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Horror Vacuo

Texas Chainsaw Massacre 3D

Di tutte le motoseghe accese, quella di Texas Chainsaw Massacre 3D – nelle sale italiane dal 28 febbraio, distribuito da Moviemax – vanta il numero di prodigi più basso della serie. L’horror come sistema integrato e teorico è forse il genere meno governabile della storia del cinema, ma questo, a Hollywood, resta pressoché un dettaglio. Oggi, i mostricini in 3D e i fil(m)oni generazionali di culto vanno ri-urlati a squarciagola, aggiornati e trascinati dentro occhialini pesanti, senza grandi pretese, infrangendo le regole, azzerandole. L’industria somiglia sempre più ad un grembo dimagrito, dove la gioia dei giorni futuri va lentamente morendo e sfumando. Non sono bastati i remake o reboot di Venerdì 13 eNightmare per lasciar bollire i cattivoni anni Settanta/Ottanta. Ora, anche Non aprite quella porta (in particolare il suo antagonista, Leatherface) si trascina a malapena, come una quercia sfitta, sezionando brandelli di carne con l’automatismo di una formula stanca, per scompartimenti, granai, macchine in panne. Il fallimento contemporaneo più grande di questi tentativi di riesumazione, sta proprio nel non essere più in grado di intercettare le paure giovanili e le devianze dell’inconscio. Forse perché, nell’immediato, il bavaglio è meno dogmatico d’un tempo. Oppure per via del millennio imprevedibile e sofisticato che i cannibali in erba stanno attraversando. Ma non domandiamocelo… Niente accademismi. In fondo, chi produce remake horror certe domande non se le pone mica, e fa bene: a gennaio, la versione stereoscopica di Non aprite quella porta ha fatto il botto al box office americano, incassando 23 milioni di dollari all’istante e scalzando dalla vetta Django Unchained di Tarantino, degradato alla posizione numero 2. Di rimando, il punto di forza di queste fotocopie in 3D di un certo cinema selvaggio e libero diviene necessariamente l’ubbidienza. Immaginatevi, in soldoni, un Servizio Pubblico che diventa Porta a Porta, pur di trasmettere la sua storia televisiva. Non apritequella porta 3D è soltanto l’ultimo degli horrorpanettoni dove si percorre più in fretta la via del “me ne infischio”, e ci si inchina dinanzi a chicchi di popcorn da masticare in una pozza di sangue. Senza voler scendere nei dettagli, l’incipit dell’aggiornamento in 3D dell’agghiacciante Non apritequella porta firmato Tobe Hooper (e ispirato a una storia vera), mette in fila le uccisioni e l’arsenale d’armi autoprodotte come se fossero annotazioni di un cinema che c’è stato e che ha semplicemente fatto d’apripista alle frangette emo pitturate di un rosa melarnacia. Bizzarro pensare che un’opera così calda e politica come il lavoro di Hooper – con le corde di nylon per l’impiccagione e vere dita tagliate quando la produzione era a corto di sangue finto – sia ridotta a burroni ideologici di tale portata. Così va la vita dei remake e dei reboot horror. In quest’ultimo caso, poi, il regista John Luessenhop, supportato da tre sceneggiatori, azzera sequel o riletture della storia e riprende dal punto esatto in cui si chiudeva il capostipite, integrando legami sorella-fratello, sommosse genitoriali, eredità scomode e dissotterramenti da disciogliere nel dimenticatoio.