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Anziparla

Ti cancello (acido e filosofia)

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Lo scorso 11 maggio una donna è stata aggredita con l’acido a Vicenza da due uomini incappucciati. Il 6 maggio a Milano e il 16 aprile a Pesaro si sono verificati altri due episodi. In Occidente è recente la violenza di genere praticata con l’acido; è un orrore che abbiamo imparato e importato. Dal Pakistan, dal Bangladesh (dove si ha notizia del primo caso documentato di violenza con acido solforico, nel 1967) ma anche dall’Afghanistan e dall’India. Paesi dove è prassi punire una donna perché trasgredisce le norme che la relegano a posizioni subordinate, o perché esercita il suo potere decisionale.

L’acido solforico si trova facilmente in commercio e a costi molto bassi (si usa per le batterie delle auto). Non richiede un diretto contatto fisico da parte dell’aggressore, è corrosivo, può penetrare fino alle ossa, danneggiare i muscoli, provocare danni funzionali spesso permanenti.

Ma la violenza con l’acido è molto di più. Porta all’isolamento, alla dipendenza, alla vulnerabilità. Non fa che privare della propria forza chi non ubbidisce. Non fa che ostacolare la piena partecipazione alla vita sociale. Ha a che fare con la cancellazione dell’identità, simbolicamente disegnata sul “volto”, come la filosofia contemporanea ha ben raccontato. Ed è una rappresentazione perfetta del femminicidio, della violenza praticata sulle donne in quanto donne nata e radicata in una società patriarcale. Non solo: riflette, replica e incarna (con tutta la brutalità che questo comporta) l’azione primitiva che sta alla base di quella società: la cancellazione delle differenze, di quella femminile in primo luogo. 

Di questa “cancellazione” si è occupato il femminismo teorico degli anni settanta e ottanta, soprattutto francese. L’immaginario patriarcale, con le sue concettualizzazioni, le sue pratiche, il suo linguaggio, la sua politica, è una delle strutture interne permanenti della tradizione occidentale. Tale tradizione si costruisce su un sistema duale, la logica binaria che a sua volta consegue da ciò che di più elementare si offre alla nostra vista quando nasce una nuova vita: la differenza sessuale maschio-femmina. Da qui quel sistema di valori astratti e concreti che, a due a due, utilizziamo quotidianamente: caldo-freddo, chiaro-scuro, mente-corpo, attivo-passivo, pubblico-privato etc.

Tali opposizioni si rivelano ben presto delle imposizioni del primo polo sul secondo, il due viene infatti inglobato e cancellato dall’Uno, elemento primo e positivo che, una volta eliminata la differenza, si autodichiara universale. L’economia binaria, come afferma la filosofa Luce Irigaray si riduce in realtà ad una logica del medesimo che ossessivamente si autorappresenta e ripresenta sia attraverso il sé, sia attraverso il sesso femminile. L’altra intesa come reale alterità, separata e identica a sé, viene appunto cancellata e diviene altra-dall’uomo occupando i luoghi che le vengono assegnati e che sono riconducibili a due principali stereotipi: madre-moglie o prostituta.

La differenza sessuale funziona quindi come differire-da e precisamente da quel soggetto che si pensa assoluto e si innalza a paradigma dell’umano in quanto umano; da questo punto di vista la donna o non viene definita affatto o viene definita in negativo come assenza o mancanza (di  un pene, di una razionalità, della capacità di fare politica etc.). Per natura l’uomo è dunque portato a comandare e la donna a obbedire, per natura l’uomo si occupa dei saperi e della politica, mentre alla donna spettano la sfera privata e domestica. Ciò che è presentato come naturale, normale, segue invece una precisa norma: la natura è insomma costruita a partire da un processo di normalizzazione messo in pratica dal medesimo soggetto che ha stabilito le regole del gioco. Il tutto diviene faccenda da e per soli uomini. In un’economia che rifiuta la relazione, non sopporta ciò che differisce, e che è dunque strutturalmente violenta.

Non è un caso che la risposta alla crisi del patriarcato, e dunque alla cancellazione simbolica femminile, sia l’incarnarsi di quel gesto in una cancellazione fisica. E che al significato politico di quella violenza (che proprio il corpo colpisce) risponda a sua volta un uso politico del corpo, con la sua esposizione sulla scena pubblica. Penso ad Amina, femen blogger tunisina che lo offre alla lotta e che è stata arrestata due giorni fa.

