non che il Canada esuli  del tutto da – o sia incolpevole – nell’attuale crisi globale, ma non si respira qui per strada il panico di uno sfacelo al rallentatore che e’ invece il quotidiano europeo e nordamericano. Certo, e’ un paese “occidentale” la cui minuscola popolazione – come in Australia –  gode di vaste risorse naturali (il ticker elettronico sul grattacielo Scotiabank del centro annuncia un quarto trimestre di assunzioni record nel settore minerario – a Wall Street sarebbe fantascienza). Sta di fatto che dietro ai palazzi del  distretto finanziario si intuisce la presenza anche di un welfare solido che si riflette nell’umore dei cittadini di questo esperimento multietnico di immigrazione “riuscita” – almeno per quelli che hanno la fortuna di accedervi. Per questo forse sulle facce che affollano Yonge e King street e che si incolonnano  pazienti attorno a interi isolati per entrare nelle proiezioni del festival, la pacatezza canadese oggi risalta piu’ del solito. Nelle sale pero’ molti film – soprattutto gli americani  – portano il retrogusto ansiogeno dei paesi in deficit di ottimismo (o di sovranita’). Una vena dark  mai evidente quanto in Rampart, l’oggetto forse piu’ interessante,  se non pienamente riuscito, visto al festival. Orem Moverman, “profugo” israeliano a Hollywood, gia’ autore di The Messenger dirige una sceneggiatura di James Ellroy con un cast che comprende Woody Harrelson, Ben Foster,  Robin Wright, Sigourney Weaver, Steve Buscemi  e Ice Cube e il cui  titolo viene dal nome del peggiore scandalo recente  a coinvolgere la polizia famigerata di Los Angeles – una faccenda di violenze, soprusi e coverup che ha coinvolto qualche anno fa l’omonimo commissariato di Rampart Street a Westlake, denso barrio all’ombra delle torri di downtown.  Lo scandalo pero’  a sua volta sembrava tratto da un romanzo di Ellroy cosicche’  questa storia del tenente Brown (Woody Harrelson) , cattivo tenente e giustiziere oscuro succube dei propri fantasmi sulle strade di LA, chiude in qualche modo il cortocircuito fra finzione e  realta’.  Lui,  Ellroy, naturalmente e’ il cantore postmoderno delle nefandezze  nell’LAPD attraverso cui filtra le sue personali ossessioni di violenza, eccesso, devianza e  compulsione. Qui popola con la consueta schiera di dannati comprimari l’inesorabile spirale del tenente Brown nei bassifondi dell’anima e della citta’. Ma questo e’ l’Ellroy di White Jazz piu’ che della Dahlia Nera e nelle mani di Moverman la storia si decompone in un film “post-narrativo” (“poiche’”,  ci ha detto a Toronto “le trame convenzionali trovano ormai un ottima collocazione sulle reti cavo – il cinema ha il dovere di andare oltre”).  Cinema sperimentale quindi , dove il plot neo-poliziottesco passa in secondo piano rispetto ai personaggi e alla fattura,  a partire da un sound-mix denso e e stabilizzante, un montaggio “viscerale” e la splendida fotografia di Bobby Bukowski che inquadra  ossessivamente il volto di Harrelson: man mano che accumula donne, soprusi, misfatti e peccati oltre ogni regolamento,  minaccia di trasformarsi  in un colonnello Kurtz (Marlon Brando in Apocalypse Now) in divisa di poliziotto. Un giallo metaforico o meglio, nelle parole di Moverman, un “film about America” su chi nasce dalla violenza “ed e’ incapce di smettere si perpetrarla malgrado le catastrofiche conseguenze”.   Visto da questo osservatorio nordico privilegiato, il ragionamento improvvisamente quadra ancora di piu’, e in questo momento  crepuscolare  e’ estensibile a tutto l’occidente.

Oren Moverman