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Quinto Stato

Teatro Valle, fase due: una fondazione per i beni comuni

teatro valle, roma

Teatro Valle, fase due. Parte oggi il percorso che porterà, entro il prossimo 20 ottobre, alla «Fondazione teatro Valle bene comune» dotata di un capitale sociale di almeno 250 mila euro da raccogliere attraverso l’azionariato popolare.

L’operazione sarà gestita in base ai principi contenuti nello statuto redatto dai «comunardi» che occupano il teatro dal 14 giugno 2011. Tra ottobre e novembre il testo è stato sottoposto al giudizio della cittadinanza che lo ha integrato e riscritto con più di 100 emendamenti sul sito teatrovalleoccupato.it, in un esperimento unico di democrazia partecipativa e digitale.

La quota minima per partecipare alla fondazione è di dieci euro. Basterebbe che gli oltre 26 mila «fan» su facebook del Valle li versassero sul conto corrente aperto presso Banca Etica per arrivare alla cifra agognata. Ma gli occupanti, ai quali fa capo il «comitato» che gestirà la fase di transizione e si scioglierà al momento della costituzione della fondazione, non escludono altre forme innovative di finanziamento.

Una prova sarà quella offerta stasera, a partire dalle 21: l’attore Valerio Mastrandrea, coadiuvato tra gli altri da Caterina Guzzanti, Maddalena Crippa e Diego Bianchi (Zoro), daranno vita ad un’asta sulle opere che una trentina di artisti hanno donato nelle ultime ore al Valle occupato. Obiettivo dichiarato è quello di raggiungere la soglia minima prima del 20 ottobre.

«È un’operazione rischiosa che può fallire – riconosce Ilenia, tra le occupanti del Valle – La fondazione è un’istituzione impossibile in un sistema fondato sull’ingerenza della politica sul finanziamento a pioggia com’è quello italiano. La nostra proposta lo scardina completamente: abolisce il Cda, regola le direzioni artistiche turnarie, premia la gestione partecipata del teatro e l’autogoverno dei lavoratori dello spettacolo. In prospettiva, tende a rovesciare l’idea che la misura dello spettacolo in Italia sia il biglietto».

Al cuore del progetto c’è l’assemblea dei soci: lo spettatore comune, così come il sindaco di Roma, o il singolo lavoratore, avranno tutti diritto di esprimere un voto per eleggere un Consiglio composto da 12 persone. Quest’organo avrà il compito di nominare, mediante concorso pubblico e trasparente, un direttore artistico, oppure un ensemble, che dirigerà il teatro per tre anni. L’assemblea e il consiglio nomineranno infine i garanti che avranno il compito, tra l’altro, di dirimere le controversie nell’assemblea o quelle con le direzioni artistiche.

«È un percorso in divenire, e non è escluso che procederemo, insieme alla cittadinanza, ad una sua continua ridefinizione – precisa Berardo, regista cinematografico e occupante del Valle – Una volta però arrivati alla fondazione, avvieremo un dialogo con le istituzioni per far vivere la fondazione con un sistema misto che permetterà di sganciarci sia dalla logica privatistica che da quella consociativa». In attesa della conclusione di quello che gli stessi occupanti definiscono un «esperimento», buona parte delle innovazioni proposte saranno visibili già domenica prossima. Uno dei maestri del teatro contemporaneo, Anatoly Vasiliev, gestirà artisticamente il Valle per una settimana. Il biglietto da Mosca se lo è pagato di tasca propria.

Se realizzata, questa fondazione basata sull’autogoverno dei lavoratori, l’azionariato popolare e la direzione artistica a rotazione, colpirebbe al cuore lo spoil system che permette alla politica di manipolare la gestione della cultura e di spendere le risorse pubbliche in maniera irresponsabile. «Miriamo a creare un modello esportabile in tutti i teatri pubblici nazionali – continua Ilenia – e sogniamo che i reparti di maternità vengano gestiti alla stessa maniera dai medici e dagli specializzandi, le scuole dai docenti e dagli studenti. Come OccupyWallStreet negli Usa, anche il Valle prefigura l’esistenza di un governo che non coincide con gli interessi dei mercati finanziari. La nostra è una lotta costituente, non resistenziale».

«Il Valle – afferma il giurista Ugo Mattei, che insieme a Stefano Rodotà ha impostato giuridicamente lo statuto – è un’epifania locale di una battaglia che non si ferma ai nostri confini e riguarda l’intera eredità culturale del mondo». «Voglio precisare – aggiunge – che la fondazione non è proprietaria del teatro che appartiene al demanio. Basterebbe un decreto, come tanti se ne fanno, per cambiare questa situazione ma, al momento, non mi sembra che esista questa volontà politica. Per com’è stata concepita, la fondazione valorizzerà il saper-fare degli artisti e dei lavoratori e lo metterà a valore poiché, così facendo, il teatro è diventato un bene comune per la cittadinanza».

Così intesa, la fondazione del Valle prefigura la possibilità di qualcosa riproducibile, in Italia e altrove, e non solo come risoluzione di una vertenza professionale o gestionale. Ne è consapevole Stefano Rodotà: «Non siamo di fronte ad una questione marginale o settoriale, ma ad una diversa idea della politica e delle sue forme, capace non solo di dare voce alle persone, ma di costruire soggettività politiche, di redistribuire poteri. È un tema “costituzionale”, almeno per tutti quelli che, volgendo lo sguardo sul mondo, colgono l’insostenibilità crescente degli assetti ciecamente affidati alla legge “naturale” dei mercati».

Il riferimento all’esperienza di OccupyWallStreet colpisce l’economista Christian Marazzi (che con Rodotà sabato parteciperà alle 16 ad un’assemblea). Il Valle occupato «è una lotta “dentro e contro” il capitalismo – afferma Marazzi – Nasce dall’imposizione dal basso, collettivamente, delle regole per governare i mercati e il sistema finanziario; dalla mobilitazione sociale per rilanciare politiche di investimento nei servizi pubblici, nella formazione e nel welfare; e dalla  rivendicazione del diritto al salario, all’occupazione e al reddito sociale. Questo è il primo passo per costruire nuovi paradigmi alternativi, nuove forme di governo del comune, ed è tutto soggettivo. Ecco, al Valle c’è la dura consapevolezza che qualsiasi futuro dipende solo da noi».