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Tagli ai ministeri, il decreto delle beffe

Nel divorzio Berlusconi-Tremonti spariscono i tagli ai ministeri

Non bastano i decreti economici ancora da fare ad agitare i sonni del governo. Ora ci si mettono anche quelli in teoria già fatti. Mentre Tremonti si chiude in conclave con Bossi e Maroni nella sede della Lega a via Bellerio, nella capitale scoppia l’ennesimo giallo.

Il decreto ministeriale Berlusconi-Tremonti con cui si devono ripartire materialmente i 6 miliardi di tagli tra i vari ministeri ancora non c’è. Eppure soltanto tre giorni fa, il 22 settembre, a pagina 9 della nota di aggiornamento al Def presentata in consiglio dei ministri il decreto presidenziale è dato per certo con tanto di data: sarà emanato «entro il 25 settembre». Come se fosse già chiuso. E invece no. Scomparso nel nulla. Sigillo migliore all’incomunicabilità tra il premier e il ministro dell’Economia e a un azione di governo estemporanea non poteva esserci.

La questione è tanto semplice tecnicamente quanto delicata dal punto di vista politico: Tremonti nella manovra di agosto aveva scritto solo la cifra da tagliare complessivamente a livello centrale (6 miliardi appunto). Per venire incontro alle richieste di «collegialità» che già allora gli venivano avanzate dai colleghi di governo, aveva rinunciato ai soliti tagli lineari e affidato a Berlusconi il compito di decidere e ratificare in tempi brevi la ripartizione effettiva dei «sacrifici» da appioppare a ciascun ministro.

Risultato: il documento che ogni dicastero attende come una questione di vita o di morte ancora non c’è. Anzi, a via XX settembre ti rispondono che non sanno nemmeno ipotizzare quando sarà emanato né spiegare perché fosse stato dato per acquisito prima della partenza di Tremonti per gli Usa. Di sicuro il Def il superministro non l’ha voluto presentare di persona ma ai colleghi l’ha fatto trovare pronto affidandolo alle spiegazioni verbali di Gianni Letta.

Già, il solito Gianni Letta, il visir tuttofare che stando ai rumor è ormai l’unico collante delle mosse economiche del governo. Ieri è stato il sottosegretario e non il presidente del consiglio a telefonare al ministro dell’Economia appena tornato da Washington. Né è un caso che Tremonti prima di tornare a Roma per una settimana decisiva si sia preoccupato di parlare a lungo, a Milano, con Umberto Bossi, Roberto Maroni insieme ai rispettivi colonnelli Cota e Giorgetti.

Il senatur è l’ultimo baluardo per un ministro che ogni giorno che passa è sfiduciato sui giornali e in privato sia dal suo partito che da mezzo governo. «Collegialità? Diciamo che Tremonti va commissariato», dice senza peli sulla lingua il veneto Galan. Se fosse per il Pdl, o abbassa le penne o se ne va, come chiede apertamente il Giornale berlusconiano.

«Quando un matrimonio arriva a punti di incomprensione alti come quello tra Tremonti, il premier e il governo, beh, forse il divorzio è una strada percorribile», dice Alessandro Sallusti, ipotizzando le dimissioni del ministro con parole molto simili a quelle usate per la cacciata di Fini.

Sarebbe un’espulsione che stavolta metterebbe in crisi definitivamente la credibilità internazionale del governo.

Non per caso – pur con le dovute distanze – il Colle vigila con attenzione e nell’entourage del premier c’è chi vuole scongiurare la rottura irreparabile.

La solita dialettica tra «falchi» e «colombe» Pdl è aggravata dai soliti annunci di Berlusconi, che domenica dava per già fatto il nuovo decreto sviluppo e assicurava di avere perfino identificato «27 provvedimenti» pronti per la crescita. Certezze che stonano con una realtà mai così caotica.

Il premier, dopo il weekend in Sardegna, ha sbrigato alcune misteriose faccende a Roma per poi volare all’ora di pranzo a Milano. I suoi avvocati prima hanno dato per sicura la sua presenza all’udienza in tribunale, poi hanno dovuto smentire in corsa. Berlusconi invece si è recato ad Arcore per un vertice con i dirigenti Mediaset. E in serata ha invitato a villa San Martino una settantina di imprenditori e banchieri. Segnale che vuole tastare il polso a un mondo industriale che ufficialmente è pronto ad abbandonarlo e dimostrare che è ancora lui il perno intorno a cui tutto è destinato a girare.

Tremonti ha fatto capire di volere misure per la crescita a costo zero: vendita degli immobili pubblici che si possono alienare rapidamente, il minimo indispensabile di grandi opere e tanta propaganda sulle riforme. Il premier vuole di più: vuole qualcosa di spendibile e tangibile. Qualcosa che non bruci la partenza di una campagna elettorale sanguinosa che quasi tutti, anche nel Pdl, danno ormai per inevitabile.

dal manifesto del 27 settembre 2011