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Poltergeist

The Walking Dead – Elogio dell’eutanasia

 

Non c’è forse speranza più dolce di quella di poter rinascere dopo la morte ed è speranza di forza incomparabile all’augurio di continuare a vivere in quella forma d’esistenza ancillare (anche perché definita solo in rapporto a questa vita) che è l’altra vita, la vita dell’aldilà. Eppure, per noi occidentali non c’è timore che si possa comparare a quello di esser testimoni di una rinascita – uno degli incubi più radicati e generalizzati della storia dell’umanità. Alla vista di un cadavere fresco ci sentiamo testimoni di un’attesa perché se un corpo vivo ci appare come uno stato compiuto, e la carne decomposta sembra anche essere forma coerente della materia spenta, un corpo inanimato è invece spaventoso perché appare come un accumulo di energia negativa – in senso chimico, di energia compressa – che troverà impiego in modi alternativi a quelli della vita dei vivi. Non c’è dunque niente di positivo nella rinascita, impiego di energie inquiete e incomplete, sfogo in abbozzi di vita il cui fine non è vivere. I morti rinati non potranno che vendicarsi di questa loro seconda vita, e persino il Messia si vendicherà al suo secondo avvento, Dio ne scampi, e dichiarerà la fine del mondo. La veglia non è, dunque, che l’attesa che il cadavere si trasformi, e trovi uno stato definitivo superando la sua condizione di transizione – un divenire per sua natura incompiuto, un fermento che sta per fare o diventare qualcos’altro.

Una delle ossessioni della cultura americana è la rappresentazione di vite incompiute, imperfette, le mezze vite dei non morti e dei fantasmi, di immortali che rinunciano all’immortalità per diventare pienamente vivi e di infelici semidei. Gli zombie, morti che non possono più morire, sono per natura vendicativi e la loro acrimonia è la ragione stessa della resistenza che si prova a uccidere un altro uomo – è questa, del resto, la spiegazione del misterioso comportamento di personaggi di film e telefilm che, pur sapendo di dover finire gli avversari, pena la loro vendetta, li lasciano in vita – e cioè che è più pericoloso dare la morte perché l’energia che accumula un cadavere è infinitamente superiore a quella di un vivo. Il feroce dibattito che circonda il tema dell’eutanasia, discusso insistentemente nelle serie televisive discende dall’accoppiarsi del timore della vendetta del cadavere con il sospetto di non dare pace dando la morte.

In The Walking Dead, recente serie del canale AMC, i morti viventi sono dei vivi controvoglia che attendono la benedizione dell’eutanasia perché la loro è una semivita straziata dalla privazione della umanità (gli zombie, del resto, possono essere annientati solo se colpiti alla testa, solo se è il cervello a venire distrutto) e il telefilm è in fondo un’epopea di pietà cristiana, un’avventura cavalleresca in cui gli eroi portano la pace alle anime perse in  perpetuo movimento senza meta riducendole in stato di quiete. Durante la visione del telefilm, a ogni revolverata alle tempie, a ogni colpo di ascia sulle fronti, a ogni decapitazione cruenta lo spettatore prova sollievo  non tanto perché in questo modo si salvano i vivi, piuttosto perché avranno così salvezza i morti divenendo finalmente corpi che hanno trovato uno stato definitivo. Gli appassionati di film dell’orrore hanno reagito con freddezza a questa serie scritta e diretta da Frank Darabont (Il miglio verde) forse proprio perché gli zombie non sono rappresentati come cattivi, come  nemici aggressori, gli altri, come accade di solito, sono invece la personificazione di tutti coloro che sono in coma e chiedono, questo sembra argomentare il telefilm, di essere consegnati allo stato definitivo della morte.

La scena più significativa, e simbolo di tutta la serie, è nel primo episodio ed è una lunga sequenza di attesa. Un uomo (e suo figlio), sopravvissuti all’olocausto – avvenuto, in forma di tragedia greca, fuori dal palcoscenico, lontano dagli occhi degli spettatori che non vedranno mai altro che gli effetti della distruzione portata dall’arrivo degli zombie – attende barricato in casa il passaggio della moglie ormai zombie per ucciderla e strapparla così alla non morte. La mattina, appena sveglio, l’uomo sceglie una foto della moglie e la posa sul davanzale accanto alla canna del suo fucile e si apposta dietro al mirino cercando di attirare l’attenzione degli zombie che infestano il quartiere, sperando che così compaia anche la donna che ogni giorno arriva fino alla porta di casa e cerca, con gesti che sembrano privi di intenzione, di entrare dalla porta d’ingresso. L’uomo maledice la sua codardia e vive lo strazio di chi non dà la morte per egoismo: l’estremo atto d’amore di quest’uomo sarà restituire allo sguardo assente della moglie il vuoto della morte e il percorso che dovranno compiere tutti i personaggi di questa storia sarà di convincersi che i non morti sono solo dei non vivi.

Nel lento passo del pilot segnato dallo sconcerto del poliziotto Grimes che, al risveglio da un coma durato un tempo che non possiamo calcolare – una settimana o un anno, non lo sapremo mai – attraversa la sua città diventata una fossa comune a cielo aperto, la regia di Darabont si sofferma a inquadrare i non morti senza il voyeurismo dei film dell’orrore ma con lo sguardo misericordioso, con l’insistenza piena di pietà di chi documenta una tragedia. In una delle prime scene una bambina non morta, abbracciata a una bambola di pezza, si volta aggressiva verso il protagonista portando con sé tutto l’orrore di essere sospesa tra l’innocenza infantile e l’incosciente bestialità di uno zombie (guarda qui la scena iniziale).

Probabilmente il miglior pilot del decennio, il primo episodio di The Walking Dead è un memorabile esercizio nell’attesa, una serie di lunghe riprese silenziose montate per rappresentare un tempo che galleggia, che non è né fermo né in movimento – un tempo che non è dei vivi e non è della morte – un racconto memorabile che rimarrà certo nella storia della televisione.