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losangelista

The Bridge: TV come ponte globale

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La migliore nuova serie vista fin’ora quest’anno e’ The Bridge, trasmessa in America dalla premium Fox FX. Nel primo episodio un cadavere di donna viene scaricato da una automobile  sul Bridge of the Americas, il ponte cdal nome altisonante che collega El Paso Texas, a Ciudad Juarex, Chihuahua. La vittima viene posizionata esattamente a cavallo della linea di confine della piu’ famigerata frontiera al mondo, la linea fortificata che divide l’opulenza nordamericana dalle abbiette bidonville del Messico, il punto di contatto fra il primo e il terzo mondo.  Piu’ che di occultamento di cadavere si tratta di un messsaggio, una performance politica che si ingarbuglia ulteriromente quando i rispettivi detective accorsi dai rispettivi  lati scoprono che il corpo e’ tagliato a meta’: il torso appartiene ad un magistrato americano (m nota per le sue vedute anti immigrati), le gambe ad una giovane messicana, una delle migliaia di desaparecidas vittime del femminicidio sanguinoso e sistematico che da anni sconvolge Juarez. Il pilot e’ spettacolarmente girato da Gerardo Naranjo, gia’ regista due anni del bellissimo Miss Bala – parabola messicana attraverso gli occhi di una reginetta di bellezza impilcata nel narcomondo di Tijuana. Il suo sguardo “sudista” incrociato con uno stile visivo fortemente inlfuenzato dal cinema di Michael Mann, conferisce un feeling giustamente allucinatorio al terreno su cui si svolge questo procedural frontaliero che ci trascina ora in un noir texano ora nei bassifondi della citta’ piu’ violenta del Messico. Finalmente quel paese liminale e “primordiale” che e’ la zona di frontiera ha la fiction che si merita, con una trama pastosa degna di Ellroy. Oltretutto Bridge ha anche alcuni segni distintivi che ci piacciono – l’ambientazione bilingue sottotitolata quando serve che evita una finzione doppiata che strapperebbe l’illusione, una “show-runner” donna,  Meredith Stiehm, gia’ produttrice di serie come Cold Case, NYPD Blue e Homeland e scusate se e’ poco. Eppoi ci sono i protagonisti,  affidati a due attori stranieri – quasi inaudito per la TV americana: la tedesca Diane Kruger (Bastardi senza Gloria) nei panni della compunta detective Sonya North di El Paso e il Messicano Damien Bichir come il rassegnato ispettore Marco Ruiz della polizia di Juarez. Tutte parti che messe assieme funzionano per fare una serie che fa cio’ che di meglio puo’ fare la televisione migliore: e’ attuale, incisiva e capace di trasportatti in mondi avvincenti,  al contempo plausibili  e squisitamente letterari. Un ultimo dato singolare: la seire e’ basata su un precedente scandinavo.  Broen che era la stessa storia raccontata sul ponte che unisce la Svezia alla Danimarca confermando alcune altre tendenze – il momento felice della fiction danese,  i remake americani di serie europee (vedi House of Cards) e i format globali: e’ gia’ prevista una terza versione, coprodotta da Francia e Inghilterra che comincera’ con un delitto in mezzo al tumnel della manica. Perche’ le frontiere sono ferite universali.