Twitter: @glsiviero

  • alex1

    Solo pochi giorni fa una donna ha fatto sfregiare per procura il proprio ex convivente con l’acido. Non ha nemmeno avuto il coraggio di farlo personalmente. Rientra nella “violenza di genere” oppure è da festeggiare la riscossa della donna sempre povera ed indifesa contro l’uomo “maschilista” a prescindere che qualcosa per meritarselo avrà sicuramente fatto? Sarei curioso di sapere…

  • giuliasiviero

    Non è un’argomentazione. E mi chiedo: perché raccontare e utilizzare l’episodio della violenza contro un uomo commessa da una donna (che andrà giudicato tanto quanto) per negare qualcosaltro? E perché è così frequente negli uomini il voler negare l’esistenza del femmicido? Quando ho letto di questa donna alla quale immagino lei faccia riferimento, non ho nemmeno per un momento pensato che però ci sono una marea di casi rovesciati. perché? Interessa anche a me avere una risposta. Grazie.

  • alex1

    L’argomentazione serve a dimostrare che non c’è una violenza più grave delle altre. La violenza della donna su di un uomo, dell’uomo sulla donna, dello straniero sull’italiano, dell’italiano sullo straniero eccetera, ha lo stesso peso. Fare una statistica sul senso comune, senza peraltro fornire dati serve solo a creare una falsa coscienza. Esiste la legge per condannare la violenza, non sono più i tempi che lo stupro era solo offesa alla morale e l’aborto lo si doveva fare solo di nascosto. Invece sorgono discutibili associazioni che cercano di raccattare denaro pubblico, che si prestano ad iniziative “umanitarie” come la trasformazione di un uxoricida (Sakineh) in eroina, che diventano trampolini di lancio per brillanti carriere politiche. ho messo tanta carne al fuoco e capisco non si possa esaurire in poche righe, ma spero possa far rflettere molti lettori.

  • giuliasiviero

    Ci sono però delle nuove categorie criminologiche la cui definizione è sociale ma anche normativa e che possono entrare a un certo punto nel codice penale (la pedofilia ne è un esempio). Io credo che il lavoro dei “negazionisti” sia in questo senso davvero molto grave (e spinto da non so quale arcaico risentimento). Questioni come l’aborto o lo stupro riguardano le donne (che tante battaglie hanno fatto), ma anche gli uomini che non vedo perché non possano essere al loro fianco. Il fatto che poi molte conquiste siano state fatte, non significa che possano esserci dei pericolosissimi arretramenti. Parli di aborto proprio quando lo scandalo degli obiettori rende difficile praticarlo per molte donne in molte regioni e mentre si ripresenta il fenomeno degli ambulatori clandestini. Associ a tutto questo la vicenda si Sakineh. Insomma non è tanta la carne al fuoco che metti, ma è semplicemente “troppo” quello che scrivi facendo associazioni molto ambigue. Credo si debba fare invece un lavoro di informazione corretta e senza paura, al di fuori di ogni ideologia (anche rovesciata).

  • alex1

    L’aborto, a torto od a ragione, è materia che riguarda quasi esclusivamente le donne. Tanto è stato voluto dalle stesse femministe (“il corpo è mio e lo gestisco io…” era lo slogan del tempo). Riguardo l’aborto l’uomo è stato tenuto fuori da ogni possibilità di avere voce in capitolo. Il quale però deve essere sempre pronto a lasciare i figli alle donne in caso di separazione ed a pagare gli assegni nel caso la donna desideri il figlio. Per questo è più difficile oggi che gli uomini siano al fianco delle donne, perchè da un’istanza controversa ma sostanzialmente giusta, è derivato un senso comune di deresponsabilizzazione (“faccio come mi pare…”). Riguardo lo stupro il discorso è ancora diverso, in cui certo anche gli uomini devono aiutare le donne deboli che sono realmente oggetto di violenza. Tuttavia molte volte alcune donne hanno accusato di stupro uomini risultati poi estranei, magari per coprire un rapporto un po’ facile o per vendicarsi di un ex compagno. Spesso secondo un fuorviante “tanto non si rischia nulla”, sopratutto se si accusa un immigrato, un Rom od uno appartenente a categorie non gradite. Per questo è necessario, da parte di tutti, evitare giustizialismi ed isterie (anche nel caso della pedofilia) che può segnare per sempre la vita di uno ingiustamente accusato. L’informazione corretta è anche quella di fare associazioni, che possono sembrare anche ambigue, ma servono a far riflettere.