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Popocatépetl

“Tierra! Tierra!”

Era il 12 ottobre 1492. Il grido di Rodrigo de Triana che avvista al di là della bruma l’isola di Guanahaní (oggi Watling Island nelle Bahamas) segna il momento della “scoperta” dell’America da parte degli europei ma è anche lo sparo di partenza del più orrendo e continuato genocidio della storia.

Le tre caravelle

Oggi, sebbene siano passati 518 anni da quel giorno, etnocidio e genocidio, saccheggi e schiavitù continuano per i popoli originari del continente. Imprigionati come i Mapuche del Cile o i Lakota degli Stati uniti, repressi e sterminati come i Wampis e gli Awajún dell’Amazzonia peruviana, perseguitati come i Maya zapatisti del Messico, riscattati come gli Aymara e i Quechua di Bolivia, i popoli indoamericani sono passati dall’autodifesa alla proposta di un nuovo/antico modello di progresso e sviluppo. Non più crescita infinita, estrazione e consumo di tutte le risorse fino all’esaurimento ma compatibilità ecologica, giustizia sociale e ambientale.

Guanahani, oggi Watling Island

Il rispetto per la natura e l’insieme degli esseri viventi e inanimati, l’equilibrio fra tutte le creature e l’ambiente in cui vivono, l’armonia fra le parti e il tutto sono elementi essenziali delle loro culture millenarie. Ma il capitalismo estrattivo di questa fase neoliberista non fa che rubargli territori, avvelenare gli habitat, allontanarli o rinchiuderli, criminalizzando le loro lotte.

Eppure il movimento indoamericano, dalle celebrazioni del cinquecentenario della “scoperta” dell’America nel 1992, che furono contestate e denunciate dai popoli originari, ad oggi, ha fatto passi da gigante ed è assurdo che un pugno di multinazionali, per quanto poderose e prepotenti, possano pensare di fermarlo.

Certo, con l’aiuto di governi al loro servizio, gli interessi costituiti delle grandi imprese transnazionali sembrano prevalere in molti campi di battaglia ma l’onda storica del pieno riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni si è già alzata e non c’è verso che torni indietro.

Nel 2001 i campesinos di San Salvador Atenco iniziarono una lotta per impedire la costruzione di un aeroporto sulle loro terre. La loro tenace resistenza ebbe un alto costo in vite umane, violenze e imprigionamenti ma alla fine fu vincente.

Nel 2003 gli zapatisti del Chiapas hanno fondato i cinque Caracoles dove le Juntas de Buen Gobierno esercitano l’autonomia senza aspettare il riconoscimento del governo e delle istituzioni. Espressioni di democrazia diretta, le Juntas, cui tutti i comuneros partecipano a rotazione, sono anche scuole di amministrazione della cosa pubblica.

Nel 2007 l’Onu promulga la Carta dei diritti dei popoli indigeni. Si considerano popoli indigeni – e sommano più di 350 milioni in tutto il mondo – tutti quelli che abitavano un determinato territorio prima dell’invasione violenta e dell’occupazione delle loro terre ancestrali da parte di altre popolazioni.

I principali diritti, già riconosciuti dal Trattato 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro fin dagli anni ’90, sono quello alla conservazione delle proprie lingue e culture, il rispetto dei sistemi tradizionali di rappresentazione politica e amministrazione della giustizia, l’usufrutto delle risorse naturali dei propri territori (con eccezione del sottosuolo), il diritto ad essere consultati (con una consultazione libera e informata) per qualunque progetto pubblico o privato che li riguardi.

E’ proprio per far valere quest’ultimo diritto che le comunità indigene dell’Amazzonia peruviana aprono nel 2008 una stagione di lotte in cui bloccano le principali vie di comunicazione, anche fluviali, e l’attività di estrazione e trasporto delle compagnie petrolifere che operano nella selva. Il governo di Alan García reagisce con violenza inusitata al blocco amazzonico, che ottiene l’appoggio inedito degli indigeni delle Ande e di una parte della popolazione urbana. La strage di Bagua, perpetrata da corpi speciali della polizia nel giugno 2009, segna un punto di rottura, un vero e proprio spartiacque nella storia recente del Perù.

india shawi dell 'Amazzonia

Ma i colpi sporchi e i tentativi di criminalizzare il movimento amazzonico peruviano si scontrano con un fronte di lotta compatto, chiaro nelle rivendicazioni e per la prima volta aggregante, esteso ad altri settori. Il leader amazzonico Alberto Pizango, costretto a rifugiarsi in Nicaragua per un anno, riesce a tornare in patria grazie alla forte richiesta popolare. E il Congresso è finalmente obbligato a legislare sul diritto alla consulta dei popoli autoctoni.

Il presidente Alan García ha recentemente posto il veto sulla nuova legislazione, adducendo il pretesto di alcune incompatibilità costituzionali, ma la sua ostinazione razzista è ormai una battaglia persa.

La migliore e più recente prova del protagonismo del movimento indigeno è venuta dal presidente boliviano Evo Morales, che ha indetto nell’aprile scorso a Cochabamba un vertice dei popoli per i diritti della Madre Terra. L’evento, che si poneva come un momento di riflessione aperta fra il vertice istituzionale sul cambio climatico di Copenhagen (celebrato alla fine dell’anno scorso) e quello di Cancún del prossimo dicembre, ha richiamato più 35mila partecipanti e ha dato un assaggio delle forze che si muovono e si stanno unendo per cambiare il sistema economico e produttivo, e non solo il clima: movimenti indigeni, contadini, di lavoratori, migranti, studenti, organizzazioni ambientaliste, associazioni umanitarie e per il commercio equo, attivisti dei diritti umani, altermundistas e un lungo eccetera.              

Il 10/10/10 (fa più effetto in inglese, sembano i rintocchi di una campana) ci sono state migliaia di azioni ecologiche in 188 paesi (www.350.org). Come dire: se qui aspettiamo i governi, addio.

Il 12 ottobre centinaia di manifestazioni stanno ricordando quanto nefasto è stato lo sbarco di quel falco di Colombo su un’isoletta del Nuovo Mondo.

Con un giorno d’anticipo, l’11 ottobre, i Mapuche cileni con migliaia di simpatizzanti e sostenitori della loro causa (il recupero delle proprie terre, il riconoscimento dei loro diritti, la liberazione dei prigionieri politici) hanno sfilato a Santiago.

Santiago del Cile, cerro Santa Lucia
  • Rocco Crocitti

    “Genocidio sterminato” dei popoli d’America.
    E dire che in piena inquisizione gli europei si scandalizzavano e si scandalizzano del fatto che gli Aztechi praticassero sacrifici umani come rituali religiosi. I torturati, i bruciati vivi, squartati, smenbrati dall’inquisizione nel nome di dio non erano peggio? Se poi compariamo i numeri…. Ma la storia la scrivono i vincitori.