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Nuvoletta rossa

Tarzan, il superuomo di massa d’elite di E. R. Burroughs e Joe Kubert (per tacere di Umberto Eco)

Che fine hanno fatto i vecchi eroi a fumetti delle syndicated strip, i Cino e Franco i Phantom i Flash Gordon i Mandrake (it. Mandràche) che ai bei tempi mandavano in sollucchero cineasti come Federico Fellini, eroi del pallone come Azeglio Vicini o intellettuali come Beniamino Placido? Niente, finiti, scomparsi, missing in action. Sepolti con i loro lettori di un tempo. Parafrasando Keynes, potremmo azzardare che nel lungo periodo sono tutti morti, messi al tappeto da eroi più flessibili, ambigui, pronti ad adattarsi a un’etica all’insegna del disincanto. E in effetti è una bella impresa convincere il lettore medio circa 2012 a sgranare le pupille di fronte alle pose teatrali di un illusionista in marsina, ai volteggi animalier di una scimmia nuda o ai razzi amari di una space-opera più vicina a Meliès che a George Lucas. Come la lirica, la pittura e il teatro, forse anche il fumetto sta diventando un’arte morta. Almeno, così pare a giudicare dall’età media degli aficionados e dall’impalpabile consistenza del ricambio generazionale. Ma non tutti i mali vengono per nuocere: che i numeri non siano più quelli di un tempo è incontestabile. Ma lo è anche il fatto che, mirando a un terget più stagionato, gli editori possano permettersi di inserire in catalogo proposte che fino a qualche anno fa sarebbero risultate per lo meno lunari.

È il caso del primo dei tre volumi che la statunitense Dark Horse Comics ha dedicato al Tarzan di Joe Kubert, e che ora esce anche in Italia nel circuito delle librerie specializzate. L’autore, scomparso solo poche settimane fa, è stato uno dei pochissimi pezzi da novanta dei comic books in grado di imporsi anche in un’Europa dominata dai segni e dai sogni visionari della bande dessinnèe o della scuola di Linus. Il tutto, grazie a una capacità affabulatoria e a un segno capaci di imporsi sia nel contesto popolare di Batman, Flash e Sergente Rock, che in avventure esotiche come quella del “Texone” Il cavaliere solitario, o ancora in in romanzi grafici di ambientazione drammatica come Fax da Sarajevo, autentico “documentario a fumetti” sulla guerra in Jugoslavia. Come Will Eisner o Jack Kirby, Kubert è riuscito a creare un ponte fra l’immaginario a fumetti degli Usa e quello più consapevole e snobbettino del vecchio continente. Ma forse la sua lectio magistralis va più in là di quella dei pur illustri compagni di avventure: perché se Kirby e Eisner contano legioni di epigoni, negli States e oltre (qualche esempio: Frank Miller, Mike Allred, James O’ Barr, Philippe Druillet, più di recente anche il nostro Leo Ortolani…) Kubert resta un modello inimitabile. Lo dimostra, appunto, questo Tarzan – Gli anni di Joe Kubert (Magic Press, 208 pagine, 20 euro). Basta un’occhiata al volume per rendersi conto che qui siamo lontani anni luce dal Tarzan di celluloide dileggiato da Umberto Eco fra le pagine de Il superuomo di massa, “bullo da piscina” con “una moglie fissa, un figlio idiota e una scimmia tuttofare” e una casa sugli alberi arricchita “di comodità e gadgets”, come quella degli spot dei biscotti. Il Tarzan di Kubert nasce come un sincero omaggio dell’autore ai propri miti infantili. Quindi, i romanzi di Edgar Rice Burroughs e le pellicole con Johnny Weissmuller. Ma senza dimenticare i fumetti dedicati al “Re delle scimmie”, vero e proprio antesignano degli universi superomistici a venire. Due, in particolare, gli autori chiave: Hal Foster e
Burne Hogart, al timone delle tavole domenicali dell’eroe fra gli Anni 30 e gli Anni 50 e tutti e due legati a un linguaggio arcaico ma affascinante fatto di illustrazioni curatissime e didascalie lunghe e verbose.

Le storie, realizzate originariamente per la DC Comics, seguono fedelmente il solco tracciato dai magazine pulp e dai pionieri del fumetto. Dunque, dilatando la gabbia statica del fumetto popolare in spettacolari splash page o penoramiche vertiginose, e affidando la prosa demodé ispirata al primo Burroughs o alle Jungle Tales of Tarzan pubblicate fra il 1916 e il 1917 su Blue Book Magazines a lunghi “spiegoni” incastonati nelle didascalie. C’è spazio anche per uno “strano oggetto cartaceo”: una riproposizione “a quattro mani” di Land of The Giants, avventura firmata da Burne Hogarth nella primavera del 1942 e adattata da Kubert trent’anni più tardi in formato comic book con pochi, fondamentali ritocchi. Roba vecchia? Di brutto. E oggi, gli anni passati si sentono tutti. Se non nelle tavole, ancora fresche come appena sfornate, nei testi irrimediabilmente fuori tempo massimo. Ma tirando indietro l’orologio a quel 1972 in cui il Buon Selvaggio di Kubert debuttò nelle edicole, il 1972, il tam tam del buon vecchio zio Joe porta con sé i primi echi della Contestazione, il grido liberatorio del Watergate, gli aneliti di libertà di come Hair e Tommy, i languori selvatici della rivoluzione sessuale.
Quando si dice invecchiare bene.